Il gigante egoista

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Il  gigante egoista abitava nella casa sopra il supermercato.

Un giorno, vide sul calendario che era arrivato il suo compleanno e volle  festeggiare.

“Mi preparerò una torta” pensò ad alta voce, facendo vibrare le stoviglie della cucina

” Andrò a prendere gli ingredienti direttamente al supermercato: averlo sotto casa è proprio una comodità! Non mi andava per niente di fare chilometri avanti e indrè con le buste della spesa”.

Annotò gli ingredienti e decise che, una volta pronta la torta, se la sarebbe mangiata tutta da solo, senza dare feste o invitare qualcuno.

“Dopotutto è il MIO compleanno, perché dovrei dividerla? Mi riempirò lo stomaco e andrò a letto satollo, questo è l’augurio migliore che  possa fare a me stesso!”.

Andò dunque al supermercato ma…che stupore fu per lui quando, una volta all’interno, scoprì che la roba da mangiare non c’era?

Gli scaffali del supermercato, gli espositori, perfino le celle frigorifere erano TUTTE abitate da gattini.  Ondate di cuccioli dallo sguardo sarcastico, come un incubo imprigionato nella pagina tendenze di youtube, si azzuffavano tra loro, miagolavano chiedendo la pappa e ruzzolavano tragicomici l’uno sull’altro.

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Il commesso del supermercato si avvicinò al gigante e spiegò:

“Spiacente, oggi niente roba da mangiare, detersivi, suppellettili o merce di alcun genere. Un’ordinanza del sindaco ha intimato di smaltire tutti i cuccioli cerca-famiglia del gattile. Sono davvero tanti, nessuno vuole accollarseli e così ha avuto l’idea di portarli da noi, sperando che mettendoli in evidenza sugli scaffali, nelle posizioni favorevoli all’acquisto, si riesca a cederne qualcuno…oppure vicino alle casse, sperando che qualche bambino implori la mamma per portarne a casa almeno uno!”

Il gigante imprecò se stesso e tutti i suoi antenati fino a Polifemo.

“Ma porca miseria ladra…ma proprio oggi? E io adesso come faccio a procurarmi gli ingredienti della torta? Devo andare fino a  quattro isolati più in là, con TRENTA gradi all’ombra? Alto come sono, è come stare in mansarda senza aria condizionata! Devo beccarmi un’insolazione proprio il giorno del mio compleanno?”

“Auguri!” esclamò il commesso ” In questo giorno così importante, perché non si regala qualcosa? Se prende con sé tutti questi gattini, chiamo il fornitore e tempo due-tre ore ci ripristina tutta la solita merce sugli scaffali!”

 

“Una soluzione ci sarebbe”, disse il commesso ” Se lei prende con sé tutti questi gattini, tempo due-tre ore chiamo il fornitore e ripristiniamo la merce sugli scaffali”. Lo stomaco del gigante iniziava già a brontolare, per cui non ci pensò due volte. Raccolse tutti i gattini del supermercato tra le sue enormi braccia e salì a casa. I cuccioli si sparpagliarono per la casa nuova, mettendosi ognuno a marcare il suo angolino. Il gigante ci mise tre ore giuste a pulire e a sgridare i gattini ” Ma porca misera ladra…vediamo se almeno il supermercato è tornato normale”.

 

Ci ritornò e per fortuna ogni cosa era al suo posto e c’era un posto per ogni cosa. Prese il necessario, impastò la torta e in men che non si dica fu infornata. Dopo una trentina di minuti la tolse dal forno e la portò in tavola, mettendola tutta  fumante sopra un piattone senza nemmeno tagliarla a fette, deciso a ingurgitarsela in un solo boccone, mentre i gatti lo guardavano curiosi. “Beh? Cosa c’è da guardare? Non la divido coi miei amici, volete che ne dia a voi trovatelli? Nossignore!”.

 

Uno dei gattini miagolò indispettito e saltò sulla tavola. Il gigante tentò di allontanarlo con una manata ma colpì la tortà, che schizzò via dal piatto e andò a spiaccicarsi contro il muro.  “Ma porca della miseria ladra”.

La giornata stava per terminare. La casa del gigante era piena di gatti, sul muro c’era una chiazza di crema pasticcera  e la sua era pancia vuota. Telefonò alla pizzeria. “Niente servizio consegne ad Agosto”. “Vabbé, vengo io”. “Però facciamo servizio solo la sera. In questo momento abbiamo libero solo un tavolo da 20”. “Ma sono solo”. “Cazzi suoi, deve prenotare il tavolo da 20 oppure si attacca”.

“MA PORCA….”

Il gigante fu costretto a chiamare i suoi amici e a invitarli in pizzeria. Trascorse il compleanno vedendoli ordinare pizze gigantesche e antipasti d’ogni genere, immaginando gli zeri del conto che si moltiplicavano e che avrebbe pagato lui.

Inoltre, non essendosi ancora procurato una lettiera, a casa lo aspettava un esercito di gattini, che durante la sua assenza gli aveva lasciato in regalo mucchietti sparsi con bisognini puzzolenti di ogni genere, foggia e dimensione.

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Flebo

flebo

Mi viene fatto presente, da voci più che assennate, che l’uomo difficilmente si contenta.  La mia casa, in tutta la sua estensione, non è che un braccio. Una corsia d’ospedale si estende allo stesso modo come un braccio, con tutti i limiti del caso. Eppure il pensiero tende a considerare la casa come un’estensione di sè,  anche quando, come nel mio caso, non ci siano chissà quali tesori e occasioni di divertimento, mentre qualsiasi braccio, in cui ci si ritrova per periodi di tempo contrari alle proprie aspettative, diventa soffocante come una morsa. Nei giorni di lavoro fantasticavo su come dividere le ore libere in libri o film e serie tv da divorare, audaci sortite nell’immaginazione e progetti gargantueschi da attuare. L’ospedale mi ha consentito di cambiare il braccio su cui si snodava l’ambiente lavorativo per un altro braccio, con l’incentivo di un mucchio di tempo regalato e pochissimi momenti chiave per scandire la giornata. Colazione, flebo, cena, flebo. Il resto era tutto spazio vuoto da riempire di audaci imprese. Ma la pressione delle vene era scarsa, le gocce della flebo scendevano troppo piano, nessuna infermiera riusciva ad essere seducente nel venire a occuparsi di un corpo privo di autonomia e incapace di soddisfare l’unica aspettativa legittima di una onesta lavoratrice salariata: sbrigarsi a far entrare in circolo la medicina e lasciarla libera di gestire altri triboli. La mia mente aveva lasciato ogni delusione del corpo nelle mani del personale ospedaliero, delle prodezze e delle aspirazioni del dottore, il quale, nel mettere le mani al mio malanno di complicata estirpazione, vedeva una sfida decisiva per la propria carriera. Non le restava altro da fare che gestire i momenti di transito tra una parte e l’altra del braccio, qualche rara sortita su un balcone affacciato su altri balconi, con qualche raro atterraggio dell’elicottero ospedaliero a fare da sempre più stanca replica, oppure chiaccherate con contadini mantovani di ascendenza torinese che discutevano con te fregandosene di non essere capiti o operai metalmeccanici che ti raccontavano aneddoti di come erano bravi a sistemare problemi di viti o cavi messi fuori posto nelle spedizioni di lavoro in Germania. Nel reparto arrivavano solo due tipi di paziente: quello che s’era fatto picchiare fino a rompersi il muso o quello che l’aveva sbattuto contro qualche incidente improvviso. In comune avevamo tutti lavori precari, lasciati in sospeso senza nessuna assicurazione per il futuro, raccolti da un’ambulanza come giocattoli rotti per essere sistemati in un altro posto, senza che quello dov’eri prima ti reclamasse. Tanti anni fa immaginavo che la vecchiaia poteva trasformarsi in un orgoglio e i segni di acciacchi e invecchiamento come tracce di un passaggio eroico da ricordare, sia pure per momenti difficili e superati. Mi sono lasciato sicuramente alle spalle un enorme mucchio di tempo colloso, che tratteneva senza scorrere, come una medicina difficile da far scendere nelle vene di una flebo strozzata. Ma forse è il caso che mi metta a ragionare nuovamente sul valore che intendo dare al tempo e al suo rapporto con gli spazi che occupo. Per alcune persone sopra menzionate (infermieri, medici…) quel breve braccio da me vissuto è un tempo di vita e lavoro ben più lungo. Come lo divideranno? Quale armonia riescono a trovare?  Tra i volti dei pazienti, volti che soffrono o insofferenti o distratti o presi dal torpore, con sprazzi di gratitudine, odio, fastidio, amore, deperimento, intontimento, quale mosaico o ingranaggio la loro mente potrebbe essere in grado di costruire? Per molti di noi, tra i quali ci sono anch’io, non esiste nessun mosaico… ma solo l’alternarsi di un tempo che, proseguendo, tende a sembrarmi poco intepretabile. Un tempo che mi sovrasta. Forse è l’inevitabile e scontato viatico del prendere coscienza della propria vulnerabilità  a trasformare una nota biografica sgradevole e noiosa in questa irrisolta e insopportabile autoreferenza, che ancora non mi fa capire cosa sto chiedendo IO,  dentro questo mio riflesso… figurarsi domandarlo a qualcuno, per poi magari sentirmi spiacevolmente rifesso, in tutto questo.
Ci sono persone più qualificate di me per determinare il senso di questo guazzabuglio e a cui, con l’avanzare dell’età, devo rassegnarmi ad assegnare la manutenzione del corpo e della mente, che l’orgoglio infantile stimava in mio pieno e magico controllo. Adesso invece ho la stessa pretesa letteraria che aveva  mio nonno quando si appuntava sul taccuino le medicine o la spesa da non scordare e  il  mio è solo un appunto. Per l’appunto.

Andiamo a comandare!

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C’è chi trova conforto nella religione. Altri vanno cercando nella filosofia. Altri ancora, si affidano alla scienza.  Io mi rifugio spesso nell’etimologia.

Pensavo di recente al termine Comandare.

Andiamo a comandare!   Ah, se fossi il re dell’Italia! Ah, se governassi io, signora mia!

La voglia di comandare è un diretto prodotto della frustrazione. Più non capisci il mondo, più hai voglia di dominarlo. Non capire la direzione della propria vita, rimanere schiacciati da leggi incomprensibili e problemi ingarbugliati. Per trovare un ordine, spesso si procede per riduzione. Diamo la colpa a ciò che sta fuori, lo separiamo da noi perché non sappiamo comprenderlo o non abbiamo voglia di metterci a farlo. Vogliamo abolire le leggi, separare le culture, imporre comportamenti, rovesciare i tavoli!

SCOMBINARE LE CARTE!

Ma quello che  ci dà realmente fastidio è che non sappiamo giocare.

Torniamo all’etimo. Comandare deriva dal latino Commandare ossia affidare, raccomandare. All’origine del concetto di comando c’è la responsabilità. Prima ancora della parola, c’è l’atto di riconoscere e affidare il potere, il benessere e la felicità di tutti a qualcuno che sia in grado di gestirlo. E’ una responsabilità, spesso faticosa. I migliori capi infatti sono quelli che non avrebbero mai voluto esserlo e che capiscono che peso sia.

Poi c’è il voto. Da vovere, “dedicare”, “promettere”, ma prima ancora “augurare”. E’ l’idea di un desiderio, una speranza ardente che si incrocia con i doveri del mondo concreto e si trasforma in un impegno solenne che unisce chi lo esprime a coloro per i quali viene espresso.

La ragione del voto è imparare a scegliere coloro i quali sono degni di prendere in affidamento  la salvaguardia del proprio e dell’altrui.

Cercare qualcuno che sia degno di gestire il potere è come il martello di Thor, che rimane ancorato al suolo, impossibile da spostare, in attesa che qualcuno di veramente valido si presenti per impugnarlo. Qualora non giungesse, è meglio lasciarlo dov’è.

I miei connazionali in questi anni hanno scambiato ciò che è una responsabilità con un confuso, irrazionale, impaurito desiderio infantile di POTERE.

L’etimo di potere viene da Potior, Potis… “DIVENIRE PADRONI”.
Si vuol divenire padroni senza passare dal concetto che comando è anche RESPONSABILITA’ verso qualcosa.

E ho paura che ben presto, chi è ansioso di dominare senza saper realmente comandare si ritroverà ad essere il Mazzarò che spara ai fantasmi  dei corvi, morti pure loro di fame in un campo completamente arido e deserto.

Combattere Infinito

Thanoseath

Lavorare fino a notte fonda, tavoli sporchi d’inchiostro e grafite, macchie di caffé, anfetamine sparse sul tavolo. Editori troppo indaffarati per controllare. E tu hai appena mandato in stampa la storia in cui supertizio incontra un messia universale. Un gigante viene scagliato attraverso il tempo e lo spazio per essere messaggero del Giorno dell’Altrui Giudizio, come da sempre è subito, dal più forte al più debole.  Un’oscura divinità immaginaria, dal volto tumefatto, si strugge nell’empio desiderio di diventare l’amante della Morte stessa, mentre il pennello che ne traccia le azioni, dentro i limiti del foglio squadrato, inizia ad assomigliare in maniera inquietante ai deliri  di ottuso darwinismo sociale, pronunciati da uomini ben più concreti della carta.

 

E poi ancora, eroi che muoiono davvero, di malattia o sul lavoro… non più “eroi”, parola che allontana, ma quasi operai , piccoli soldati del bene collettivo, pupazzi avvolti in quell’ uniforme, colorata e fiera, ridotti in cenere dentro pagine colorate, in nome di sacrifici necessari, non per difendere la patria, i confini di uno stato e altri concetti astratti… ma la vita stessa. Macchie che si allargano in una Ω di sorpresa, sopra la testa di un bambino che non conosceva ancora l’estensione della parola “morte”, il suo peso, il suo odore.

 

Per tanto tempo, la Marvel è riuscita a essere qualcosa di più del corrispettivo cartaceo, poi cinetelevisivo, della tavola calda dietro casa. I ricordi sono fatti per non essere sporcati, il ricordo di un bambino si trasforma nell’immagine di un tempo, al centro del quale c’è un colorato cavaliere che giura di non dimenticare l’amata mentre corre incontro alla sua nemesi.

 

Ed è così che ti fottono, da anni, alla Marvel.  Mescolando i trucchi dello spettacolo alla sacralità della rappresentazione. Non ti lasciano essere un semplice consumatore, che paga il suo biglietto e poi va a casa. No, loro vogliono vederti trepidare e soffrire ben oltre il secondo tempo. Vogliono farti capire che in fondo, questi pupazzetti per bambini mettono in scena una lotta che tu conosci bene, al di là della barriera di carta o dello specchio cangiante di uno schermo. Una lotta eroica e commovente quanto inutile. La lotta contro il tempo.

La lotta contro il Destino.

Tanto sai bene come finirà, vero? Eppure continui a giocare con la serietà di un bambino. Continui a lottare, con il sorriso di un bambino. Nell’eterna rappresentazione di una favola che conosci già, ma che di anno in anno hai sempre più bisogno di sentire raccontare.

Quando Starlin immaginò Thanos, nel suo guanto dell’Infinito c’erano gemme troppo piccole e immature, ma già allora brillanti: lavoretti precari a Detroit, anni da soldato in Vietnam. Aveva voglia di immaginare, di scrivere e disegnare. Cacciare via i fantasmi, imprimerli su carta. Faticò molto a trovare una sintesi.  Ad un corso di psicologia creò i suoi primi personaggi, ma erano ancora derivativi degli stereotipi del fumetto infantile. L’ombra kirbyana riusciva a dare al tutto una coerenza e una goffa magnificenza…eppure il suo Titano era descritto come uno dei tanti tiranni vanagloriosi destinati a spaventare nell’arco di qualche pagina, per poi venire scacciati dall’eroe luminoso.

Thanos, quando venne nominato la prima volta, vide cadere alcune delle lettere che ornavano la discendenza suo nome da Angelo nero, figlio della Notte, fratello delle Moire. Ma non scomparve la theta nigrum (θ), theta mortiferum, theta infelix, il simbolo di sventura che preannunciava lutti.  Una concretizzazione dello psicanalitico desiderio d’amore misto a sete di morte e violenza. Da quella prima apparizione Thanos crebbe, assieme all’arte di Starlin che si fece via via più concentrata nel delineare i contorni del proprio immaginario. La Morte continuava a sfuggirgli, negando la sua voglia d’amore fissandolo con orbite vuote…mentre lui le dedicava altari traboccanti di vittime. Il conflitto interiore di Thanos. Il conflitto di Starlin tra passione e autodistruzione.

La Marvel nel film cambia la missione del malvagio, ma mantiene inalterato il dualismo tra la pratica dello sterminio di massa e desiderio benevolo che lo guida (è sincero nelle sue preoccupazioni per metà del cosmo affamato dalla mancanza di risorse, mentre pianifica di stermnarlo). D’altronde i colpevoli di crimini contro l’umanità hanno sempre vissuto l’illusione di stare soltanto trovando un modo per amministrare la complessità del mondo che sfugge alla comprensioni di tutti.  Il compito dell’artista è rigurgitare immagini e rappresentazioni ,la costruzione di ciò che vede,  lasciando al pubblico il peso dell’elaborazione.

La simpatia che questo malvagio ha riscosso dal pubblico mi spaventa. Un uomo che soffre, un uomo con cui ci si può immedesimare, è comunque un uomo che compie azioni e deve sopportare le conseguenze. Nessuna ideologia o religione, per quanto alle porte del Paradiso ti possa accogliere un bel giovane alato con una torcia in mano per indicarti la strada, può mai sostituire il giudizio e la temperanza. Il giovane alato punta la torcia verso il basso, come a spegnerla. La seduzione ingannatoria è svelata.

Nella foga di salvare il mondo, a volte dal mondo si allontana troppo. Il potere è solo la più alta delle illusioni che possono brevemente convincerci di aver riguadagnato distanza. Ma dobbiamo rimanere vicini alla vita, vicini alla Ragione, rifiutando la rabbia. Rifiutando anche il potere, se necessario.

 

Dreams of the Nursery: It Reprise

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Il sogno è una specie di remake di IT con me come protagonista. Rispetto alla storia di King c’è però una variante: al posto del Club dei Perdenti, ci siamo io e la mia ragazza che dobbiamo difenderci dai continui attacchi di Pennywise e contemporaneamente dobbiamo badare a un gruppo di ragazzini venuti a trovarci. I marmocchi  però ci rendono difficile il compito, cacciandosi sempre nelle trappole preparate dal mostro, da cui poi dobbiamo tirarli fuori. La cosa si complica perché il malefico clown può possedere, di volta in volta, uno o più ragazzini e queste possessioni avvengono completamente a sorpresa. Nel finale del sogno ci barrichiamo nella mia vecchia stanzetta, una parte del gruppetto di ragazzi è stata posseduta e bussa furiosamente, non sappiamo come farli entrare senza che penetri anche il mostro.

 

Dreams of the Nursery The Hunting

Lo stress e i ritmi di lavoro irregolari mi hanno portato a fare sogni in cui sono ancora in ufficio o accumulo ritardi  nel tragitto verso l’ufficio. Parlandone coi miei colleghi, scopro che succede lo stesso anche a loro.  Questo sogno inizia in maniera non dissimile: una corsa verso il lavoro, ritardi… ma ben presto inizia ad assumere un’ambientazione simile alla Rivoluzione Francese o a quella Russa. Tutto si svolge nel giardino della mia casa, in Sicilia, che diviene teatro di un omicidio importante, perpetrato proprio da me, ai danni di un crudele tiranno. Ma il regime è lungi dall’essere rovesciato: nobili e generali inviano la cavalleria nel mio giardino per catturarmi. Io scappo via dalla scena del delitto e fortunatamente il giardino si espande divenendo una foresta, attraverso la quale mi muovo con velocità sovrumana e una certa esperienza. Sembro una volpe inseguita dai cacciatori, ma non ho nessuna paura e, mentre corro, mi godo i ritmi cinematografici del sogno, sicuro che non riusciranno a prendermi. Un rumore improvviso mi riporta alla realtà, svegliandomi bruscamente.

 

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(disegno di John Byrne)

Il cliente ha sempre ragione

Angroh

Buonasera, mr. Kiang.

Non passo spesso dal suo negozio, di questi tempi. E, prima che inizi ad aprire quella sua dannata bocca e a dar fiato alle sue solite stronzate, voglio spiegarle perché.

Lei è sempre stato molto sincero con me, in una maniera che ho sempre trovato disgustosa e quasi violenta. E’ solo per questo motivo che voglio essere sincero anch’io, con lei…anche se le bugie, capisce bene, sarebbero infinitamente più comode.

La prima cosa è che ho paura delle mura bianche di questo suo negozio. Il colore bianco di per sè non mi fa paura. Mi fa paura l’eventualità che lei possa decidere di ridipingerle. Dio solo sa che razza di colori sceglierebbe. Non oso nemmeno immaginare i quadri che appenderebbe.
No. Eh, no. So cosa vorrebbe dirmi. Sono cazzi miei. Ah! STRONZATE! Lei, mr. Kiang, non ha mai fatto una cosa, una sola fottutissima cosa per il negozio, che fosse davvero per sé. A cominciare dagli scaffali, finendo con le finestre. Perfino il bagno di servizio. Tutto trasuda di questa merdosa, soffocante TENSIONE rivolta ad abbracciare l’esterno. La chiamano voglia di esprimersi… ma io come mi difendo? Chi mi difende da tutta questa espressività? Chiudo le finestre, mi tappo le orecchie, ma voi creatini trovate sempre il modo di passare.

Si potrebbe dire che lei è il tipo di persona che preferisce disperdere le energie piuttosto che contemplare i risultati. E’ così, non è vero?

Si tiene occupato. Mi viene da ridere. Si-tiene-occupato. E allora apriamo! Ogni giorno! La saracinesca! Benvenuti, gentili clienti. Gna gna gna gna…

Mi faccia vedere l’incasso. Su, forza, non sono un finanziere. Siamo tra amici. Quanto ha guadagnato oggi? Quanto ha guadagnato, diciamo, negli ultimi anni? Ha guadagnato qualcosa, signor Kieng, negli ultimi fottutissimi ANNI? EH?

Scusi. Mi scusi. Davvero. Sono imperdonabile.

Ho la gola secca. Sto urlando troppo e non riesco a insultarla col tono di voce che vorrei tenere. Mi ero preparato stamattina, in bagno. M’era venuto benissimo. Invece adesso… sarà l’emozione. Mi può dare un bicchiere d’acqua?

Ahhh, grazie. Ci voleva. Adesso, finalmente, glielo posso dire.

Lei è un grandissimo coglione, signor Kiang. Un coglione. Che bello, poterglielo dire. Che senso di liberazione. Non trova anche lei? Cioè… voglio dire… al di là dell’insulto in sè, la cosa più terribile di essere un coglione non è quando nessuno te lo dice? Non è più rasserenante la consapevolezza nel sapere di ESSERE un coglione, una volta per tutte, piuttosto che contorcersi nel dubbio?

Ma bisogna che ci sia qualcuno che te lo dica, vero? E lei ha avuto così paura in questi anni di sentirlo, che ha fatto di TUTTO per captare la benevolenza altrui. Nell’ansia di rimandare l’inevitabile momento in cui gliel’avrei detto io, ha fatto carte false per non lasciare agli altri un attimo di fiato per poterla analizzare  come meritava.

Servizievole, buffo, leale, sincero, amabile, umile, leale, innamorato, romantico, poeta, profeta, asceta, maratoneta, Vegeta, Pulcinella e Padre Pio. Cosa non è stato, lei, in questi anni? Quante facce ha indossato?

Lei a me non interessa, signor Kiang. Il tempo che perdo qui è colpa del tizio che sta scrivendo questo cumulo di sciocchezze. Potessi scegliere, a quest’ora sarei a casa mia, a versarmi un bicchiere di grappa, alla faccia sua, del suo negozio e delle minchiate che vende e di cui nemmeno parlo per non farle pubblicità.

E crede forse, allo stesso modo, di interessare agli altri?

Aha ha aha ah aaha aha aha aha aha ha aha aha … oddio, scusi… aha aha ha aha aaha ah ah…AH! AHI!

Scusi, mi ha fatto ridere così tanto che mi ha fatto pure male. Mi è sembrato per un attimo di vederla mentre tentava di dirmi: “No, non è così, io non pretendo di interessare a nessuno….” Meno male che l’ho fermata, altrimenti sarei morto di crepacuore per il gran ridere.

Tutti vogliamo interessare agli altri, signor Kiang. Tutti. Sin dal momento in cui usciamo da quella fottuta pancia iniziamo a rompere i coglioni all’ostetrica, alla mamma, al pediatra, al babbo e perfino al lattaio urlando, piangendo: “Io! Guardami! Io!”

E’ un peccato veniale, quindi.  Lei però l’ha trasformato in arte. Nella sua distorta interpretazione del mondo tutti, sotto sotto, la trovano interessante. Ma non è vero.  E’ un parto folle della sua mente deviata. Sa che succede, quando la pensa così?

A volte, per qualche breve istante, il mondo sembra darle ragione. Un riflesso sembra attraversare il suo cuore, un manifesto in metropolitana sembra sorriderle. Quando siamo per strada e ci passa davanti uno con la faccia da pirla, puoi scommetterci anche il culo: è convinto che il mondo gli sorrida. A mondo non gliene fotte un cazzo di lei, ripeta con me, piano piano. Non gliene fotte un cazzo. Ed è giusto, l’unica cosa giusta che c’è in questa palla di fango. Siamo in tanti, pensi se la nostra testa fosse occupata a pensarci l’un l’altro invece di fare cose, curare malattie, scrivere canzoni decenti che possano anestetizzare le menti dai danni prodotti dall’ascolto in loop delle canzoni di Il Pagante.

Il senso di sazietà, le sostanze euforizzanti, l’aria, la percentuale di droghe disciolta nell’acqua potabile di questa città… non so come funziona, ma c’è qualcosa  che l’aiuta a farsi queste enormi costruzioni mentali che le fanno edificare più in fretta l’idea che il mondo intero la trovi interessante… rispetto al tempo che dedica a COSTRUIRE DAVVERO qualcosa che possa catturare l’interesse. Qualcosa che dia un senso al suo vano affaccendarsi nell’apertura di questa discarica di inutilità che chiama punto vendita.

Comunque si è fatto tardi. Devo tornare nella mia vita. La saluto, signor Kiang. Solo un’ultima cosa. Adesso, quando girerò i tacchi, lei rimarrà solo, qui dentro.

Come tutti quanti noi.

E allora, signor Kiang, faccia quello che facciamo tutti.  Prima se ne renderà conto, prima comincerà a vivere davvero e a portare la sua vita da qualche parte. Magari, invece di portare il suo futuro a fare la pipì, si prenderà un cane  e ve ne andrete insieme, di primo mattino, a pisciare dove capita*.  Addio. Non lo dimentichi mai.

Lei è solo.

Ci conviva.

 

 


* Per colpa di chi, chi, chi, chi.


 

 

 

Dreams of the nursery Blonde mission

Nel primo dei sogni mi trovo in una città della costa. Cammino vicino al mare e intanto ammiro alcuni siti di interesse archeologico. Si tratta principalmente di figure geometriche di vario tipo, scolpite a rilievo sopra muri o lastre di marmo, che però sono sistemate come se fosse una caccia al tesoro. Per poterle vedere però devo trovarle. Alcune sono bene in vista, altre si trovano in posti assurdi, come per esempio vicino al bordo di una banchina portuale.

Nel secondo sogno sono protagonista di una specie di film. Interpreto un signor nessuno che viene richiamato nella propria città natale dalla donna di cui un tempo era innamorato. Questa donna è una bionda di mezza età. Quando il personaggio che interpreto va a reincontrarla il suo viso sembra un mosaico di facce conosciute. Queste sensazioni si mescolano tutte assieme finché, a un certo punto, il viso risultante dalla sovrapposizione di questi deja vu è quello di una perfetta sconosciuta. Ascolto il motivo per cui sono stato richiamato: il padre, un insigne scienziato, è morto e ha lasciato un’eredità che le viene negata da alcuni avidi parenti. Io dovrei aiutarla a sconfiggerli.

L’ostinazione di un deserto

WileGif

Il panorama si estende senza significato, senza fiori o erba,  lambisce ogni superficie disponibile senza essere disposto a regalare nulla. In me avevo l’ostinazione del deserto che cresce contemplando i resti di chi cercava l’orientamento e si ostinava a ripetere che una direzione c’era. Guardandoli, mi rendevo conto che tra me e le distese di sabbia cominciava a esserci una totale sovrapposizione. Potevano percorrere anche me, il mio corpo non era molto dissimile a tanti granelli di sabbia che intossicavano il vento. Ho partecipato al festino di morte, abbassando la testa quando me lo chiedevano, persuaso che questa fosse la mia hybris, il mio contrappasso. La morale codificata mi aveva reso fatalista sulle punizioni che davo per scontate,  persuaso che prima o poi mi sarebbero state prescritte come addebito per lo sviluppo di cause e conseguenze di una vita riassumibile come quella delle cicale. A un certo punto ho cominciato a pensare che fosse normale entrare in lotta contro il tuo vicino di casa, di banco, di vita. L’abitudine è il miglior anestetico all’orrore, nessun mostro può indignarti se perdi la capacità di indignarti. Nemmeno la gigantesca testa brulicante di vermi e tentacoli di una divinità dimensionale lovecraftiana piazzata al centro del parcheggio dove posteggi sempre potrà convincerti a riprenderti e lottare per qualcosa.

Almeno crescesse qualcosa.

 

Me? Mento

  • Nόστοι.  Per diverso tempo, ho preferito muovermi in grandi cicli di ritorni e allontanamenti, lasciando che il cane Ἄργος compiesse il suo ciclo ferale e sincero di commozioni e aspirazioni, per giungere alla morte programmata, nell’amore tra le lacrime.  Non aveva nemmeno la forza di avvicinarsi a me, sapete. Lo guardavo e pensavo, tutto questo è stato scritto, è stato programmato. La penna era di altri, l’interesse però era mio. Il fatto è che la mia predilezione per la narrativa mi portava a identificare  convergenze di situazioni e nessi causali, miscelati nella grande burrasca del mare, con tutte le idee più pure che la mente umana riesca ad astrarre dalla sofferenza più sporca e bieca.  Ma il tempo è finito e ho paura dell’allontanarsi nello spazio di tutto ciò che mi ha sfiorato e mi è stato vicino.  Le autocelebrazioni in cui indugio vengono inseguite dal sapore della paura.  La paura schiaccia in una morsa ogni pretesa scoperta di futuro, io la disprezzo eppure mi ci ritrovo.  Salpare non serve a nulla, se poi giri intorno sognando il centro. E questa musica, fa così male. Non riesco a fermarla, non sono Nessuno per fermarla. E’ una musica che non parla di me. E non riesco a fermarla quando entra per farmi male.
  • Il testo che è riportato qui sopra costituisce una traduzione dispotica e disordinata di un’iscrizione in Lineare B incisa su tavolette di incerta attribuzione micenea. In  esse
    si sarebbe dovuta raccontare la storia finale del celebre viaggiatore che decise di condurre la propria vecchiaia in un tragitto per mare verso i confini, non ancora discussi, del mondo. Con lui c’erano altre tre persone. Una donna, che si era perdutamente innamorata del viaggiatore, un altro uomo,  innamorato invece della donna e infine un terzo uomo innamorato solo di se stesso.  Un banco di creature  sirenomeliche, che potevano per legge divina nuotare solo e soltanto nei pressi di quelle acque, gelose delle ampie vele della nave, tentarono di sedurre con le loro canzoni l’equipaggio e condurlo per mezzo di illusioni a schiantarsi tra gli scogli. Ma nessuno udiva la musica, perché nessuno dei presenti sulla nave sapeva ascoltare. Ognuno era perso nella propria ossessione e più di tutti il capitano, il condottiero della  missione,  l’anziano che voleva violare i confini dell’esistente.  In patria parlavano di lui e lo aspettavano come si aspetterebbe un sognatore che percorre i tempi, un civilizzatore… ma il suo vero intento era mappare i mari e le terre, creare confini e apporre sopra essi un marchio chiaro e riconoscibile. Quando la donna capì tutto questo, comprese di che uomo detestabile si era innamorata, ma si rese anche conto che, nonostante ciò, continuava ad amarlo. Si offrì per dimenticare all’uomo che invece amava lei, e quando quest’ultimo capì come stavano davvero le cose impazzì urlando alla Luna, trasfigurandosi in un enorme mostro colmo di tristezza e idiozia. L’uomo che amava solo se stesso accusò il celebre viaggiatore di non saper tenere ordine nella propria nave e decise, completamente da solo, che era ora di ammutinarsi. Si affrontarono a colpi di spada, finché l’uomo che amava se stesso fu ferito mortalmente dal viaggiatore e cadde dalla nave. La donna pianse. Il viaggiatore, nonostante ogni cosa, volle procedere e andare avanti. Le creature sirenomeliche a quel punto, ancor più colleriche per non essere state minimamente considerate, cominciarono a girare in circolo creando un gorgo, che inghiottì la nave e i superstiti dell’equipaggio. Nessuno finì mai sugli scogli perché non esisteva più nessun confine del mondo da preservare da violazione.  Era libero di essere percorso, senza che nessuno avesse più abbastanza immaginazione  o il coraggio per dire di averlo percorso tutto. Le tavolette si interrompono in questo punto della narrazione e poi, solitamente, si sgretolano tra le mani. Si tenta quindi da diversi anni di rimetterle insieme, generando traduzioni sempre più imprecise.