Vorrei che per una volta  mi baciassi, disse un giorno un bimbo seduto davanti alla finestra, rivolgendosi al cielo.

Il bello delle nuvole è che si piegano ai nostri desideri, ai punti di vista che non avremmo mai il coraggio di portare avanti.

Se tra i  riflessi nel cielo ci fosse anche solo una stella dai bagliori tenui, sapremmo dove andare, invece ci tocca  di provare a  volare senza averlo mai fatto prima.

E non è detto che chi si mette a volare diventi automaticamente un supereroe.

Così il bambino raccolse tutto il coraggio che  poteva richiamare stringendo il  palmo di quella sua piccola mano e saltò nel cielo, fino a raggiungere la volta celeste.

Ogni volta che saliva di quota, si immaginava dei gradini trasparenti da scavalcare, e questo gli facilitava il lasciarsi alle spalle l’ennesimo strato di atmosfera.

Capì che salire quei gradini significava accettare una felicità inafferrabile, incerta, e che il rovescio di  essa poteva facilmente mostrare stanze buie e risate nascoste nell’ombra.

Ma continuò  mentre sotto di lui il mondo intero si accalcava ad osservare prima  con apprensione, poi con crescente ammirazione

Diventò sempre più abile nel prendere quota e nel fingere di dare una direzione a quel suo fluttuare incerto e nervoso come il vento.

 Sviluppò la capacità di andare oltre ricordi, problemi, riflessioni e ostacoli come fossero grattacieli tanto belli e imponenti quanto inutili.

I suoi occhi divennero capaci di scrutare l’anima di qualsiasi cosa, viva o morta che fosse, e di scioglierne l’involucro molecolare in deliziose pappette pronte in cinque minuti, il tempo di innamorarsi in cucina e poi andare a trombare in soggiorno.

C’era una cosa che lo rendeva indiscutibilmente un SuperEroe: la capacità di comprendere benissimo che uno come lui  non poteva esistere, e di fregarsene altamente, sfoderando un sorriso da bambino fiducioso da un numero.

Aiutato dal giusto numero di boccali di birra, avrebbe potuto persino  tramutare carbone in diamante, anche se non sarebbe comunque riuscito ad ottenere il processo inverso.

Insomma, sapeva fare tante belle cosette, e con competenze così specifiche gli dissero persino che ormai  era ampiamente  maturo per entrare nel Mondo del Lavoro.

A volte, nonostante quella pace suprema che gli dava il volo, si faceva anche lui delle domande, si poneva dei dubbi esistenziali.

Tentava di rilassarsi e ignorarli, ma nel suo caso specifico ogni piccola domanda irrisolta volava anch’essa  nel cielo  insieme a lui. L’insieme di queste domande era simile come consistenza a nuvole di colore grigiastro.

A un certo punto si accumularono tutte assieme,  formando una  specie di punto interrogativo gigante  che minacciava di oscurare persino la Luna.

Per evitare questa minaccia all’umanità, il nostro piccolo eroe non trovò di meglio che balzare nella stratosfera e smembrare  la Grande Domanda Gigante con le sue stesse mani.

Ma non riuscì a distruggerla, riuscì solo a modellarla in una specie di forma irregolare e pasticciata.

Quindi fu costretto a trovare una soluzione approssimativa: trascinarla con sè sulla Terra e nasconderla sotto il tappeto come faceva spesso  quando non aveva voglia di raccogliere lo sporco.

Per evitare di essere rimproverato per questo, decise di tenere per un po’ un basso profilo: svolazzamenti ridotti al minimo, casa, lavoro, famiglia e cane.

 Inforcati gli occhialoni spessi e il completo da impiegato, nessuno avrebbe osato criticarlo.

Poi, una bella domenica di primavera si stancò di questo esilio volontario,  e disse ai suoi cari: " Voglio provare a volare  più veloce di qualsiasi ricordo " .

Schizzò nel cielo liberandosi di quei vestiti  che ormai gli si erano appiccicati come una seconda, sgradevole pelle, e raggiunse il buio oltre le stelle.

La sua immagine impressa sulla retina di amici, conoscenti, spettatori rimasti a bocca aperta, venne inghiottita e digerita dalle nuvole, scomparendo per sempre.

Nessuno lo rivide più.

Sua madre fece giurare a tutte le piante, gli alberi, le rocce , gli uomini e gli animali del pianeta di piangere affinchè le loro lacrime unite avrebbero potuto richiamarlo a casa.

Solo una persona si rifiutò di piangere.

Era un  un giovane innamorato, seduto su una panchina.

Aveva letto una pagina abbandonata per terra, e a differenza degli altri non aveva dimenticato.
Non gli venne  da  versare nemmeno una piccola lacrima, e decise piuttosto di abbandonarsi al sonno, reclinato sullo schienale della panchina.

Nel sogno, l’innamorato si trovò a  sussurrare  puntini di sospensione alla  Donna dagli Occhi Liquidi che stava davanti a lui, pensò al mare e la Donna divenne schiuma che si increspava…
"…"
Mentre sognava queste cose, il suo cuore si spezzò.Il bimbo  alla fine sembrava aver scelto di rimanere nel cielo , e senza di lui la madre impazzì, decidendo di bruciare tutto ciò che la circondava.

Brandendo una spada fiammeggiante accese l’universo in ununico grande rogo.

Poi si udirono soltanto sospiri di fuoco, stelle che si spegnevano, disegni celesti composti di cenere scura che imbrattavano mani divine, invisibili e confuse, invecchiate  e incapaci di tracciare di nuovo immagini che ricordassero, anche solo lontanamente, la gloria della vita che fu.

E tutto ciò che si sapeva fino ad allora  si perse per sempre.

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