Sproloqui noiosi su cinema e fumetti, spesso senza costrutto,astenersi persone serie

Le immagini sono ©opyright degli aventi diritto, e riprodotte solo a scopo di recensione. Tutti i diritti sono riservati. Non rompetemi i neutroni!

Consiglio della settimana: ‘X-Factor’ di Peter_David  , pubblicata su ‘X-men Universe’ è la serie di supereroi del mese.
Divertente, ben scritta, battute geniali,un cast di personaggi assolutamente interessante, e soprattutto un colpo di scena di quelli magistrali già nel primissimo numero.
Un vecchio leone del comicdom torna a scrivere, e lo fa BENISSIMO, a differenza di  Chris_Claremont, che ormai si è un po’ rammollito e veleggia nelle anonime acque della sufficienza (a proposito Chris, riprenditi presto… in tutti i sensi, visto che sei stato anche male di recente )

Le immagini sono ©opyright degli aventi diritto, e riprodotte solo a scopo di recensione… non certo per farmi bello!

Zero Girl, del bizzarro Sam_Kieth: una love-story studentesca con protagonista una ragazza particolare, che vive in un mondo onirico-psichedelico in cui tutto ciò che ha una forma rotonda la protegge, mentre le ‘cose quadrate’ sono sue acerrime nemiche.
Altra particolarità: i suoi piedi producono pozzanghere d’acqua ogni volta che si emoziona … schifoso, nevvero?

Eppure vi assicuro che è una ragazzina adorabile.

Le situazioni assurde in cui si viene a trovare la ragazza in realtà hanno una forte componente simbolico-psicanalitica, e raccontano con molta ironia e parecchi doppi sensi le emozioni e le problematiche di un rapporto d’amore molto particolare e difficile da gestire: quello nato tra l’emarginata Amy (la nostra ‘Zero Girl’ ) e Tim, un suo insegnante.
Molto romanticismo ma niente peli sulla lingua, per una storia dal gusto dolceamaro, basata molto sui dialoghi e sui disegni psichedelici e caricaturali di Keith.
Se siete a caccia di un lieto fine, vi consiglio di leggere anche la postfazione del fumetto, sempre a opera di Keith ______________________________________________________________________

Ecco qui lo schifosissimo Davy Jones… ovviamente anche in questo caso le immagini sono ©opyright degli aventi diritto, e riprodotte solo a scopo di recensione. Tutti i diritti sono riservati e bla bla bla…

Finalmente anch’io ho visto il secondo capitolo della saga del mitico Jack Sparrow, assieme ai suoi compari, il  figo di professione e  quell’inglesina dalla belle guance.
Che, dire, se come me avrete visto il finale, forse capirete questa mia uscita: mi ha fatto la stessa tristezza di quella che provo quando ascolto ‘Servi della Gleba’ , di  Elio_e_le_storie_tese

Sicuramente un film per adolescenti ben confezionato… Johnny  Depp al solito recita bene, ma gli hanno decisamente annacquato il personaggio con sprazzi di ‘debolezza’ funzionali all’intreccio di una nuova trama, ma di cui non si sentiva il bisogno (qualcuno potrebbe dire lo stesso anche dello stesso sequel e di quello imminente, ma vabbè…).

Il primo film continuo ad apprezzarlo maggiormente. L’horror era una componente ben amalgamata al film, invece di strabordare trovate grafiche da ogni inquadratura.
Le battute di Jack Sparrow e l’istrionismo di Depp era gestito in modo più simpatico, mentre qui si susseguono scene d’azione mescolate a freddure, nel classico stile veloce, moderno, hollywoodiano, che per carità alla fine non risultano sgradevoli, ma di sicuro rendono questo film uguale a centomila altri…

Il cattivo del film, più che essere terrorizzante, è disgustoso.
Cielo, cos’ha dietro la nuca? Uno…scroto?
Ottimi gli effetti speciali comunque.

Qui invece potete ammirare la piccola aspirante miss Sunshine, ovvero Abigail Breslin … ricordate che anche in questo caso il suo faccino adorabile è  ©opyright degli aventi diritto, e riprodotto solo a scopo di recensione. Tutti i diritti sono riservati, riservatissimi!

Little Miss Sunshine (Bring me Sunshine, in originale): leggero e divertente, la piccola protagonista è adorabile, come il resto dei personaggi.
Da vedere in compagnia di amici, è una commediola familiare, ma per nulla stupida.

Una diafana Bryce Dallas Howard confessa drammaticamente a un confuso e attonito Paul Giamatti di essere la figlia di Richie Cunningham … oppure no? Qualunque cosa stiano dicendosi i due, voi dovete solo sapere che l’immagine è  ©opyright degli aventi diritto, e riprodotto solo a scopo di recensione. Tutti i diritti sono riservati.


E visto che abbiamo parlato di Abigail Breslin, vista anche in ‘Signs’ , saltiamo di palo in frasca e andiamo a parlare del nuovo film dello stesso regista di quella pellicola,  M. Night Shyamalan, 

Lady in the Water: spiacente, ma sono uno dei pazzoidi a cui piace Shyamalan, e pure molto. Leggendo le varie recensioni, sembra che amare questo regista sia sintomo di superiorità intellettuale e spocchiosità.
Io invece credo che da anni questo autore porti avanti una propria personale poetica e un messaggio per lui molto importante, e penso che si veda chiaramente in ogni suo film.
Ecco perchè, sotto un’apparenza da horror, da film di fantascienza o thriller, Shyamalan in realtà parla da tanti anni di FEDE.
Sia che si intenda in maniera cattolica, o in senso spirituale più ampio, la fede dei suoi film è elemento di unità che giustifica i legami e i conflitti dei personaggi, le loro motivazioni e in pratica il film stesso.
Fede che serve come mezzo per superare la depressione, l’angoscia, per ritrovare la gioia della vita nell’unità di piccoli gruppi.
Questa volta, dopo aver utilizzato per i suoi scopi gli scenari thriller horror, i fumetti di supereroi ( Unbreakable è il miglior film SUI fumetti mai girato), e la fantascienza anni 50 mixata ad argomenti da ‘X-files’ , Shyamalan gioca coi meccanismi della fiaba. E’ un gioco consapevole, metanarrativo, in cui la vicenda e il tessuto fiabesco si citano, si completano e si rimandano l’uno all’altro.
Già di per sé non c’è nessun tentativo artificioso di ricreare l’elemento fantastico, ma semmai è questo stesso a contaminare il reale fornendo una nuova chiave per interpretare le cose.

A questo punto è logico che un film tanto intimista risulti deludente per la platea convinta di guardare una delle tante pellicole ‘de paura’ stile ‘The ring’…

Divertentissimi i siparietti ed alcune battute, specie la scenetta che vede protagonista l’odioso critico cinematografico.
L’unica cosa che mi ha lasciato dubbi è l’attore principale…a volte il suo modo di interpretare il personaggio mi sembra un po’ troppo buffonesco, sopra le righe.

 

Il fatto che le regole vengono scritte di volta in volta potrà anche far storcere il naso, ma questo ‘The LAdy in the Water’ non è un film horror o un thriller ( in questo caso sì che me la sarei presa  per la debolezza dell’idea iniziale!) .
E’ un film profondamente intimista e poetico invece, che si preoccupa più di spiegarci la personale filosofia di vita di Shyamalan che di rendere il giochetto metanarrativo più nascosto.
Ma quando già la coprotagonista si chiama Story, come già qualcuno ha fatto notare, c’è davvero poco da nascondere.

Dato che è strutturato come una fiaba, genere narrativo già di per sé parecchio semplificato, pieno di interventi esterni, deus ex machina e contraddizioni, non c’é da stupirsi se abbia alcune falle narrative.

Nelle favole, la lotta interiore dei personaggi e il loro stato emotivo trascende l’intreccio, e spesso manipola la realtà circostante per ottenere l’effetto simbolico.
Quindi, per come la vedo io (avrò letto, per pura passione, tonnellate di fiabe e leggende folkloristiche) è tutto regolare.

Potà anche piacere o non piacere, ma io credo che da ‘Il sesto senso’ in poi questo regista non stia facendo altro che raccontarci il suo punto di vista, spesso invadente, ma profondamente emotivo, coinvolto, viscerale.
Io la penso esattamente come lui su certe cose, quindi forse sono di parte quando dico che mi sono piaciuti parecchio tutti i suoi film, proprio vedendoli tutti come frammenti di una filosofia di base, che si fa prestare i meccanismi dell’horror, della fantascienza anni 50, o in questo caso delle analisi favolistiche stile Propp, ma solo per ‘guarnire’ l’involucro e renderlo più invogliante.

Il fatto che questa filosofia sia spesso più importante della coerenza narrativa del film stesso, lo si capisce dal modo in cui Shyamalan entra in gioco come attore, in un ruolo che a una prima occhiata sembrerebbe presuntuoso.
Ricordiamoci però che[SPOILER] il cosidetto messia-scrittore sa benissimo che le sue idee lo porteranno alla morte una volta diffuse nel mondo [color=#E4EAF2] [FINE SPOILER] e che quindi il volersi mettere in campo in prima persona, la fiducia piena nelle piccole e semplici verità è più importante di qualsiasi cosa.
Se il senso del film è la ricerca dello scopo di ognuno di noi (incarnato nell’ossessiva, in apparenza fredda, ricerca del filo che collega i vari pezzi narrativi che costituiscono la storia da narrare, e che alla fine risulterà essere il film stesso, o la vita, se vogliamo) allora per raggiungere quello scopo bisogna essere disposti a tutto.

Alla fine chi viene maggiormente punito in tutta la vicenda è una persona che al posto di credere nel suo scopo, si sente in dovere di imporlo e ordinarlo, anche inconsciamente, agli altri.
E persino questo esilarante, e per me geniale, sviluppo del film è stato condannato, con un eccesso di malafede che afferma, in parecchie recensioni lette in giro [SPOILER] che il regista in realtà volesse punire il proprio nemico, il critico [FINE SPOILER].

Jay e Silen Bob vi ricordano che   anche questa l’immagine è  ©opyright degli aventi diritto, e riprodotta solo a scopo di recensione. Tutti i diritti sono riservati, amico.

Tanto tempo fa un film indipendente in bianco e nero, che raccontava le vite stralunate di un gruppo di commessi nerd sfaccendati del New Jersey, fece balzare il giovane regista Kevin_Smith  davanti all’attenzione della critica cinematografica americana. E ciò è bene, perché ci ha regalato filmetti esilaranti come ‘Jay e Silent Bob vanno a Hollywood’ oppure piccoli gioiellini come ‘Dogma’ , spesso più sulla bocca dei giornalisti per le provocazioni ( parecchio innocenti, e comunque efficaci solo se si considera il puritanesimo estremo della società americana) che per le interessanti riflessioni che lanciano.

Il film si  chiamava ‘ Clerks -Commessi  ‘ .

Questo sequel, che riprende dopo anni e anni i personaggi di ‘Clerks’ e il loro piccolo mondo, si colloca decisamente nella prima categoria, divertimento disimpegnato,  senza arrivare alle vette del precedente gioiellino in bianco e nero,ma… ironia pesante sulle convenzioni sociali, razziali, sessuali, intere categorie nerd messe alla berlina, e soprattutto Jay e Silent Bob ( dovrebbero decidersi come chiamare il povero Bob, nelle edizioni italiane… ci saranno duemila versioni diverse in ogni film, dall’orrendo ‘Zittino Bob’, a ‘Bob il muto’, al ‘Lingua Secca Bob’ di questa pellicola).Cos’altro chiedere di più a un film? " Un anello per domarli tutti…

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