Il Caimano
"Non è possibile che non abbiano mai fatto un film su berlusconi. In America escono di continuo opere basate su politici e sul presidente".
"Eh, ma noi queste cose  ormai le sappiamo… che bisogno c’è?".

 "Ma berlusconi ha già vinto, ha vinto vent’anni fa… Eh lo so che film si aspetta la gente su berlusconi, il lifting, è riuscito bene, male, e tutti a ridere, ma che c’è da ridere?".

"Il Caimano" non è un documentario (" La gente certe cose le sa, o fa finta di non saperle" dice Nanni intervenendo durante il film con un cameo pregno della sua fumettosa e  simpatica arroganza) e quindi chi si aspettava un Micheal Moore all’italiana  nè dirà peste e corna.

Il film parte con fortissimi connotati satirici e volutamente estremizzati. Il partito visto come una sorta di nuova chiesa claustrofobica che chiede soldi ai propri iscritti.
La critica, gli intellettuali,  che rimasticano  e mitizzano ciò che prima disprezzava per costruire mode retrospettive. In questo senso l’arrivo della giovane, ambiziosa e determinata ragazza interpretata dalla Trinca mostra la stanchezza di una generazione che si è ormai parlata troppo addosso, e che cerca ansiosamente nei ragazzi nuovi stimoli ed energie.
Ma un cinema pieno di difficoltà produttive, votato alle produzioni da fiction che risucchiano risorse e attori non si concentra sulla realtà, è incapace di veicolare nuove esigenze espressive.

In questo senso "Il Caimano" diventa una riflessione su come continuare a far cinema impegnato, in maniera cinica e disillusa, indugiando con piacere e speranza sul volto dei giovani che hanno dei sogni, ma senza dimenticare di sottolineare con realismo e cinismo cosa dovranno affrontare.

Per tutta la durata della vicenda, si è dominati dall’impossibilità concreta di fare un film a cui nessuno crede, e che poi verrà realizzato con un estremo atto di ribellione dettato più dalla rabbia che dalla convinzione.
E quindi si arriva al vero nocciolo della vicenda, a un finale scioccante ed esplosivo, che fa male al cuore.
Moretti torna prepotentemente ad appropriarsi del film, si impadronisce dei primi piani e si cala nei panni di ciò che rappresenta l’immagine pubblica di Berlusconi,  mostrando le conseguenze estreme di ciò in cui potrebbe trasformarsi.
Ciò che sembra estremo ed esagerato in realtà rappresenta una rielaborazione, un rigurgito emotivo e appassionato di tutto il dolore che l’anomalia politica ha creato nel nostro paese.

Creare mostri o cattivi significa liberarsi e rinchiudere in una forma precisa paure reali.
E’ il politico che dovrebbe chiedersi perché mai la sua figura viene vista in questo modo, non sta all’artista giustificarsi.

Un altro tema del film, che sfrutta la capacità di Moretti di far parlare il quotidiano, il dramma delle cose che finiscono ma devono continuare, i gesti apparentemente banali ("un bimbo che cerca un pezzo di costruzioni e piange", anch’io da piccolo piangevo per cose del genere, ma perché avevo ben altre paure), le tensioni e le passioni dietro le mura di ogni casa.
Il geniale Silvio Orlando viene accoppiato con, assieme a una Margherita Buy matura e bellissima.
Forse  alcuni tentativi di ironizzare sulla coppia riescono non troppo bene, forse perché lo stile nevrotico morettiano (vedi Aprile) non si sposa molto con il tipo di recitazione dei due protagonisti.



FACTOTUM
Se vi piace il Bukowsky  de "Il capitano è fuori a pranzo" e di tutto quel campionario di racconti e poesiole ciniche con personaggi sospesi tra lavori saltuari, relazioni schizofreniche con donne squilibrate e tanto alcool andatelo a vedere.
Gli attori sono tutti molto bravi, disperati e sfigati al punto giusto, anche se poi di Bukowsky  o delle tematiche della sua scrittura non si parla affatto.
Meglio così.
Meglio cercare di rievocare in altro modo certe atmosfere piuttosto che decostruirle e analizzarle.
Il modo in cui il personaggio interpretato da Matt Dillon usa citazioni dei vari libri dello scrittore mi è piaciuto.


LA TERRA
Viaggio nelle proprie radici regionali: una tematica che molti registi o scrittori stanno iniziando a sentire parecchio nelle loro opere.
Ma di certo non ci sono necessità nostalgiche.
C’è invece la voglia di capire, di aggredire il cuore delle contraddizioni, anche a costo di creare inquietanti scenari agresti quasi da film horror.
In fondo io vengo dal Sud, e certi modi disincatati e cinici di vedere i rapporti familiari non mi sono estranei. La necessità di spremere qualcosa dalle terre aride, le lotte intestine di chi dimentica qualsiasi velleità di politica e rappresentazione, per tenersi stretti in grembo i propri vantaggi.
In questo caso, utilizzando il tema del "ritorno a casa del figliol prodigo di successo emigrato al Nord, tra antichi veleni e scheletri nell’armadio" risulta discretamente godibile grazie agli azzeccatissimi attori, soprattutto il mitico Sergio Rubini.
Un pò criticabile la trama, parecchio prevedibile e poco sostenuta da un "giallo" di cui fin dall’inizio si conoscono i colpevoli e forse si possono anche intuire gli sviluppi, ammesso che fosse nelle intenzioni del regista curarla particolarmente….

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