La bambina il fantasma

Come da titolo, c’era una bambina, e c’era un fantasma. La bambina  era stata mandata dalla mamma a prendere il pane. Indossava un vestito bianco a fiori, ed era più elegante del solito. Il fantasma camminava dietro di lei, a una certa distanza, che però  aumentava sempre di più.  Se tendeva la mano avanti, poteva avere l’illusione di prenderla e chiuderla dentro il pugno, tanto si faceva piccolina la sua immagine mentre si allontanava.

Il fantasma  appariva con un’espressione stralunata, e stava in silenzio, come una canzone di Battiato che suonava all’interno di una stanza vuota. La bambina invece era tranquilla, e camminava come quella canzone di Cocciante, quella che parlava di biciclette e di domeniche mattina. La guardava in silenzio, senza che gli venisse neanche per scherzo l’idea di chiamarla per farla voltare. C’erano leggi ferree circa il parlare tra vivi e morti. Don’t talk to the livings, recitava un cartello appeso sopra l’autobus dei morti, che fa le stesse fermate di quello dei vivi, camminando lungo l’ombra di quest’ultimo, stando ben attento a non sovrapporsi. Erano leggi antiche, forse antiche quanto la creazione del mondo… o forse furono inventate ai tempi di quella storiella su Orfeo ed Euridice, e da quel momento tutti decisero di regolarsi a quel mondo. Poi dicono che le storie non hanno potere. Ne hanno molto più degli uomini, soltanto che questi ultimi non lo ammetterebbero mai.

Il fantasma comunque non era sicuro di essere vivo o morto. Poteva benissimo essere un  altro tipo di fantasma, tipo i fantasmi del passato. Per alcuni esseri viventi il passato è molto più tangibile del futuro o del presente. Tutte e tre le categorie sono talmente sfumate e opinabili che uno può scegliere di viverle come se cambiasse cappotto. Pochi vivono nell’unico tempo realmente esistente, ovvero il presente, che fa pure rima, anche se non era mia intenzione. In ogni modo, nel caso in cui fosse stato un fantasma del passato, doveva comportarsi seguendo un preciso copione. Sennò sarebbe successo qualche casino nel tessuto spaziotemporale, e tutti sappiamo che è meglio che certe cose non succedano ( non a caso il secondo film della saga Ritorno al Futuro è quello più pasticciato, anche se, dico io, molto meglio del terzo).

Il copione prevedeva silenzio. Quella mattina, la bambina non doveva incontrare nessuno. Nemmeno il ragazzo per il quale si era vestita a festa, il ragazzo che le aveva promesso un incontro, proprio lì, davanti al negozio del pane. Il fantasma sarebbe stato zitto, ben nascosto, e avrebbe osservato la bambina rassegnarsi e tornare a casa, col suo sacchetto del pane per la mamma, e la bocca non sfiorata da nessun bacio. Perché così doveva andare, punto,  e a capo.

Tutti avrebbero pagato il loro giusto prezzo per questa storia, sia la bambina che il ragazzo. Si paga sempre un prezzo, e anche ammettendo che tu non voglia farlo, e  che ti riesca di scappare, prima o poi il conto ti raggiunge lo stesso. Quindi meglio pagarlo subito.

C’era poi un’altra storia, parallela ma allo stesso modo consequenziale di questa, in cui si vede un tizio che brancola nel buio, chiuso a chiave dentro una stanza. La solitudine e il senso di prigionia sono così insostenibili da spingerlo a lamentarsi e parlare da solo. Fuori dalla stanza ci sta una grande sala piena di gente, un vero e proprio party pieno di luci, cibo, alcool, musica, e chiacchere. Tutti stanno allegri, radunati davanti alla porta, e origliano le frasi del tizio chiuso a chiave, divertendosi un mondo. Rappresenta la loro attrazione principale. Diffuse attraverso la grande sala, le parole farneticanti di quel poveraccio si trasformano magicamente in grandi verità universali, piene di arguzia, sentimento, poesia. Ogni parola evoca dentro la testa di ciascuno immagini vivide, colorate, più brillanti della vita stessa. Ben presto, le teste dei vari partecipanti alla festa, sia uomini che donne,  diventano così pesanti e gravide da costringerli a partorire, a rigurgitare immagini, che presto si ammucchiano in un angolo e crescono, crescono, sino a formare un altro mondo,  perfettamente speculare a questo.

Approfittando della confusione, una mano invisibile ( probabilmente il buffone della festa, lo stesso che ha corretto quattro volte l’aperitivo mettendoci la vodka) infila la chiave nella toppa e sblocca la serratura della porta chiusa a chiave.

A quel punto , la totalità degli esseri viventi si stringe  l’un l’altro, all’interno dei rispettivi mondi di appartenenza, attendendo che l’uomo chiuso dentro la stanza riesca finalmente a uscire, e che dia il suo responso su quale mondo sia il migliore, il più degno di vivere.

L’uomo esce, e  si guarda attorno, confuso. Si gratta la fronte, guarda prima il mondo numero uno, poi getta un’altra occhiata fugace al numero due, e infine li esamina, prima separatamente, poi insieme.

E alla fine sentenzia, con voce grave: " Mah, a me fanno cagare entrambi, per cui possono anche continuare a esistere tutti e due " .

A questa risposta seguono applausi festosi, stelle filanti, e fuochi d’artificio.

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7 thoughts on “La bambina il fantasma

  1. FiocoTram

    Grazie a te, passa pure quando vuoi:)
    In nome della nostra antica militanza forumistica e breve collaborazione artistica ( nel mio caso davvero brevissima ^^;) ti auguro di trovare un sacco di occasioni nella tua vita futura per ridere, anziché piangere, e non necessariamente legate soltanto alla parola scritta;)

  2. Ziloroca

    Nessuno ha ancora commentato? Cazzo, questa cosa che hai scritto mi ha afferrato. Molto bella. Inoltre, con ironia – grande pregio – esponi piccole grandi cose. E l’uso del grassetto in questa maniera me gusta assaje. Complimenti.

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