Per quanto possa sembrarti amaro, devi accettare che il tuo equipaggiamento comprende un odore e un sapore ben definiti. Pochi possono permettersi una forma stabile, che resista ai movimenti del tempo. Ma questo è il mio sapore, puoi assaggiarmi. Questa è la mia paura, il mio amore, il mio odio, e puoi annusarmi. Non avrai nient’altro. Non suonerò per te. Non so cantare, e nemmeno ballare. Ti è stato dato un colore specifico, come i Power Rangers, o le Iene. Se non vuoi che vada tutto a monte, anche se non ti piace, devi indossarlo, senza fare storie. Entra a far parte della Squadra, afferra la Chiave, risveglia il Super Dio Bestia Biomeccanico Robot. Questa tecnologia da ovetto Kinder a cui chiediamo di farci da padre e madre, fabbricando una falsa religione, con le icone sacre Made in China o in Korea. Il gas di scarico e i rifiuti industriali prodotti dai nostri sogni. Siamo orgogliosi e fieri, come il Re degli Animali. Non sappiamo ballare, e nemmeno cantare.La nostra goffa incertezza travestita da orgoglio, serrata in una gabbia di ferro a forma di animale. E adesso che succede? Il nostro ruggito fa tremare la foresta, balziamo fuori squarciando il tronco di un albero. Mangiamo la polvere del deserto, corriamo tra le onde nel mare, ci purifichiamo in un abisso infuocato di magma incandescente. Una statua che troneggia a difesa del castello. Il più grande di tutti noi. Il Re fra i Re. Lo seguiamo mentre ci conduce in alto, fino al cielo Diventeremo le sue mani. Diventeremo i suoi piedi, se ci chiederà di marciare. Qualsiasi cosa pur di zittire quell’orribile musichetta da sintetizzatore stile cartoon anni Ottanta. Nessuno ci aveva detto niente, eppure lo sapevamo. Potevamo vedere, sapevamo benissimo che quel pilota era morto, nonostante tutte le bugie. Uno di noi era morto. Anche se non ci venne mai mostrato il cadavere, anche se ci dicevano che era solo ferito, che era andato in ospedale, che presto sarebbe tornato più azzurro che mai. Come il cielo, che tornava sempre, tanto blu che sembrava dipinto.Un cielo di cartone, come ce lo aspettavamo, puntuale alla stessa ora come la merenda. Era la guerra, e nessuno sapeva perché. Non era un gioco, eppure facevamo finta che lo fosse. Quattro bambini e una donna, solo questo c’era rimasto. E giocattoli di plastica. La parodia di una guerra di confine. Rimontavamo e smontavamo i nostri giochi, le nostre trame, i canovacci sempre più banali e semplificati, ripetendo una leggenda scialba, autoreferenziale, di cui sarebbe rimasto soltanto un ricordo idealizzato. Una foto dal passato che sembra sempre più brutta. Bugie sedimentate sulla superficie delle nostre fantasie di eroismo e violenza. Giochi di cortile che fanno troppa paura ai giochi degli adulti, nella Casa accanto. Gli eroici esploratori dello spazio. Come se fosse un viaggio di andata e ritorno, capito? E magari facendo una sosta su Giove per comperare dei popcorn. Ma come potevamo tornare indietro, se la Terra era stata distrutta? Come potevamo farci chiamare esploratori, se in realtà eravamo naufraghi? A che serve, ancora oggi, ripeterci l’un l’altro che bisognava resistere, che presto la Federazione Terrestre verrà ad aiutarci… se non è mai esistita nessuna Federazione Terrestre? Questo gioco è tutto ciò che abbiamo, per sempre. E allora, che ognuno indossi il proprio colore di riferimento. Avete portato con voi la vostra chiave? Pronti? Formazione Guida Unita! Piedi e gambe in posizione…mani e braccia in posizione…
E ora…la testa in posizione!".


"Lo sai cosa penso io? Che vuoi fare morire tutti perché quando guardi la vita capisci cosa ti perdi. Solo un adolescente risentito confonde il realismo col pessimismo "
( Grant Morrison-Flex Mentallo)

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4 thoughts on “

  1. st3lly_d

    “Come potevamo farci chiamare esploratori, se in realtà eravamo naufraghi? ”

    Io ho sempre la non-brutta abitudine di voler estrapolare le parole che più sento.
    Tanto non te le rubo. Lo sai, no?

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