Romeo and Juliet


L’opera qui sopra, "Romeo e Giulietta" di Francesco Hayez, è riprodotta senza l’autorizzazione del defunto autore in quanto passata in eredità al patrimonio culturale  di tutta l’umanità di cui, salvo apparenze, sono un  esponente.


Guarda,  te lo dico subito, me ne fotto.
Abbiamo tutti un lato paludoso e oscuro in cui anneghiamo volentieri ogni nostro più recondito segreto o errore imperdonabile, ed è per questo che le compagnie d’assicurazione sguinzagliano alle nostre costole sicari con le orbite degli occhi bionici a forma di camera digitale miniaturizzata.
Probabilmente il nostro scrittore avrà anche i suoi pressanti problemi alimentari da risolvere, o magari sua madre al porto sta invecchiando e non riescono più a guadagnare come una volta.
D’altronde con l’arrivo dell’euro siamo tutti più poveri, anche qui,  nell’Inghilterra Elisabettiana.
Però io me ne fotto.

Di te, di questo cazzo di proscenio, e di questo pubblico di merda.

Quello di ieri sera non ero certo io.

Anzi, non ero io nemmeno ciò che credevi di vedere PRIMA di ieri sera.
Sai, ho una specie di  talento nel far finta di essere ciò che vuoi, quando vuoi, nella sera giusta, ammesso che quella lo fosse.
Ho anche un grandissimo talento nel contraddirmi istantaneamente.
Il nocciolo del discorso è che tutte quelle cose non le dicevo per me, per gustare al meglio la mia voce. Sei tu che tenti di dipingermi come una specie di egocentrico, quando la verità che ti è sempre stata chiara davanti agli occhi ma che hai sempre preferito ignorare è che sono sempre stato un bambino che veniva zittito ogni cinque minuti.
E ora parlo cazzo, e me ne fotto se pensate che non vi lasci nessuno spazio libero, che mi comporti da prepotente.
La vera prepotenza sarebbe mandare affanculo la mia vera natura,  per conformarmi alle vostre limitate e limitanti suddivisioni.
Una città nutrita da languide suggestioni di passato e operosa vitalità,  e voi  riuscite a vedere solo barriere e confini.
Riuscite a vedere solo la vostra diversità e siete disposti a dare la vita per mantenerla.
Famiglie contro famiglie, la faida dei minchioni.
 I vostri punti di vista sono più ristretti della parola "giovinezza".
Ecco perchè i vecchi si divertono a sguazzare nel letame uccidendosi a vicenda, e i giovinetti diventano pungenti oratori.
Ma alla fine dalla merda nascono i fiori, con la loro bellezza ostinata, anche se poi la bellezza non serve granchè per dare splendore alla vita.
Può solo danzare come un fuoco fatuo nell’aria, distraendo i sogni e gli incubi di ciascuno di noi.
Noi invece, golosi di sospiri e audaci respiri, siamo interessati alla sostanza…alla vita vissuta, così come a quella raccontata.

E io parlo, perchè sono sicuro che c’è già qualcuno al di là dello specchio intento a  raccontare le mie parole.
Se avessi avuto prospettive di vita più lunghe, e il giusto numero di speranze d’amore infrante, sarei potuto divenire un lucido e cinico poeta.
Comunque sia, adesso parlo…e ricorda bene che tutto quel che ti dicevo era vero.
Imbarazzante, viscerale, inutilmente  e fottutamente vero.
Ti accarezzavo con le parole come con le dita, e assaporavo le tue.
E mi riempie di funerea tristezza constatare la fine che hanno fatto quelle parole preziose, parole che non si trovano certo in svendita in qualche mercato di pennivendoli,  ma  sono piuttosto il  frutto di ore insonni e passeggiate nervose pensando sempre, con insistenza, al sogno che eri, che sei e che sempre sarai.
Una specie di intensa venerazione per una divinità che non è mai esistita.
Non certo amore, no.
L’amore rende i corpi capaci di parlare. Il tuo corpo si è sempre coperto di silenzio di fronte al pianto antico di un fanciullo che veniva a te per essere abbracciato.
Per ascoltare il tuo grembo prigioniero, figlia dei Capuleti.
Non certo per distruggere le tue illusorie consapevolezze, che per quel che mi riguarda potevi anche tenerti.
Adesso resta nella tua sorda replica di un’adolescenza rabbiosa.
Come se avessi davvero qualcosa di cui arrabbiarti.
Hai calpestato la mia tomba di carne, ti ci sei seduta sopra per non annegare e adesso ti godi giustamente la tua crociera.
Fa niente, io sono abituato all’abisso, ho persino imparato a fare a meno di respirare.

Non potrai fare finta di essere morta per sempre.
Il siero che ti scorre nelle vene è solo una scusa. Il tuo sangue infuocato è sempre stato più forte di qualsiasi veleno. Me lo dicevano i tuoi occhi.

E adesso i tuoi occhi sono chiusi.
Una bugia che chiami morte, pretendendo che mi arrenda al tuo Paradiso Immaginario.
La leggenda degli amanti infelici l’ho sempre trovata insignificante e infantile, oltre che parecchio lacunosa.
In verità vi dico già molto tempo prima che giacesse in questa tomba c’era qualcosa di profondamente cadaverico nelle sue carezze.
Come se volesse abituarmi gradualmente a quella specie di distacco di cui, al tempo in cui mi tese una treccia nel cielo stellato, non fiutavo l’odore.

Che spreco di calore, comunque. Che spreco di passione. Eri così gioiosamente cieca di fronte al mio tocco da far ardere anche me.
Era la pira funeraria delle nostre vecchie vite che stava bruciando mentre ci toccavamo. Ma invece di accogliere le fiamme, tu sei scappata.
Forse non conoscevi la leggenda della fenice che rinasce dalle sue ceneri, forse hai preferito conservare l’ignoranza di una vita certa, palpabile, piuttosto che dare retta alle mie promesse di resurrezione.

E allora, te la do io la morte.
Come sempre, quando ci vuole il coraggio di fare davvero qualcosa di profondamente vigliacco, sono io quello sotto i riflettori.

Quando ti deciderai a  risveglierarti sarà troppo tardi per la rabbia, troppo tardi per le parole, troppo tardi per le lacrime.
Per fortuna, nel mondo in cui viviamo, esiste un sipario da calare sulle  nostre miserie.
Nel mondo reale  il sipario non cala mai.
Forse il vero Paradiso consiste nel  vedere solo una parte del volto della Luna.

Però vorrei lo stesso prendere a calci e a pugni chi ha scritto questo finale di merda, porca puttana.

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