In alto i calici, con alcuni giorni di  in ritardo,  per la nascita della piccola Rossana.

 Lunghi giorni e piacevoli notti a lei.

 

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Anno dopo anno, Leo Ortolani ha saputo trasformare un semplice personaggio-parodia ottimo per una storia umoristica o due in un character complesso, con una sua storia, eventi chiave, personaggi comprimari importanti. Ciò rende Rat-man, al di là delle risate, uno dei prodotti seriali più originali e innovativi del panorama italiano. In questo continuum narrativo però a volte ci sono delle piccole pause,  interruzioni in cui Ortolani e il suo supereroe fantozziano dalle orecchie da ratto recuperano la verve insita in ciò che sapevano fare meglio di tutti, un tempo, ovvero la presa in giro  dei miti fumettistici o cinematografici.

Leo ha con Frank Miller più di un debito. L’uso delle didascalie che contengono i pensieri dell’Io narrante, tipico di Miller e di tutto il fumetto con velleità hard-boiled degli anni Ottanta, è stato da Leo assorbito e riutilizzato in modo imprevedibile. Spesso sono proprio i pensieri sconnessi del ratto a creare situazioni o battute, a regolare il tempo delle risate. In questa parodia di due numeri dedicata al successo multimediale ‘300’ ( Graphic novel  Milleriana in formato " widescreen" + trasposizione quasi letterale al cinema ad opera di Zack Snyder ) la simbiosi tra Leo e Miller diventa arte pura. Siamo di fronte a uno dei numeri più belli della testata, una storia che mescola in maniera uguale amarezza e risate. Rat-man non è mai stato un semplice personaggino da strip, buono per una battuta o due, e lo dimostra con questa storia capace di commuoverci e creare battute indimenticabili al tempo stesso. Il Ratto ( o un suo discendente dell’antica Grecia) si mescola ai coraggiosi 300  Rambo spartani. La storia immaginata da Miller procede in modo identico, arricchita però dalle situazioni umoristiche create dall’intrusione di questo buffo personaggio, che ruba il ruolo ad Efialte  divenendo suo malgrado un ambiguo aspirante eroe e involontaria causa di sconfitta. In alcuni momenti, i più indovinati, Leo stempera la seriosità e l’epica Milleriana giocando sulla ripetizione di concetti.  La parte grafica rappresenta poi un’ulteriore evoluzione: Leo riproduce le inquadrature del fumetto, si spinge persino a provare l’utilizzo di un formato simile. Una parodia che, come le migliori, mescola amore e irriverenza al tempo stesso. Bravo Leo. Bravissimo.

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Civil War: l’epilogo.

Un po’ di delusione in questi mesi per un progetto che sulla carta prometteva di essere rivoluzionario. Dopo una strage in una scuola provocata dall’operato maldestro di una squadra di eroi dilettanti,  Civil War gli eroi Marvel, divisi in due fazioni, si affrontavano una per ribadire la necessità degli eroi di registrarsi, rivelare l’identità segreta e divenire quindi parte della polizia nazionale, l’altra rivendicando la libertà degli eroi di agire a volto coperto, per proteggere sé stessi e i familiari, e di essere pura espressione di libertà e giustizia, senza dipendere da questo o quell’altro governo. Premesse non banali, che riproducono nella fiction supereroistica il dilemma dell’America post-11 Settembre, indecisa tra esigenze di sicurezza e libertà personali da sacrificare in nome di essa. Perché parlare di occasione sprecata? Perché dopo un’ottima partenza, piena di tensione e contrasti, si è preferito proseguire in maniera vuota e frivola, narrando con tempi narrativi iper-dilatati lo scontro tra le due fazioni, come la più classica delle fiere del cazzotto.

La parte più interessante di Civil War quindi, è quella che teoricamente deve venire.  Cosa succederà adesso all’universo Marvel, viste le premesse? I ribelli torneranno nei ranghi? Gli eroi al servizio dello stato continueranno con successo la loro opera, trasformando il mondo in un posto migliore, o emergeranno altre contraddizioni?

Il  finale ( molto bello ) della storia ha visto il capo dei ribelli contrari alla registrazione  arrendersi spontaneamente, di fronte agli incitamenti della folla, dopo essersi reso conto di come la lotta tra due fazioni stesse distruggendo la città. Il capo in questione è Capitan America, che contrariamente al modo in cui viene solitamente visto da chi non legge comics supereroistici, è sempre stato una figura profondamente critica e ribelle nei confronti dei governi USa. Nato negli anni quaranta come personaggio propagandista, sempre in lotta con nazisti e comunisti, fu resuscitato negli anni sessanta per ritrovarsi come un essere fuori tempo, meditabondo e tragico, incapace di confrontarsi con il mondo che  andava avanti ma risoluto, in modo forse ingenuo seppur appassionato, a far trionfare la " sua " idea di America, una sorta di sogno democratico-liberale molto vicino alla filosofia Kennedyana. Nonostante le contraddizioni e l’ingenuità dei suoi propositi ( stiamo parlando di fumetti di supereroi, dopotutto, intrisi per nascita di un modo molto semplicistico per gestire i problemi del mondo) Cap è sempre stato, per chi lo conosceva da appassionato lettore, uno dei personaggi più belli e umani della famiglia degli Eroi.

Purtroppo, nell’epilogo di Civil War, la dirigenza Marvel ha deciso di concludere con uno scossone finale, facendolo uccidere , in un complotto organizzato da alcuni suoi acerrimi nemici,  all’aria aperta, davanti alla folla, mentre sta per essere trascinato in manette dopo essersi spontaneamente arreso ( il paragone con Kennedy è voluto e incoraggiato ).

Cap, per eroi come Spider-man o altri, è sempre stato una sorta di " nonno", un leader carismatico che era anche custode importante di una memoria storica, dell’insieme di valori commossi e semplici che spingevano tanti esseri dotati di poteri divini a divenire " bravi ragazzi scout superpotenziati " al servizio del prossimo. La sua dipartita, per quanto magari effimera,  pronta in futuro a essere smentita da ragioni commerciali o da resurrezioni calcolate per strategie di marketing, resta comunque una " bella storia ", commovente e dura da digerire al tempo stesso, forse l’unico vero fiore che si è riusciti a cogliere in questo confuso e, tirando le somme, deludente affresco della Guerra Civile.  Perché a volte, indipendentemente dalle logiche di mercato, è bello recuperare quel senso dello stupore, dell’idealismo stupido ma appassionato, e celebrare la nostra infanzia nonostante le amare prese di coscienza del mondo di oggi. Questa piccola storia risulta bella, al di là dei sottintesi politici, perché ci mostra il piccolo, il sognatore, che viene distrutto dal disincanto e dal cinismo dell’Era moderna. Nonostante questo, il suo ricordo continua a spingerci, a motivarci, a cercare altre soluzioni. Un tizio che molti vedono come un buffone fuori dal suo tempo, vestito di un’uniforme-bandiera che per molti di noi ( me compreso ) è diventato  nel corso dei decenni un marchio opprimente, contraddittorio,  una maschera che copre centinaia di ipocrisie, in realtà era sorprendentemente vicino a tante delle cose in cui chi ne ha le scatole piene del " sogno americano " tenta di portare avanti, nonostante gli ostacoli. Cap era un sognatore idealista, che credeva davvero in un’America vissuta nell’infanzia del suo mito, quando incarnava un’insieme di valori nebulosi, confusi, ma bellissimi. In fondo, che uno possa condividere o no la sua visione idealistica, era un uomo semplice che aveva deciso di ricoprirsi delle cose in cui credeva, e per questo lo rispetto. Non era un servitore, ma un ribelle, e lo ha dimostrato fino all’ultimo.

Addio, Capitano.

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