Dreams of the Nursery: The Mauer

Il sogno è ambientato nei pressi di una fermata della metropolitana, in una zona molto periferica. Sono le cinque del mattino, poco prima dell’alba, i lampioni illuminano quasi tutta la strada ma la luce è molto fredda. Salgo in superficie, mi guardo intorno e il mio sguardo è attirato, come sempre, dal chiosco dei giornali. Dall’altro lato della strada c’è un presidio: tre energumeni minacciosi mi urlano contro. “Gli stranieri non possono passare! Devi rimanere dove sei, non proseguire oltre o chiameremo le autorità!”. Mi sale una scarica di rabbia. “Idioti!” gli rispondo “Sono italiano , vivo qui come voi!”. Decido di ignorarli e andare avanti. Mi ritrovo in un immenso stradone lungo il quale ci sono solo degli enormi prefabbricati, in cui si fa fatica a trovare il numero civico. Attraverso un enorme cortile interno ed entro in un prefabbricato, dentro il quale c’è un’aula magna. Seduti con me ci sono tanti miei colleghi di lavoro. Tutti ci guardiamo l’un l’altro e siamo molto seccati, perché nessuno ci ha detto per quale motivo ci troviamo lì e ci sembra uno spreco di tempo.

Qualche giorno prima invece avevo sognato di essere nei panni di una ragazza e di ritrovarmi a mollo, in un lago. Cullato dalle acque, venivo sospinto leggermente verso  una sponda e nel mentre la contemplavo un po’ intontito.  Avevo quel senso di straniamento che coglie chi è abituato al mare e vede il lago per la prima volta: la percezione che la terraferma sia troppo vicina. Dalla sponda opposta sentivo delle voci confuse che mi chiamavano.

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Il sorridente Cheshire

Cheshi

Quando nacque, venne posto sopra un tavolo. Questo era per lui l’inizio più importante che avesse senso ricordare. Tutto intorno correvano servitori e braccianti, seguendo l’irregolare corso di mille faccende. Rimase a lungo immobile, col privilegio di osservare, mentre tutti lo vegliavano. Alcuni lo cercavano, pur sapendo bene dove si trovasse. Altri lo guardavano, nonostante non fossero in grado di dire dove stava.

Rimase a lungo sopra quel tavolo, immerso in una sazietà semantica che gli stava togliendo, a poco a poco, la percezione di se stesso. Un giorno chiese ai suoi tutori scarpe per camminare e una spada per avventurarsi, imparare le strade del mondo e buscarsi la sorte.  Per due anni si mise a servizio di un uomo, di cui fu l’unica ricchezza. Nel giro di poco tempo gli procurò una borsa e i soldi per riempirla.

A parte quel poco di vitto e alloggio giornaliero che riceveva, un fondo e mezzo di scodella e qualche leccata d’acqua, per sé chiese soltanto che gli costruissero un piccolo feretro, da mettere da parte per il giorno della sua morte. Gli tirarono invece una ciabatta, intimandogli di non farsi mai più rivedere. Il servo che si stacca dal suo dovere e prova a chiedere qualcosa per sé che vada oltre i bisogni giornalieri di vitto e alloggio è come il povero che sogna l’immortalità, perché nell’ordine deciso dagli dei potrà averla soltanto nel Regno dei Cieli. Ed è come dire che per vivere bene dovrà decidersi a morire. Oppure, che per diventare Qualcuno, ci si debba adattare a essere Nessuno.

Disgustato, decise di stabilirsi nei pressi di un roveto, tra rose e more. Divenne una fosca leggenda. Il suo nome venne nuovamente ripetuto e sussurrato dai viandanti.  Ma questa volta non aspettò che tutto perdesse di significato. Iniziò piuttosto a sbiadire lui stesso. Prima una zampa, poi tutta la coda. Infine, tutto il resto.

Soltanto una cosa, gli rimase.  ll vento radunava le carte in un mucchio, poi soffiava forte e le scompigliava di nuovo. Questa cosa era per lui fonte di enormi risate. Le rose sbiancarono e furono costretti a ridipingerle, la pittura puzzava e  gocciolava dappertutto. Tagliavano teste, poi altre spuntavano di nuovo. E lui rideva, rideva… anche se l’unica cosa che di lui fosse rimasta oramai, era appunto il suo sorriso, incastonato nel cielo, adornato da una fila di denti aguzzi e scintillanti.  Una risata fluttuante e contagiosa,  quasi come se il cielo fosse rimasto bucato. Non era né la prima né l’ultima cosa che lasciavano lì senza nessuno che la riparasse, per cui andò bene così.

 

 

Dreams of the nursery Marché des Mauvases Films

Di recente, per due giorni di seguito, si sono ritrovato a sognare due film, dalle trame diverse. Entrambi erano accomunati  dalla sgradevole sensazione di essere intrappolato all’interno della storia del film e al tempo stesso di essere sicuro che non c’era una via del risveglio in cui scappare.

Il sogno del primo giorno è stato il più brutto. Mi ha spaventato e gettato nella disperazione. Succedeva qualcosa al di là del mio controllo, ma che ero IO stesso a portare avanti. A un certo punto tutte le comparse della vicenda sembravano dirmi: “Non è successo niente, non è vero niente, ti stai quasi per svegliare” e io rispondevo “Ma che dite, è impossibile” ed ero davvero rassegnato al proseguire degli eventi… ma poi, di colpo, sono stato buttato fuori da quello scenario. Ho dovuto pizzicarmi, per credere di essere sveglio.

Il secondo sogno era come un lungometraggio di animazione. Non so perché ma l’ho trovato più sopportabile, perché ne sono venuto fuori con più facilità. Il risveglio questa volta è stato come passare dall’essere dentro una storia e poi materializzarsi d’improvviso sulla sedia della sala di un cinema. Si trattava di un film a cartoni animati. Di esso ricordo solo il finale: un uomo conosce una ragazza, lei però non sa che lui è un assassino e lo invita a casa sua. L’immagine conclusiva mostra l’uomo che si sbarazza di una valigia con dentro, presumibilmente, il  cadavere di lei.

Di fronte a questa immagine non ho provato paura bensì una forte incazzatura, che mi ha spinto fuori dal sogno come una molla.

Helladino e la Lampada del Genio

Luigi-Crosio-

Helladino era un piccolo monello che viveva in Turchia, o forse in Egitto.  La sua casa era poco distante dal mercato, ma lui e la sua mamma erano molto poveri e non potevano comprarsi niente.

Helladino aveva sempre fame, così spesso disubbidiva alla madre e seguiva i compagni per le strade del mercato, cercando di imparare dai più grandi a rubare le mele dell’ortolano o magari la borsa di qualche viaggiatore.

Un giorno, la madre finì ogni scorta di cibo, finì i soldi dell’ultimo lavoro e finì anche la propria disperazione. Passò dalla sua casa un misterioso anziano, che si presentò come un mercante e le chiese di comprare suo figlio come schiavo. La madre prese i soldi e il cibo che le veniva offerto. Non disse niente, ma accettò.

Il vecchio portò Helladino fuori dal paese e si accamparono in un posto sperduto. Lo violentò per qualche giorno. A un certo punto, lo uccise.

Decise dunque di fare a pezzi il cadavere e accese un fuoco,  così avrebbe potuto scaldarsi e mangiare un po’ delle carni del ragazzo abbrustolite.

Quando fu sazio e riposato, seppellì i resti  dentro un fosso e se ne andò.

Qualche giorno più tardi, una piccola luce si accese dentro il fosso. Era la scintilla del pensiero di Helladino, sopravvissuto alla morte del suo stesso corpo. Sentiva di essere stato privato di tutto ciò che era prezioso a questo mondo. Si propagò nell’oscurità, illuminando le sue stesse, misere ossa. Per questo, divampò fino a mangiare il buio, divenendo fiamma e la fiamma divenne una colonna di fuoco. Desiderio puro, inestinguibile.

Immagini  identiche a questa tormentavano ogni notte i sogni della madre, arsa dal rimorso e dalla febbre dopo aver venduto il suo unico figlio.

In casa possedeva ormai solo una vecchia lampada ad olio. Ogni notte, la pregava. Non lo faceva per chiedere agli Dei di riportarle il figlio. Semplicemente, si illudeva che fissando abbastanza a lungo la fiammella prodotta dalla lampada, avrebbe avuto la capacità di contemplare il futuro di benessere del proprio ragazzo, poiché era persuasa di averlo destinato a una vita da agiato mercante, sotto la guida esperta del vecchio a cui lo aveva ceduto.

Una sera, la luce della lampada le parlò con la voce di Helladino.

“Sono schiacciato tra cielo e terra, madre mia, non riesco ad entrare in casa”

Piangendo, la madre chiese cosa potesse fare.

Helladino le disse che aveva tanta fame.

“Sono qui nella grotta, dopo mille audaci avventure e spedizioni a caccia di oro e diamanti. Con me c’è il più ricco di tutti i ricchi, il re del mondo sotterraneo. E’ il padrone di tutto l’oro che esiste. Ma ne vuole ancora. Se gliene procurerai, forse mi restituirà alla terra di superficie. Ma se non riuscirai, brucerò qui nelle terre sotterranee, insieme con lui. E avrò sempre fame. Non ti lascerò dormire mai più!”

Da quel momento in poi, ogni notte, la madre uscì nelle strade.  Si prostituiva coi viandanti in luoghi appartati, poi li colpiva alle spalle mentre si rivestivano e rubava loro ogni borsa e mercanzia.  Sera dopo sera, accumulò monete e piatti preziosi nella propria casa.

Ma non vendette nulla. Si mise invece ad accatastare tutte quelle ricchezze, come a creare una sorta di altare, in onore di quell’unica lampada che bruciava sempre, al centro, senza estinguersi mai.

Il gigante egoista

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Il  gigante egoista abitava nella casa sopra il supermercato.

Un giorno, vide sul calendario che era arrivato il suo compleanno e volle  festeggiare.

“Mi preparerò una torta” pensò ad alta voce, facendo vibrare le stoviglie della cucina

” Andrò a prendere gli ingredienti direttamente al supermercato: averlo sotto casa è proprio una comodità! Non mi andava per niente di fare chilometri avanti e indrè con le buste della spesa”.

Annotò gli ingredienti e decise che, una volta pronta la torta, se la sarebbe mangiata tutta da solo, senza dare feste o invitare qualcuno.

“Dopotutto è il MIO compleanno, perché dovrei dividerla? Mi riempirò lo stomaco e andrò a letto satollo, questo è l’augurio migliore che  possa fare a me stesso!”.

Andò dunque al supermercato ma…che stupore fu per lui quando, una volta all’interno, scoprì che la roba da mangiare non c’era?

Gli scaffali del supermercato, gli espositori, perfino le celle frigorifere erano TUTTE abitate da gattini.  Ondate di cuccioli dallo sguardo sarcastico, come un incubo imprigionato nella pagina tendenze di youtube, si azzuffavano tra loro, miagolavano chiedendo la pappa e ruzzolavano tragicomici l’uno sull’altro.

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Il commesso del supermercato si avvicinò al gigante e spiegò:

“Spiacente, oggi niente roba da mangiare, detersivi, suppellettili o merce di alcun genere. Un’ordinanza del sindaco ha intimato di smaltire tutti i cuccioli cerca-famiglia del gattile. Sono davvero tanti, nessuno vuole accollarseli e così ha avuto l’idea di portarli da noi, sperando che mettendoli in evidenza sugli scaffali, nelle posizioni favorevoli all’acquisto, si riesca a cederne qualcuno…oppure vicino alle casse, sperando che qualche bambino implori la mamma per portarne a casa almeno uno!”

Il gigante imprecò se stesso e tutti i suoi antenati fino a Polifemo.

“Ma porca miseria ladra…ma proprio oggi? E io adesso come faccio a procurarmi gli ingredienti della torta? Devo andare fino a  quattro isolati più in là, con TRENTA gradi all’ombra? Alto come sono, è come stare in mansarda senza aria condizionata! Devo beccarmi un’insolazione proprio il giorno del mio compleanno?”

“Auguri!” esclamò il commesso ” In questo giorno così importante, perché non si regala qualcosa?  Ad esempio, se lei prende con sé tutti questi gattini, nel  tempo di due-tre ore faccio venire  il camion del fornitore, una trentina di garzoni pagati in nero e ripristiniamo tutta quanta la merce sugli scaffali”.

Lo stomaco del gigante iniziava già a brontolare, perciò non ci pensò due volte. Raccolse tutti i gattini del supermercato tra le sue enormi braccia e salì a casa. I cuccioli si sparpagliarono per la casa nuova, mettendosi ognuno a marcare il suo angolino. Il gigante ci mise tre ore giuste a pulire e a sgridare i gattini ” Ma porca misera ladra…vediamo se almeno il supermercato è tornato normale”.

 

Ci ritornò e per fortuna ogni cosa era al suo posto e c’era un posto per ogni cosa. Prese il necessario, impastò la torta e in men che non si dica fu infornata. Dopo una trentina di minuti la tolse dal forno e la portò in tavola, mettendola tutta  fumante sopra un piattone senza nemmeno tagliarla a fette, deciso a ingurgitarsela in un solo boccone, mentre i gatti lo guardavano curiosi. “Beh? Cosa c’è da guardare? Non la divido coi miei amici, volete che ne dia a voi trovatelli? Nossignore!”.

 

Uno dei gattini miagolò indispettito e saltò sulla tavola. Il gigante tentò di allontanarlo con una manata ma colpì la tortà, che schizzò via dal piatto e andò a spiaccicarsi contro il muro.  “Ma porca della miseria ladra”.

La giornata stava per terminare. La casa del gigante era piena di gatti, sul muro c’era una chiazza di crema pasticcera  e la sua era pancia vuota. Telefonò alla pizzeria. “Niente servizio consegne ad Agosto”. “Vabbé, vengo io”. “Però facciamo servizio solo la sera. In questo momento abbiamo libero solo un tavolo da 20”. “Ma sono solo”. “Cazzi suoi, deve prenotare il tavolo da 20 oppure si attacca”.

“MA PORCA….”

Il gigante fu costretto a chiamare i suoi amici e a invitarli in pizzeria. Trascorse il compleanno vedendoli ordinare pizze gigantesche e antipasti d’ogni genere, immaginando gli zeri del conto che si moltiplicavano e che avrebbe pagato lui.

Inoltre, non essendosi ancora procurato una lettiera, a casa lo aspettava un esercito di gattini, che durante la sua assenza gli aveva lasciato in regalo mucchietti sparsi con bisognini puzzolenti di ogni genere, foggia e dimensione.

Flebo

flebo

Mi viene fatto presente, da voci più che assennate, che l’uomo difficilmente si contenta.  La mia casa, in tutta la sua estensione, non è che un braccio. Una corsia d’ospedale si estende allo stesso modo come un braccio, con tutti i limiti del caso. Eppure il pensiero tende a considerare la casa come un’estensione di sè,  anche quando, come nel mio caso, non ci siano chissà quali tesori e occasioni di divertimento, mentre qualsiasi braccio, in cui ci si ritrova per periodi di tempo contrari alle proprie aspettative, diventa soffocante come una morsa. Nei giorni di lavoro fantasticavo su come dividere le ore libere in libri o film e serie tv da divorare, audaci sortite nell’immaginazione e progetti gargantueschi da attuare. L’ospedale mi ha consentito di cambiare il braccio su cui si snodava l’ambiente lavorativo per un altro braccio, con l’incentivo di un mucchio di tempo regalato e pochissimi momenti chiave per scandire la giornata. Colazione, flebo, cena, flebo. Il resto era tutto spazio vuoto da riempire di audaci imprese. Ma la pressione delle vene era scarsa, le gocce della flebo scendevano troppo piano, nessuna infermiera riusciva ad essere seducente nel venire a occuparsi di un corpo privo di autonomia e incapace di soddisfare l’unica aspettativa legittima di una onesta lavoratrice salariata: sbrigarsi a far entrare in circolo la medicina e lasciarla libera di gestire altri triboli. La mia mente aveva lasciato ogni delusione del corpo nelle mani del personale ospedaliero, delle prodezze e delle aspirazioni del dottore, il quale, nel mettere le mani al mio malanno di complicata estirpazione, vedeva una sfida decisiva per la propria carriera. Non le restava altro da fare che gestire i momenti di transito tra una parte e l’altra del braccio, qualche rara sortita su un balcone affacciato su altri balconi, con qualche raro atterraggio dell’elicottero ospedaliero a fare da sempre più stanca replica, oppure chiaccherate con contadini mantovani di ascendenza torinese che discutevano con te fregandosene di non essere capiti o operai metalmeccanici che ti raccontavano aneddoti di come erano bravi a sistemare problemi di viti o cavi messi fuori posto nelle spedizioni di lavoro in Germania. Nel reparto arrivavano solo due tipi di paziente: quello che s’era fatto picchiare fino a rompersi il muso o quello che l’aveva sbattuto contro qualche incidente improvviso. In comune avevamo tutti lavori precari, lasciati in sospeso senza nessuna assicurazione per il futuro, raccolti da un’ambulanza come giocattoli rotti per essere sistemati in un altro posto, senza che quello dov’eri prima ti reclamasse. Tanti anni fa immaginavo che la vecchiaia poteva trasformarsi in un orgoglio e i segni di acciacchi e invecchiamento come tracce di un passaggio eroico da ricordare, sia pure per momenti difficili e superati. Mi sono lasciato sicuramente alle spalle un enorme mucchio di tempo colloso, che tratteneva senza scorrere, come una medicina difficile da far scendere nelle vene di una flebo strozzata. Ma forse è il caso che mi metta a ragionare nuovamente sul valore che intendo dare al tempo e al suo rapporto con gli spazi che occupo. Per alcune persone sopra menzionate (infermieri, medici…) quel breve braccio da me vissuto è un tempo di vita e lavoro ben più lungo. Come lo divideranno? Quale armonia riescono a trovare?  Tra i volti dei pazienti, volti che soffrono o insofferenti o distratti o presi dal torpore, con sprazzi di gratitudine, odio, fastidio, amore, deperimento, intontimento, quale mosaico o ingranaggio la loro mente potrebbe essere in grado di costruire? Per molti di noi, tra i quali ci sono anch’io, non esiste nessun mosaico… ma solo l’alternarsi di un tempo che, proseguendo, tende a sembrarmi poco intepretabile. Un tempo che mi sovrasta. Forse è l’inevitabile e scontato viatico del prendere coscienza della propria vulnerabilità  a trasformare una nota biografica sgradevole e noiosa in questa irrisolta e insopportabile autoreferenza, che ancora non mi fa capire cosa sto chiedendo IO,  dentro questo mio riflesso… figurarsi domandarlo a qualcuno, per poi magari sentirmi spiacevolmente rifesso, in tutto questo.
Ci sono persone più qualificate di me per determinare il senso di questo guazzabuglio e a cui, con l’avanzare dell’età, devo rassegnarmi ad assegnare la manutenzione del corpo e della mente, che l’orgoglio infantile stimava in mio pieno e magico controllo. Adesso invece ho la stessa pretesa letteraria che aveva  mio nonno quando si appuntava sul taccuino le medicine o la spesa da non scordare e  il  mio è solo un appunto. Per l’appunto.

Andiamo a comandare!

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C’è chi trova conforto nella religione. Altri vanno cercando nella filosofia. Altri ancora, si affidano alla scienza.  Io mi rifugio spesso nell’etimologia.

Pensavo di recente al termine Comandare.

Andiamo a comandare!   Ah, se fossi il re dell’Italia! Ah, se governassi io, signora mia!

La voglia di comandare è un diretto prodotto della frustrazione. Più non capisci il mondo, più hai voglia di dominarlo. Non capire la direzione della propria vita, rimanere schiacciati da leggi incomprensibili e problemi ingarbugliati. Per trovare un ordine, spesso si procede per riduzione. Diamo la colpa a ciò che sta fuori, lo separiamo da noi perché non sappiamo comprenderlo o non abbiamo voglia di metterci a farlo. Vogliamo abolire le leggi, separare le culture, imporre comportamenti, rovesciare i tavoli!

SCOMBINARE LE CARTE!

Ma quello che  ci dà realmente fastidio è che non sappiamo giocare.

Torniamo all’etimo. Comandare deriva dal latino Commandare ossia affidare, raccomandare. All’origine del concetto di comando c’è la responsabilità. Prima ancora della parola, c’è l’atto di riconoscere e affidare il potere, il benessere e la felicità di tutti a qualcuno che sia in grado di gestirlo. E’ una responsabilità, spesso faticosa. I migliori capi infatti sono quelli che non avrebbero mai voluto esserlo e che capiscono che peso sia.

Poi c’è il voto. Da vovere, “dedicare”, “promettere”, ma prima ancora “augurare”. E’ l’idea di un desiderio, una speranza ardente che si incrocia con i doveri del mondo concreto e si trasforma in un impegno solenne che unisce chi lo esprime a coloro per i quali viene espresso.

La ragione del voto è imparare a scegliere coloro i quali sono degni di prendere in affidamento  la salvaguardia del proprio e dell’altrui.

Cercare qualcuno che sia degno di gestire il potere è come il martello di Thor, che rimane ancorato al suolo, impossibile da spostare, in attesa che qualcuno di veramente valido si presenti per impugnarlo. Qualora non giungesse, è meglio lasciarlo dov’è.

I miei connazionali in questi anni hanno scambiato ciò che è una responsabilità con un confuso, irrazionale, impaurito desiderio infantile di POTERE.

L’etimo di potere viene da Potior, Potis… “DIVENIRE PADRONI”.
Si vuol divenire padroni senza passare dal concetto che comando è anche RESPONSABILITA’ verso qualcosa.

E ho paura che ben presto, chi è ansioso di dominare senza saper realmente comandare si ritroverà ad essere il Mazzarò che spara ai fantasmi  dei corvi, morti pure loro di fame in un campo completamente arido e deserto.

Combattere Infinito

Thanoseath

Lavorare fino a notte fonda, tavoli sporchi d’inchiostro e grafite, macchie di caffé, anfetamine sparse sul tavolo. Editori troppo indaffarati per controllare. E tu hai appena mandato in stampa la storia in cui supertizio incontra un messia universale. Un gigante viene scagliato attraverso il tempo e lo spazio per essere messaggero del Giorno dell’Altrui Giudizio, come da sempre è subito, dal più forte al più debole.  Un’oscura divinità immaginaria, dal volto tumefatto, si strugge nell’empio desiderio di diventare l’amante della Morte stessa, mentre il pennello che ne traccia le azioni, dentro i limiti del foglio squadrato, inizia ad assomigliare in maniera inquietante ai deliri  di ottuso darwinismo sociale, pronunciati da uomini ben più concreti della carta.

 

E poi ancora, eroi che muoiono davvero, di malattia o sul lavoro… non più “eroi”, parola che allontana, ma quasi operai , piccoli soldati del bene collettivo, pupazzi avvolti in quell’ uniforme, colorata e fiera, ridotti in cenere dentro pagine colorate, in nome di sacrifici necessari, non per difendere la patria, i confini di uno stato e altri concetti astratti… ma la vita stessa. Macchie che si allargano in una Ω di sorpresa, sopra la testa di un bambino che non conosceva ancora l’estensione della parola “morte”, il suo peso, il suo odore.

 

Per tanto tempo, la Marvel è riuscita a essere qualcosa di più del corrispettivo cartaceo, poi cinetelevisivo, della tavola calda dietro casa. I ricordi sono fatti per non essere sporcati, il ricordo di un bambino si trasforma nell’immagine di un tempo, al centro del quale c’è un colorato cavaliere che giura di non dimenticare l’amata mentre corre incontro alla sua nemesi.

 

Ed è così che ti fottono, da anni, alla Marvel.  Mescolando i trucchi dello spettacolo alla sacralità della rappresentazione. Non ti lasciano essere un semplice consumatore, che paga il suo biglietto e poi va a casa. No, loro vogliono vederti trepidare e soffrire ben oltre il secondo tempo. Vogliono farti capire che in fondo, questi pupazzetti per bambini mettono in scena una lotta che tu conosci bene, al di là della barriera di carta o dello specchio cangiante di uno schermo. Una lotta eroica e commovente quanto inutile. La lotta contro il tempo.

La lotta contro il Destino.

Tanto sai bene come finirà, vero? Eppure continui a giocare con la serietà di un bambino. Continui a lottare, con il sorriso di un bambino. Nell’eterna rappresentazione di una favola che conosci già, ma che di anno in anno hai sempre più bisogno di sentire raccontare.

Quando Starlin immaginò Thanos, nel suo guanto dell’Infinito c’erano gemme troppo piccole e immature, ma già allora brillanti: lavoretti precari a Detroit, anni da soldato in Vietnam. Aveva voglia di immaginare, di scrivere e disegnare. Cacciare via i fantasmi, imprimerli su carta. Faticò molto a trovare una sintesi.  Ad un corso di psicologia creò i suoi primi personaggi, ma erano ancora derivativi degli stereotipi del fumetto infantile. L’ombra kirbyana riusciva a dare al tutto una coerenza e una goffa magnificenza…eppure il suo Titano era descritto come uno dei tanti tiranni vanagloriosi destinati a spaventare nell’arco di qualche pagina, per poi venire scacciati dall’eroe luminoso.

Thanos, quando venne nominato la prima volta, vide cadere alcune delle lettere che ornavano la discendenza suo nome da Angelo nero, figlio della Notte, fratello delle Moire. Ma non scomparve la theta nigrum (θ), theta mortiferum, theta infelix, il simbolo di sventura che preannunciava lutti.  Una concretizzazione dello psicanalitico desiderio d’amore misto a sete di morte e violenza. Da quella prima apparizione Thanos crebbe, assieme all’arte di Starlin che si fece via via più concentrata nel delineare i contorni del proprio immaginario. La Morte continuava a sfuggirgli, negando la sua voglia d’amore fissandolo con orbite vuote…mentre lui le dedicava altari traboccanti di vittime. Il conflitto interiore di Thanos. Il conflitto di Starlin tra passione e autodistruzione.

La Marvel nel film cambia la missione del malvagio, ma mantiene inalterato il dualismo tra la pratica dello sterminio di massa e desiderio benevolo che lo guida (è sincero nelle sue preoccupazioni per metà del cosmo affamato dalla mancanza di risorse, mentre pianifica di stermnarlo). D’altronde i colpevoli di crimini contro l’umanità hanno sempre vissuto l’illusione di stare soltanto trovando un modo per amministrare la complessità del mondo che sfugge alla comprensioni di tutti.  Il compito dell’artista è rigurgitare immagini e rappresentazioni ,la costruzione di ciò che vede,  lasciando al pubblico il peso dell’elaborazione.

La simpatia che questo malvagio ha riscosso dal pubblico mi spaventa. Un uomo che soffre, un uomo con cui ci si può immedesimare, è comunque un uomo che compie azioni e deve sopportare le conseguenze. Nessuna ideologia o religione, per quanto alle porte del Paradiso ti possa accogliere un bel giovane alato con una torcia in mano per indicarti la strada, può mai sostituire il giudizio e la temperanza. Il giovane alato punta la torcia verso il basso, come a spegnerla. La seduzione ingannatoria è svelata.

Nella foga di salvare il mondo, a volte dal mondo si allontana troppo. Il potere è solo la più alta delle illusioni che possono brevemente convincerci di aver riguadagnato distanza. Ma dobbiamo rimanere vicini alla vita, vicini alla Ragione, rifiutando la rabbia. Rifiutando anche il potere, se necessario.

 

Dreams of the Nursery: It Reprise

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Il sogno è una specie di remake di IT con me come protagonista. Rispetto alla storia di King c’è però una variante: al posto del Club dei Perdenti, ci siamo io e la mia ragazza che dobbiamo difenderci dai continui attacchi di Pennywise e contemporaneamente dobbiamo badare a un gruppo di ragazzini venuti a trovarci. I marmocchi  però ci rendono difficile il compito, cacciandosi sempre nelle trappole preparate dal mostro, da cui poi dobbiamo tirarli fuori. La cosa si complica perché il malefico clown può possedere, di volta in volta, uno o più ragazzini e queste possessioni avvengono completamente a sorpresa. Nel finale del sogno ci barrichiamo nella mia vecchia stanzetta, una parte del gruppetto di ragazzi è stata posseduta e bussa furiosamente, non sappiamo come farli entrare senza che penetri anche il mostro.

 

Dreams of the Nursery The Hunting

Lo stress e i ritmi di lavoro irregolari mi hanno portato a fare sogni in cui sono ancora in ufficio o accumulo ritardi  nel tragitto verso l’ufficio. Parlandone coi miei colleghi, scopro che succede lo stesso anche a loro.  Questo sogno inizia in maniera non dissimile: una corsa verso il lavoro, ritardi… ma ben presto inizia ad assumere un’ambientazione simile alla Rivoluzione Francese o a quella Russa. Tutto si svolge nel giardino della mia casa, in Sicilia, che diviene teatro di un omicidio importante, perpetrato proprio da me, ai danni di un crudele tiranno. Ma il regime è lungi dall’essere rovesciato: nobili e generali inviano la cavalleria nel mio giardino per catturarmi. Io scappo via dalla scena del delitto e fortunatamente il giardino si espande divenendo una foresta, attraverso la quale mi muovo con velocità sovrumana e una certa esperienza. Sembro una volpe inseguita dai cacciatori, ma non ho nessuna paura e, mentre corro, mi godo i ritmi cinematografici del sogno, sicuro che non riusciranno a prendermi. Un rumore improvviso mi riporta alla realtà, svegliandomi bruscamente.

 

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(disegno di John Byrne)