Grindhouse, opinioni sparse parte uno

Inizio a dire la mia sul progetto "Grindhouse", che in Italia è stato assurdamente spezzato in due parti, mandando a cagare la citazione/omaggio ai film "prezzo unico, doppio spettacolo" , presenti nella cultura dell’intrattenimento USA. Sono d’accordo sul fatto che tale omaggio non sarebbe stato affatto compreso dalle nostre parti, e sono anche d’accordo sulla necessità di rendere più facile dare in pasto al grande pubblico due singoli film, piuttosto che un’unica, lunghissima pellicola surriscalda-chiappe-nelle poltroncine. Ma in questo caso non si tratta di un semplice vezzo artistico, bensì del cuore stesso del film, la prima chiave per svelarne e comprenderne la necessità.
Sono un nerd come Tarantino, e capisco bene quanto spesso il bisogno di omaggiare l’immaginario della nostra infanzia si spinga ai confini del feticismo del particolare( e non solo di quello), o del rifacimento tout-court.
Ad esempio " Kill Bill" altro non era che un collage ben assortito, nobilitato solo in parte dalle splendide interpretazioni di Madsen  e Carradine nella parte seconda. Un pasticcio divertente e roboante che però non rendeva giustizia a un regista che sa essere sì divertente e spensierato, ma anche graffiante.
Vedi ad esempio la perfezione psicologica, il dramma quasi teatrale/ Beckettiano dei gangster paranoici rifugiati nel magazzino esibito ne " Le Iene", film sottovalutato ma secondo me migliore dell’osannato " Pulp Fiction" ).
Con questo " Death Proof" Tarantino continua sulla strada del divertimento più sguaiato e del feticismo del particolare. Finti salti della pellicola, citazioni dai più oscuri e tamarri b-movies che diventano l’occasione per riprodurre-omaggiare alcune scene dall’indubbio impatto emozionale per il nerd cinefilo.
Rispetto al collages di Kill Bill abbiamo una maggiore sinteticità, un ritmo più serrato che rende la pellicola meno complessa ma più immediata e divertente.
Si ride e ci si diverte di gusto guardando Death Proof, è innegabile, qualunque siano le aspettative artistiche che si nutrano su Quentin.
Ecco quanto di meglio offre il film: una delle migliori scene di lap dance degli ultimi tempi, la perfetta rievocazione delle atmosfere da bar di frontiera, tra pupe emancipate, piene di appetiti sessuali ed esibizionismo, pericolosi giri di bevute con Jaegermeister, e tamarri con giacca da Elvis e strane cicatrici. Ovviamente Quentin si diverte a piombare come suo solito nel film, gozzovigliando e divertendosi un mondo con i tipacci immaginati dalla sua mente.
I duelli tra automobili potenziate da stuntman, che molti hanno liquidato come " roba da Hazzard/ Bo e Luke" è una serie di sequenze potenti, veloci, indimenticabili.
Kurt Russel è un patetico, infantile e tenero relitto del cinema di serie b, a metà tra il maniaco degli horror da videoteca e il cowboy/Elvis fantasma. Piomba dentro il film nel momento migliore, e da lì in poi lo conduce su binari divertenti e adrenalinici.
Strizza l’occhio agli spettatori e si diverte con loro. Sicuramente una delle interpretazioni migliori.
La cosa migliore dell’interpretazione di Rosario Dawson ( nel pieno del suo periodo " prezzemolo", onnipresente in un sacco di nuovi film statunitensi) resta invece il calcione spaccafaccia.
Questo meccanismo  compiacente e compiaciuto  non è esente da imperfezioni: i celebri dialoghi Tarantiniani stavolta  sono più esibiti che contestualizzati, appesantiscono il ritmo, perdono un po’ di smalto. Soltanto l’avvenenza delle protagoniste del film, stangone dalle gambe chilometriche come Rosario Dawson e Sidney Poitier, riesce a tener desta l’attenzione durante i battibecchi interminabili, le frecciatine, e gli sprolocqui cinenerdistici

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