La prima storia di cui ho memoria me la raccontò mio nonno. Era la favola del Corvo di Massaro Antonio, in pratica una delle tante versioni della storiella in cui una cornacchia viene adulata dalla volpe e lascia cadere il pezzo di formaggio che teneva nel becco. Poi inventava anche altre favole, in cui io però ero l’eroe assoluto, e in cui facevo sempre qualcosa di coraggioso per salvare un qualsiasi animaletto  stupido rimasto ferito nel bosco, spesso utilizzando  per gli spostamenti il mio cavallino a dondolo (me l’aveva comperato lui e si chiamava Furio: rimase per anni nel salotto di casa mia, in balia di tutti i bimbi che vi entravano, e presto si sfasciò irrimediabilmente sotto il peso di ben due generazioni di pargoli venuti fuori nella mia tipica  famiglia sicula infarcita di cugini di primo, secondo, ottavo grado).

A volte mi aiutava a fare statuine col Das, mi faceva giocare coi pezzi di legno (era un bravissimo pittore ed ebanista mancato, non aveva potuto aprire bottega al paese per via della chiamata alle armi in guerra, e di lì in poi aveva continuato a spostarsi e a fare il soldato per tutta la vita ) ma non troppo perché era un tipo ordinato e non voleva che facessi casino, e conservava per me tutti i giocattoli. La nonna mi faceva spesso stare con lei in cucina, e lì, armato di pentoline, acqua, briciole e pezzi di ortaggi cucinavo schifezze immonde, pretendendo di farle assaggiare.

Mio nonno mi teneva in casa quando i miei non c’erano. Mi puliva, vestiva, accompagnava a prendere il gelato in piazza, dove spesso si fermava a parlare con i suoi amici ( ne ricordo uno buffissimo, che teneva sempre in bocca uno stuzzicadente ),  e quando tornavamo a casa, mi faceva conservare il cucchiaino di plastica con cui avevo mangiato il gelato, che era ogni giorno di un colore diverso, dentro la credenza, non ho  mai capito perché. Poi mi accompagnava davanti alla scuola elementare in cui probabilmente sarei stato iscritto se non ci fossimo poi trasferiti a Milazzo.Quando era aperta mi faceva passeggiare tra i bambini, i quali mi tiravano la palla, e mi esortava a darle dei calcetti. Se invece era chiusa, mi faceva un sacco di discussioni da ‘ometto’ sull’importanza dell’istruzione e su quanto avrei dovuto renderlo orgoglioso. E io, proprio come un ometto, annuivo.

Va comunque detto che i primi due anni di Elementari furono non proprio brillanti. La colpa era dei disegni appesi alle pareti, che mi distraevano spesso dall’ascoltare la maestra. Ogni mattina, la simpatica gag prevedeva lei intenta a spiegare, io che mi giravo a guardare i disegni, e infine il suo urlo che mi riportava alla realtà facendomi cascare dalla sediolina. La disciplina a quei tempi era tutto, non osavo spiegarle che io sapevo GIA’ leggere e scrivere, ma la mia innata presunzione (già a quei tempi cospicua) si limitava a venir fuori come apparente distrazione. Dati i continui richiami della maestra mio padre si era ormai rassegnato ad avere un figlio disordinato e strambo, che il primo giorno di scuola, quando la maestra gli aveva chiesto: "In che banco vuoi sederti? " aveva scelto l’ultimo, nonostante la maestra l’avesse avvertito che quello era il posto degli asini. Sicuramente era lontano abbastanza dagli altri bimbi (o meglio, alieni) da farmi stare placido per i fatti miei.

Dalla terza elementare in poi (cominciarono i programmi di storia, geografia ecc.) divenni una sorta di mito incontrastato. Leggevo velocemente e assorbivo rapidamente le nozioni, la maestra faceva leggere i miei temi nelle classi vicine. Due palle. Vi immaginate come mi sentivo, a stare sul ‘podio’, circondato da bimbi  di altre classi che osservavano e nemmeno capivano quello che scrivevo? Ma restavo zitto, perché alla fine nemmeno io capivo quello che veniva fuori da quei temi, né avrei voluto spiegarlo. Io volevo solo tornare a casa, mangiare il pranzetto della nonna e guardare i cartoni, magari  barattando un bel voto con un regalino dei miei. E invece quei bimbi guardavano, e si annoiavano come me.

Ed erano costretti ad applaudire. Dannate scuole fasciste. Se vi dicessi cos’ho trovato nei dettati, in certi quaderni, provereste orrore. Stagioni mai esistite, preconfezionate, un’idea della natura falsa e sorda ai problemi ambientali, esaltazione di virtù astratte  ( ricordo anche in analisi grammaticale, la categoria stupida dei ‘nomi astratti’) , zero senso pratico. Eravamo soldatini, macchine per prendere voti o fare lavoretti per le feste di Natale, in cui ognuno aveva un ruolo, un’orticello da seminare da cui era vietato uscire.

Cosa pensavano che fregasse a un bimbo degli applausi? Servivo soltanto ad essere esibito come trofeo, quando in realtà avevo solo voglia di farmi capire. Ad esempio, mi piaceva la storia, e soprattutto mi piaceva parlare di tutte le cose strambe che scoprivo nei libri. Non era solo amore per la cultura, lo capisco solo adesso. Era voglia di essere ascoltato, di condividere le cose che mi piacevano con gli altri. Ricordo una volta in cui aspettavo paziente di essere interrogato sulla lezione dedicata all’impero romano. Addirittura certi argomenti li attendevo con ansia, per quanto mi piaceva approfondirli a casa. Quel giorno la maestra si dimenticò di interrogarmi. Io feci finta di nulla (ero un bimbo parecchio composto, all’inglese, raramente frignavo in pubblico, a parte rare volte, e sempre per motivi scemi, tipo perdere una penna ) ma poi tornai a casa piangendo. Non per il voto, e nemmeno per fare sfoggio del mio sapere. Ma quelle cose, volevo dirle. Ne avevo bisogno. Avevo bisogno di raccontarle,  di condividerle.

Eppure, a ripensarci, sono stati gli anni migliori della mia vita. Forse sono un fascista in embrione.

Da piccolo non disegnavo, creavo intricati vortici di linee d’ogni sorta, che vagamente avevano forme riconoscibili, ma che nella mia testa formavano mondi talmente definiti da essere quasi invadenti. Dove finivano loro, e dove cominciava la realtà?

Iniziai a creare i miei personali fumetti da piccolissimo, ideando una vera e propria strip, che non aveva un vero e proprio titolo. A tre anni, prima ancora di saper scrivere il mio nome, avevo rubato il nome e le fattezze di  tutti i miei familiari (cugini compresi) e li avevo trasformati in personaggi dei fumetti. Il centro di questa famiglia a fumetti immaginaria era uno scienziato pazzo, che aveva le fattezze di mio nonno, ma condivideva caratteristiche con Zio Paperone (per via della ricchezza con cui sovvenzionava avventure, viaggi e macchinari strambi ) e col Dottor Slump dei fumetti di Toriyama, visto che si circondava di robottini dalle diverse funzioni.

Questo nonno-inventore aveva visto morire in un’incidente la nipotina preferita, Roberta, e l’aveva ricreata sottoforma di robottina, diciamo pure una specie di Cyborg. In pratica era  un plagio monumentale,  avrei potuto chiamarlo Dr._Slump_&_Arale  incontrano Astroboy , ma a quei tempi non me ne fregava dell’originalità e non conoscevo le cause contro la violazione dei copyright.

Roberta era una specie di mio avatar al femminile, ma era parecchio forte e determinata. Il suo essere robotico le conferiva poteri eccezionali, i quali la rendevano l’elemento risolutore delle vicende. Aveva una specie di treccia lunghissima, dotata di vita propria, mediante la quale era in grado di sollevare oggetti pesantissimi oppure schioccarla contro i malvagi a mo’ di mazza/frusta. Aveva anche una pozione rinforzante che l’aiutava nei momenti difficili, come Popeye. Gli altri familiari erano elementi di contorno, c’erano i cloni di Qui Quo,qua ispirati ai miei cugini piccoli, la nonna, la mamma, il ‘fidanzato ufficiale’ di Roberta, e così via. Era un bel personaggio, una ragazza impulsiva ed eroica, un vero e proprio supereroe.

Mancò per molti anni un corrispettivo di mio padre. Lo disegnai anni dopo, dandogli un ruolo simile  a quello di Paperino nei fumetti di Zio Paperone, insomma una sorta di bonario pasticcione. Questo, e il fatto che disegnassi ogni bimbo o bimba perennemente col ciucciotto come Maggie Simpson,  ovvero in pratica come la versione a fumetti della mia sorellina piccola, che fino a tre anni non si separò mai dal suo ciucciotto, può essere considerato un mio primo approccio alla satira.

Una volta feci leggere a mio padre mentre pranzava solo a tavola ( purtroppo tornava tardi dal lavoro ed era costretto a pranzare lontano dalla famiglia ), armandomi di coraggio, un fumetto in cui lui era l’unico protagonista, e diventava una specie di versione familiare di Super-Pippo. Peccato per la sua reputazione che come ‘pozione magica trasformante’  fui costretto a inserire il vino ( decisamente una scelta poco morigerata e onorevole ) al posto delle noccioline, visto che era la sua bevanda preferita, ma comunque sembrò apprezzarlo.Tutto quel che facevo da piccolo era giudicato dai miei con un misto di compiacimento e senso pratico: si complimentavano, ma cercavano di non farmi gonfiare troppo.

 Il primo disegno che ricordo era invece ispirato  al racconto su Gesù in croce, in cui, invece di commuovermi per la triste sorte del Salvatore, cercavo di teorizzare al mio esterefatto nonnino il modo più comodo con cui i Romani avrebbero potuto martirizzarlo, e alla fine , dato che ancora ero troppo piccolo per conoscere le fruste, mi ero immaginato i Romani armati di piccone. Volevo anche disegnare questo orrore, ma me lo impedì.

So che tutto ciò a un credente potrebbe sembrare blasfemo, ma ero solo un bimbo che giocava,  cresciuto peraltro in una casa in cui l’immagine di Gesù in croce, che colpisce parecchio per la sua drammaticità, era stata spesso usata da mio nonno in quelli che ancora oggi reputo i suoi quadri e le sue statuine migliori. Chissà, forse perché li fece  nel pieno della sua energia giovanile, riuscendo a trasmettere negli occhi del Cristo un tipo di sofferenza e alienazione molto incisivo, con pennellate rapide e segni evocativi. Con molti di quei quadri pagò libri e tasse universitarie a mia madre, a volte ne scopriamo qualcuno appeso nei posti più impensati di Messina ( persino una panetteria, una volta! ), la città in cui è vissuto con mia nonna e mia madre fino al periodo universitario, in cui  quest’ultima conobbe e sposò mio padre.

Comunque sia, per me i Santi non avevano tutta questa importanza. Questo fa capire in primo luogo quanto sia deviante e poco esplicativa del messaggio di pace e speranza voluto dal Cattolicesimo il corpo martirizzato di un’uomo. Diciamocelo, la cosiddetta vicinanza con Dio che dovrebbero avere i bimbi, propagandata al Catechismo, in me non era così presente, e non solo per questo motivo. Del Catechismo  infatti ricordo  il bastone del prete che pretendeva i sacramenti a memoria e il clima di attesa e paura, preludio alla prima confessione che ci avrebbe introdotto alla Comunione. Decisamente terrorizzante, soprattutto per me che già da bimbo credevo di aver commesso numerosissimi peccati mortali per colpa della mia curiosità infantile che mi spingeva ad esplorare situazioni proibite. Alla fine era solo un’altra scuola, in cui cercare di fare bella figura per onorare me stesso e la micro-società su cui si reggeva il mio piccolo mondo tranquillo, infatti divenni quasi subito uno dei secchioni del corso, così come alle Elementari ero il cocco della maestra. Mi ci accompagnava sempre mio nonno, assicurandosi che non mi succedesse nulla. I bambini che lo frequentavano erano molto diversi da me, decisamente più smaliziati. Loro abitavano vicino la Chiesa e di certo gli era permesso uscire da soli invece che essere accompagnati.

Ricordo un episodio buffo, e tragico assieme, in cui il ‘matto del paese’ rincorse con un mattone alcuni di questi bimbi, che lo avevano fatto imbestialire canzonandolo, e mio nonno, giunto sul posto per accompagnarmi al Catechismo come suo solito, si era trovato con una decina di bimbi che tentavano di ripararsi dietro le sue spalle, travolgenti come un’uragano.

In ogni caso, sia  i miei genitori  sia mio nonno non mi incoraggiarono mai  così tanto a disegnare, e quest’ultimo diceva sconsolato che sapevo fare solo ‘pupazzetti’ .Non li biasimo, ora come ora riesco a tirare due linee dritte, ma da bambino facevo letteralmente schifo.Ho rivisto i miei quaderni, ghirigori incomprensibili e confusi davano vita a storie così fantasiose da essere deliranti. Non era voglia di disegnare. Era grafomania esasperata. Imbrattavo ogni foglio pulito, quando finivo i fogli disegnavo addirittura negli spazi bianchi o nelle foto meno nitide delle riviste, per un po’ disegnai pure sui muri (e pure tanto, visto che furono costretti a reimbiancare una parete ), finché logicamente riuscirono ad impedirmelo.

Non sapevo il perché di quell’urgenza espressiva. Avevo un sacco di storie da raccontare, il micromondo di Roberta e del nonno inventore andava avanti (mi accompagnò fino a quando avevo quasi dieci anni) , e nel frattempo inventavo robot, supereroi di ogni sorta… quando guardavo alla tv un cartone appassionante, ma con un finale particolarmente triste (e, nella grande era dei cartoni giapponesi in cui sono cresciuto, TUTTI i finali erano tristi ) dovevo cercare di modificarlo. Spesso intervenni nella rivoluzione francese, per aiutare il re e la regina che mi stavano simpatici.

Ci fu un periodo in cui questo mondo segreto iniziò a darmi fastidio. Insomma, i bambini che conoscevano non passavano tutto il santo giorno ad emozionarsi partecipando a eventi mai accaduti. Mi sembrava di essere un piccolo drogato, che si nutriva di un piacere colpevole. Sì, perché io alle mie storie ci credevo, se mi immaginavo un’avventura assieme all’uomo tigre  o all’uomo ragno ero capace di viverla tanto intensamente da affaticarmi e sudare quasi come fosse stata vera. I miei pantaloni o pantaloncini, specie d’estate, quando non avevo altro da fare che disegnare e guardare la tv, erano pieni zeppi di carte, cartine, appunti, in cui scrivevo i nomi dei supereroi che creavo e tutta la loro genealogia, per non dimenticarla. A volte, sempre per ricordarmeli, scrivevo improbabili liste di regali di Natale che i miei non avrebbero mai potuto soddisfare nonostante i miei immancabili pianti.

Più la mia passione per i fumetti realizzati da autori veri aumentava, meno mi convincevano le mie fantasie. Conoscere a nove anni la bravura di disegnatori come il Frank Miller prima maniera  e John Byrne mi rendeva parecchio scettico sul successo che avrebbero avuto i miei eroi a fumetti. Capite, avevo dieci anni e dopo vari tentativi avevo appena imparato a disegnare un naso dritto. Quindi diciamo che per un po’ lasciai perdere…

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3 thoughts on “

  1. FiocoTram

    Simi: in effetti ti ci vedo tantissimo 🙂

    Una delle ingiustizie di questo mondo (almeno a mio parere) è che io e te non ci siamo potuti conoscere da piccoli, e che quindi non abbiamo potuto giocare assieme nemmeno una volta.

    UtenteAnonimo( anche se magari sei Fuhsibagua): non saprei che dire, forse sono metodi pedagogici che noi non riusciremo a capire mai.
    Il fatto di sapere di ‘essere bravo’ in effetti mi portò solo rogne.
    A un certo punto le mamme dei miei compagni si ingelosirono del mio ‘successo’ , e scoppiò un po’ di casino, tanto che cercarono di mettermi contro persino i miei compagni di classe.
    Per fortuna il tentativo non riuscì. Da bimbo, nonostante fossi timido, grasso, e non riuscissi abile in nessun gioco, emanavo una specie di aura benefica, tutti mi proteggevano e volevano bene.
    Soprattutto i miei compagni.
    Non mi presero MAI in giro.
    Ed ero un ciccione pauroso, me lo ricordo bene.

    Era una gran bella classe, quella. Erano tutti bimbi sinceri e buoni.
    Soprattutto nei miei ricordi.
    Spero di non venire mai a scoprire che non era vero.

  2. utente anonimo

    a scuola la maestra mi dava sempre buono nei temi, poi li leggeva alle altre classi, diceva a mia mamma che metteva un voto basso per spronarmi a fare meglio, ma io non lo sapevo, ho scoperto di essere brava a scrivere in 3° superiore.

  3. simichan

    un racconto splendido, in cui riconosco buona parte della mia infanzia (tranne che io non disegnavo perché non ne ero capace: io scrivevo direttamente racconti).
    in particolare mi ha colpito quello che dici sulle interrogazioni “mancate”…anche io provavo una sensazione simile alla tua: il “non poter condividere” quello che mi era piaciuto. anche perché se non ne parli a scuola con la maestra non hai molte occasioni per farlo altrove: i genitori sono impegnati, le nonne hanno da pensare a mille cose.
    grazie. 🙂

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