Il monologo di Caino

Da bambino, le mie mani annegavano dentro le sue. Per certi versi, sono sempre rimaste piccolissime.

Bruciano colpe invisibili sotto la pelle. Ombre dalla forma incerta vengono presso di noi ricoprendoci a poco a poco. Come la sera. Dov’è il riparo, vi prego ditemi, dov’è il rifugio ove poter adombrare il chiaro, scarlatto marchio di sangue che illumina la mia fronte.
Assassino di molti, Assassino di uno solo, Principio di tutti gli assassinii.
La radice putrescente di ogni male è una testa di maiale impalata nel bosco al centro della Terra, ed è questo ciò che i tuoi occhi hanno visto.
La mia testa da carogna putrescente.
Vorrei averlo vicino com’era al tempo in cui lo conobbi…un sorriso fanciullesco che nemmeno il tempo avrebbe potuto intaccare e la sua presenza dimessa ma elegante.
Ero l’eroe delle sue storie.
Bell’eroe sono stato, davvero.
Un bruto rivestito da una patina ingannevole  di dolcezza, che semina pianto e odio dietro di sè.
Ho aspettato per anni di esaudire i miei sogni e quando il destino mi ha donato tutto, ho lasciato piovere sulla carne erodendola come roccia, mutandola in fango.
Ho pugnalato al cuore le mie mille madri, e il concilio di esse, riunitosi in sogno, mi ha già giudicato non colpevole, ma bensì dimenticato.
Restano solo i loro sorrisi sparsi tra le mie memorie, a bruciare come sale su ferite aperte.
Il condannato almeno ha l’onore di vedere il popolo riunito davanti a sè nelle sue ultime ore, può dare in pegno il suo sangue e poi volare libero da ogni zavorra in Paradiso.
Io invece tengo integro il mio cadavere, mescolandolo sempre più al grigiore fino a perdere ogni voglia di osservare da lontano i miei stessi risvegli.
Sono la storia scritta su un foglio inzuppato, che lentamente restituisce all’acqua il suo inchiostro, e lascia diluire prima singole parole, poi intere frasi, sino a lasciare qualche puntino indefinibile.
Sento qualcosa che mi sfugge di cui non ho mai avvertito la presenza e non rido, nè piango, resto solo a guardare, immobile, incapace di amare ciò che gli altri non amerebbero di certo.
D’altronde se lo facessero perderebbero un pò della mia stima.
Ditemi voi, rocce taglienti e senza vita alle quali resto aggrappato, se c’è qualcosa nel Creato che ancora sono degno di meritare.
Potrei decantare il brulichio degli insetti, o l’acuto odore degli escrementi, oppure potrei unirmi agli elfi scuri e venerare le creature oscure che si dice siano solo grottesche imitazioni dei vermi.
La Terra dona frutti piacevoli solo in superficie. Ma è la paura della morte che ci fa immaginare nel Tartaro un ventre pieno di tesori.
Invece, credetemi,  in esso vi è solo abbondanza di eterna rassegnazione o di oscena codardia. Ai miei tempi d’oro vomitavo emozioni, parole, storie improbabili, in un’ansia di comunicare che gli adulti avrebbero ben presto imparato a castigare.
Stufo di questi abiti perenni da figlio da donare a chiunque si diverta a giocare a fare il padre, vorrei spaccare la terra e allontanarmi nella mia zattera di continente alla deriva verso il Polo Nord.
Sento il desiderio di fondermi alle radici, di donare il mio scheletro agli alberi e accogliere dentro di me vita germogliante, cercando nei fiori che si aprono il silenzio a tutte le domande.
Invece tu mi davi il tuo sorriso  e i tuoi discorsi che fluivano come l’acqua di un torrente. Ricordo pomeriggi splendenti in tua compagnia.
Vorrei dirti, ma cosa dire? Neppure una replica al destino mi è concessa.
Posso solo abbassare la testa davanti a te, tu che volevi restasse ben dritta a sfidare il cielo e l’universo.
Non ucciderò i miei predecessori.
Il Destino ci ha già pensato per me, riprendendosi  con quell’atto i secondi, i minuti, le ore che ho sprecato come fossero coriandoli.
E poi l’osceno tempo, questa cosa che serve solo a decomporre le cose, a trasformare legami in poltiglia macilenta e che lascia alla mercè dei sensi impotenti e passivi le tracce di qualunque cosa abbia mai avuto un significato, ci ha divisi.
Parlo del tempo come se davvero fosse un’entità da bestemmiare, ma in realtà il tempo sono io, il mio cammino prima incerto poi sicuro verso mille errori e sbagli a cui, come diceva Oscar Wilde, ho dato il nome comodo di esperienza.
Signori, non esiste alcuna esperienza. Benedetti siano coloro che non sanno nulla, che gustano il sapore del vino come se lo portassero alle labbra per la prima volta.
La dimenticanza è l’unica vera arte che gli uomini dovrebbero imparare, e chi la conosce bene non può certo insegnarla perchè…”Spiacente, l’ho già dimenticata. Passami piuttosto un sorso di quella bevanda…come hai detto che si chiama, vino?”

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