Guccini.
Che diavolo sei venuto a fare nella mia vita, Guccini?
Non avevo già abbastanza aborti di serenate a piovermi dentro casa dai buchi sul tetto?
Ti sei guardato intorno, ti sei riflesso nello specchio al centro della stanza, e poi hai defecato un putrescente: "Che bello!"
E quanto mi illudevo, contando i frammenti di pelle che mi davi da mangiare, di comprendere il senso della felicità dentro il tuo sapore salato, in realtà non facevo altro che crearmi una grammatica immaginaria di dialoghi standard da  inserire nel polygen.
I nostri giorni passavano così, cliccando su "generane un’altro".
"Sei vicino a me?"
"Sospiro."
" Mi capisci? Ci capiamo?"
"Espiro"
Poi mi hai abbaiato contro canzoni di rabbia, ma io ero venuto a costituirmi, a implorare, a inserire fra i miei mille farfugliamenti la Frase Giusta che avrebbe sciolto le nebbie.
Ma tu ormai per me eri già nebbia, Guccini.
Non è che non ci capiamo.
Non vogliamo capirci. Vi voglio bene, gente verde dello spazio, ormai posso dire solo questo, sperando che i vostri dischi volanti non siano solo una leggenda metropolitana e che i loro raggi di antimateria un giorno possano sciogliere le carcasse di cantautori puzzolenti.
Sono saturo di ghiaccio per tenere in una rabbiosa animazione sospesa i fiori del male nati dalle mie incertezze.
Vorrei spegnere ogni richiamo dal buio pensando a quei risvegli marci come se appartenessero a un’altra persona.

Vorrei pensare all’amore, Guccini, e invece tu mi mostri impietoso i  dettagli pungenti di questa prigione, la tazza del cesso vicino al letto e il secondino che ghigna.
Sono prigioniero del sapore del tuo vino acidulo  e tu stappi un’altra bottiglia, Guccini.

Abbasso Francesco Guccini.
Facevano benissimo Pertini e Pazienza, quando lo vedevano, a toccarsi le balle.

***

Mi sto perdendo nel tuo  esiziale  splendore, mulinando   tra le spire di questa  arena   cosparsa  di polvere giallognola.
I granelli  di questo percorso  di sabbia si attaccano alla pianta dei piedi, ostinati e inutili come i secondi spesi a scrollarli via.

Non c’è nemmeno bisogno di affondare, tu sei al centro e io giro.
Non c’è nemmeno bisogno di affondare.

Mi diverto a pensare con quale altro nome ti chiameranno domani.
Ma tu sei qui e mi vuoi bene, vero?
Per questo non mi vieni incontro.
Per questo non mi abbracci.

Questo però è tutto ciò che capisco, e non è molto, anche se credo sarebbe un problema maggiore  se, all’opposto, avessi capito troppo.
Guarda caso  tutte le virtù migliori stanno nel mezzo.
Come te.

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