La provincia italiana: brutta, soffocante, piena di orrori che si digeriscono piano, fino a diventare parte della tua anima, rendendola pesante, grassa. Inizi ad abituarti ai centri commerciali, ai capannoni abusivi, alle macchine e ai cellulari che ti programmano come un computer per desiderare. Per comprarli ti indebiti fino al collo, per andare magari a fare un giretto in piazza, vestito all’ultima moda, mentre dentro di te non sai nemmeno se domani riuscirai a lavorare. Al margine estremo di questo stesso margine, un padre a metà tra Bruce Willis e Robert DeNiro, povero in canna, incazzato contro l’universo, cerca di tirare su il figlio tredicenne. Abbracci e lacrime si confondono con cazzotti sul muso, perché il mondo è cattivo, e bisogna essere forti. Attorno a loro, una marea di personaggi deboli, contraddittori, patetici: Danilo, ubriacone, lasciato dalla moglie, che sogna la rapina perfetta in grado di riscattarlo e di ridargli la  vita passata, Fabiana e Marina , donne-bambine che sognano di fuggire e si atteggiano a fighe dark,  il comico assistente sociale Beppe, alle prese coi sensi di colpa di un adulterio… e sopra tutti, Quattro Formaggi, stupido, bonario, ma che dentro di sé nasconde un universo oscuro, illogico, e inquietante. Alla maniera a cui ormai ci ha abituati Ammaniti, i loro destini inizieranno a intersecarsi in maniera contorta e bizzarra, generando una sequela di eventi destinata ad annegare nel sangue. Un romanzo da leggersi veloce, in una sola notte, che non aggiunge molto a quello che ormai è diventato lo stile classico di questo scrittore  ma che contiene a mio parere alcune delle migliori scene madri da lui concepite, tra cui una sequenza di stupro lucida e agghiacciante. I ritratti che Ammaniti traccia della provincia italiana, sospesi tra i meccanismi del film comico anni settanta e l’horror di certa narrativa americana ( da King a Lansdale) stavolta si spingono in maniera estrema fino a delineare un mondo paradossale in cui ognuno dei personaggi, ognuna delle ‘visuali’ attraverso cui lo scrittore, a turno, osserva la realtà, si sente guidato da Dio nelle proprie scelte e azioni. L’Onnipotente diventa  una sorta di ‘invisibile spettatore’ a cui consacrare le nostre vite dicendogli " guarda e giudica, comprendi, compatisci " . Nell’Era del reality ognuno vuole diventare l’eroe del proprio personale e autistico universo.

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