Nightlife al ‘Da Vinci’

Karenina e la sua amica Facciadizucchero avevano  già un enorme mal di testa  ed erano soltanto le Beviamo-un altro mojito-meno un quarto.
Karenina odiava gli uomini, le candele aromatiche e  tutte le cose che iniziavano.
Purtroppo per lei si trovava ad aver a che fare con abbondanti esempi di tutte e tre le categorie nella maggior parte del tempo che definiva ‘libero’  e ultimamente, siccome col caldo non le andava più di uscire per frequentare il corso di Yoga e Merengue, ancora più del solito.
Facciadizucchero aveva lasciato la traccia  persistente  della propria immagine proiettata sulla retina di Karenina   e poi si era dileguata  felice con velocità felina in direzione del bancone,  per chiaccherare con
un gruppetto di marinai usciti fuori da chissà quale film.
Pareti fatte di persone ammucchiate  in legami senza senso si chiudevano come un guscio attorno a Karenina, che decise di disegnare con la  mente una finestra .
Poi ordinò un Fleur de lys doppio, con oliva e ombrellino.
Fu quando alzò gli occhi dal bicchiere che vide comparire davanti a sé una candela aromatica.
Si stropicciò gli occhi e guardò meglio: non era una candela aromatica, era un uomo.
E questo le dava ancora più fastidio.

" Sai " gli disse subito "Mi da fastidio" .
" Cosa? " rispose l’uomo. Aveva la camicia celeste e la pelle bruciata, ma la cosa più strana erano le labbra, di una lucentezza persistente.
" Il fatto che ti sei seduto qui senza chiedere il permesso " .
"Beh, c’è un equivoco… avevo posato qui per sbaglio il mio boccale di birra  e mi scuso per essere stato così distratto…però adesso l’ho ripreso. Solo che, siccome stando in piedi non riscivo a guardare bene i tuoi occhi, mi sono seduto un attimo per ammirarli meglio " .
Karenina prima sorrise debolmente , poi si incazzò.

Poco più in là, Facciadicane stava cantando coi marinai canzoni dello Zecchino d’Oro.
Aveva in testa un cappello da marinaio.

" Beh, è comunque una cosa da maleducati " , continuò Karenina.
" Sì, hai ragione. Scusami, allora. Vado via subito… "
Karenina notò che gli occhi dell’uomo erano piccole fessure, che lasciavano scoperta solo la parte dello sguardo che luccicava. Sembravano disegnati in fretta, essenziali come uno schizzo a matita veloce.
" No, adesso invece dovresti  restare qui e provare a rimediare, affinché io non conservi di te una perenne immagine da cafone senza cervello " .
" Ho già ordinato due  Sangrèal " rispose lui e il suo volto era un guscio di pelle abbronzata che si schiudeva in un sorriso ampio, simile a una breccia che si allargava fino a diventare un piccolo sole.
" E’ il minimo " disse lei  mettendosi in bocca una sigaretta, ricordandosi solo nell’istante preciso in cui ebbe tirato fuori  l’accendino dalla borsa che in quel locale non si fumava.
" Vabbé capirai, c’é la finestra…" osservò l’uomo.
" Quella me l’ero immaginata io. Ma mi fa piacere che riesca a vederla anche tu " sussurrò Karenina guardandolo un po’ di più.

Facciadizucchero nel frattempo aveva proposto il gioco della botte, del pirata e del coltello ai marinai del bancone.
Karenina ogni tanto gettava uno sguardo, ma a giudicare da ciò che vedeva Facciadizucchero ne avrebbe avuto per parecchio tempo.

Iniziarono parlando del locale, che una volta-ci si-divertiva, c’era la musica dal vivo e invece ora era diventato volgare, infatti io ci vado qualche volta quando non ho un cazzo da fare e beh, d’altra parte, non è che non ci sarebbero cose  interessanti da fare è che c’è poco tempo e poi il sabato siamo stanchi morti, eh sì, eh già.

Poi ognuno finse d’interessarsi del lavoro dell’altro, Karenina non aspettava momento migliore per parlare del suo capo, ogni volta che subiva un cazziatone si concentrava nel non sentirlo e nel guardargli le mani con dita pelose, chiedendosi ogni volta come faccia una moglie a fare andare avanti un matrimonio, a restare accanto a un’uomo con dita pelose. E i figli  poi, non avevan paura che diventasse un lupo e li mangiasse? L’uomo invece raccontò di lavorare per una grossa società, la più in alto di tutte, anche se non specificò il nome. I suoi incarichi eran talmente importanti che doveva lavorare ogni giorno, ogni notte, ogni ora, senza nemmeno dormire.
Stai lavorando anche adesso, chiese Karenina e lui ridendo disse in un certo senso, sì.

Facciadizucchero  nel frattempo nuotava dentro un bicchiere gigante di cristallo, coi marinai che suonavano l’ukulele tutto intorno, o almeno così sembrava.

La musica di sottofondo, aiutata dai quattro Homo Vitruvius che si erano scolati a testa, si fece più insopportabile e martellante di ora in ora.
Fu Karenina a proporre di uscire a prendere una boccata d’aria, visto che tra l’altro Facciadizucchero sembrava così felice, a mollo come un’oliva…le avrebbe telefonato l’indomani per raccontarle tutto, ne era sicura, ma Karenina avrebbe goduto nell’aggiungere al suo racconto i particolari più imbarazzanti che ovviamente Facciadizucchero avrebbe rimosso.

L’uomo la prese sotto braccio, era fermo, ma gentile.
" Sai, tu sei fermo, ma gentile… come ti chiami, non mi pare di avertelo chiesto " .

Lo sguardo dell’uomo si fece un po’ cupo. " Il fatto è che i nomi servono più che altro a presentarsi. Io non ho bisogno di presentarmi, chi ha bisogno di me  solitamente sa già come chiamarmi…"

" Dovrò trovarti un nome, allora, se vorrò chiamarti di nuovo " replicò Karenina, ridendo. Si sentiva leggera come l’aria della sera, mentre parlava. Poi gli propose:

" Senti, io ho un bisogno estremo di stare all’aperto, stasera. Poco lontano da qui c’è un parco, con un grosso albero, ci venivo a giocare da piccola. Mi è venuta voglia di vederlo di nuovo. Prendiamo due o tre  birre al bar e ce le portiamo con noi…ti va di portarmici ? "

L ‘uomo annuì, presero le birre e salirono in macchina nello spazio di pochi frames di memoria.
La strada scorreva davanti a loro, in uno di quei silenzi che sembravano il preludio alla confessione di chissà quale segreto. Quando la gente è sola è più disposta di tanti altri a condividere segreti.
Forse lo considera un pegno da pagare per avere compagnia.

" Beh, ho girato a destra come mi dicevi prima ma…" le disse lui a un certo punto.
" Uff …" Karenina premette le mani contro la fronte " Ero sicura che si trovasse da queste parti, eppure non riesco a ricordarmi la strada. Forse ho bevuto troppo… non riesco a ricordarmi mai le cose importanti. Vorrei che fosse solo colpa dell’alcool " .

" E’ sicuramente colpa dell’alcool. Ti riaccompagno a casa, se riesci a indicarmela…" le disse con tono premuroso.

" Ti ringrazio, sei molto dolce. Prosegui dritto e poi a sinistra dopo il semaforo " .

Giunsero nello spiazzo davanti a un grande palazzone, né brutto, né bello.

Karenina uscì dalla macchina, ma si girò  sorpresa quando lo sentì rimettere in moto.

" Non vuoi salire? " disse senza guardarlo.

" No " rispose. Era gentile, ma fermo mentre lo diceva.
" Sei gentile, ma fermo " .

" Ti capita mai di pensare alle stelle, non alla loro bellezza, intendo… ma a ciò che esse rappresentano per chi è libero? " le disse serio, attendendo una conferma dal suo sguardo.

Karenina sondò quegli occhi a fessura, ne assorbì piano il tremolante luccichiò, poi si fermò un secondo a riflettere e le parole le uscirono di getto.

" Quando sei libero, sì… ti riesce di apprezzarle molto meglio… molto meglio di chi le osserva da una gabbia. Per quanto belle possano essere, osservarle dalla finestra di una prigione non è bello… "

" Sì! esatto! Ma la finestra di una prigione… rappresenta due cose assieme. Da un lato è la tortura di vedere al di fuori della prigionia senza poter godere della libertà per apprezzarlo… da un lato è l’unica apertura della gabbia, che con un po’ di coraggio ti potrebbe consentire di scappare "  continuò l’uomo con tono molto concitato.

" Perchè mi stai dicendo queste cose? Credo di capire le tue emozioni, ma non comprendo il senso di tutto ciò " .

" Ti racconto una breve storiella.  Ci sono tante prigioni, una delle più usate e subdole, per rinchiudere la gente è costituita dal lavoro che sei costretto a fare. Io faccio un brutto, bruttissimo lavoro. Faccio sparire la gente, per sempre, finchè non rimanga nessuna traccia di esse sulla terra, ad esclusione del loro 
ricordo "

" Ma che stai dicendo?!" esclamò Karenina portandosi la mano sul cuore. " Perchè io?  Nessuno mi odia…Io non ho fatto niente! "

" Beh, magari è proprio perchè non hai fatto niente " replicò l’uomo.

" Comunque sia " continuò " Stasera abbiamo visto entrambi una finestra. Io l’ho osservata dalla mia prigione, tu… potresti anche averla concepita come una via di fuga. A te la scelta.
Avevo deciso di portare a termine il mio compito con te non appena fossimo giunti in prossimità di quell’albero che volevi mostrarmi.
Il fatto che tu non te lo sia ricordato… forse è solo fortuna… ma magari qualcuno, lassù ha deciso di darti una seconda possibilità. E, assieme a essa, un messaggio…"

" La  voglia di tornare a contemplare per l’ennesima volta i miei ricordi avrebbe potuto segnare la mia morte, è questo che vuoi dire? " mormorò Karenina.

L’uomo annuì.

" Mi pare di intuire " disse lei guardandolo  " Che passerai dei guai per quello che NON hai fatto stasera, vero? "

" Sicuramente sì. Ma a me piace pensare che il mio compito non si basa su un’attività da semplice carnefice… mi piace illudermi di lavorare al servizio della vita e di chi deve imparare a  sprecarla prima di pagare l’inevitabile pegno che spetta a tutti.
Forse mi piace pensare che per te possa diventare, se e quando ci reincontreremo, un prezzo da pagare con gioia, appagata e sazia di quel tempo che ti ho dato in prestito… fino ad allora, fa buon uso di esso.
Quella finestra che hai creato stanotte esiste ancora, per te e per me. Adesso entrambi dobbiamo avere il coraggio di fuggire… da quello che siamo, da quello che vorremmo essere, per dirigerci verso ciò che dovremmo essere  "

" Fuggi lontano, fuggi via da qui. allora, prima che ti prendano. Ma regalami un bacio con quelle labbra lucide, prima di partire " si decise a dirgli Karenina, inghiottendo un brivido di paura.

L’uomo si sporse e le accarezzò  piano con le dita le labbra dischiuse.
Il suo tocco era gelido.

" Addio " .

La macchina partì e l’uomo scomparve per sempre dalla nostra storia.

Quel che restava della notte le parve troppo freddo come prezzo da pagare per gustarsi una porzione di alba  e quindi Karenina decise di rientrare nel suo appartamento, dove l’attendeva una ciotola  colma di cereali al cioccolato.

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One thought on “Nightlife al ‘Da Vinci’

  1. scraffy

    nelle storie ognuno ci vede qualcosa di sè, io in questa ci vedo qualcosa che potrebbe essere mio, che desidero: la finestra per fuggire via e la ciotola di cereali al cioccolato, per non morire di fame lungo il tragitto. 🙂

    (dovrei forse lasciarti un commento per ogni post che ho letto e mi è piaciuto, ma per risparmiarti la fatica di leggerne così tanti, condenso il pensiero: davvero autentico!)baci

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