Zibaldone al marsala

La notizia più bella della settimana, anzi dell’anno: Conferme scientifiche per la teoria degli universi paralleli.

Se c’è una cosa in cui ho sempre creduto è questa. Adesso il mio sogno è un sito in cui sia possibile condividere  e guardare riprese video tratte dai vari mondi paralleli. Potremmo chiamarlo OuterTube, ma anche no.


 

Yoshiro Tatsumi- Lampi. 

L’editore Coconino porta in Italia questo volume di racconti brevi, realizzato da uno dei massimi esponenti del genere  manga geki-ga ( letteralmente: immagini mature, per un pubblico adulto e sensibile, laddove genericamente man-ga potrebbe essere tradotto con immagini per svagarsi ). Fu propro Tatsumi a coniare questo termine, una distinzione che non vuole avere nulla di pretenzioso o snob a discapito degli altri manga, ma semplicemente dichiarare al lettore l’intenzione di discostarsi da logiche commerciali per poter sperimentare a più non posso. Vicino agli ambienti della contestazione studentesca giapponese ( erano gli anni del Trattato di Cooperazione e sicurezza tra Usa e Giappone), Tatsumi usa uno stile di disegno affascinante proprio perché apparentemente schizzato a caso, incisivo, sofferto.Le sue storie parlano di uomini piccoli e deboli, gettati in pasto ai ritmi industriali, che vagano privi di scopo, occhi sgranati dall’impotenza e dal senso di colpa. Un flusso di avvenimenti e storie  di sogni perduti migliore di qualsiasi  libro di storia o sociologia.


 

 

I Classici serie oro di Repubblica è una collana di cui sento ancora molto la mancanza. In passato mi capitò tra le mani il volume dedicato ad Otomo, che comprende la ristampa integrale di Domu, parola composita giapponese che significa sogni di bambino, anche se c’è  un’assonanza col latino domus, casa, visto che il protagonista vero di questa vicenda è un enorme e alienante condominio, che condizionerà non poco con la sua opprimente presenza i rapporti tra protagonisti. E’ un Otomo immediatamente precedente a quello di Akira, ma già maturo e padrone di un suo stile, che consiste in vignette piene di prospettive vertiginose e realizzate in modo minuzioso. Potresti metterti a misurare la simmetria tra le fineste, per dirne una. Di recente il nostro professore di disegno ce l’ha portato da sfogliare in classe, e abbiamo notato  alcuni giochetti stilosi di Otomo e dei suoi assistenti, come ad esempio il trucco delle linee di velocità applicate alle linee degli edifici che convergono verso il punto di fuga, e danno come un’idea della telecamera che corre via o si avvicina di scatto al personaggio paralizzato dalla paura.La storia, anch’essa vicina alle tematiche dell’autore, racconta di come le tensioni, le paure, ma anche la semplice voglia di giocare e passare il tempo, insite nell’istinto umano, possano esplodere generando il caos. C’è un’investigazione in merito a misteriosi omicidi, e l’intervento nella storia di poteri psichici, forze invisibili che rappresentano i sentimenti repressi di tutti noi, che urlano per uscire fuori col solo scopo di  distruggere tutto tutto quel che ci fa soffrire o impaurire.


 

Ci sono capolavori del cinema che rimangono eterni, e altri che invecchiano paurosamente. Un po’ come le foto, quelle riuscite meglio sono sempre isolate da riferimenti temporali o ambientali, altrimenti tra parrucche cotonate o vestiti di flanella ci sarebbe da ridere inorriditi. La vecchia pellicola Hollywoodiana dedicata al Mago di Oz e interpretata da Judy Garland fa parte della categoria. La parte della storia  a colori ha un che di psichedelico, ma nel modo tenebroso del termine. Sembra un incubo policromatico. La Garland in versione lolitesca, circondata da fattori  che sono tutti maschi, i quali poi ritrova nelle proprie fantasie oniriche ( sì perché il film, scegliendo di usare gli stessi attori sia per il Kansas che per Oz in pratica palesa sin da subito l’idea di finzione, troppo rassicurante, buonista e banale per i miei gusti ) ha un che di ridicolo e paurosamente grottesco. I sorrisi della strega buona, dello spaventapasseri, dell’uomo di latta e del leone codardo hanno un che di macabro.

Insomma, bello, ma tremendamente anacronistico. E’ invecchiato troppo male.

Ma è più probabile che sia io ad essere cresciuto male. Mi risultava più facile difendere l’Esorcista nel diluvio di risate che accompagnavano la versione degli ultimi anni uscita nelle sale.


 

E’ di scena la Germania del DDR, prima della caduta del muro. La Stasi, la famigerata polizia segreta, giungeva a insinuarsi nel privato dei soggetti pericolosi per poterli controllare meglio. Da qui nasce una storia che mostra passo passo l’ideologia, la corruzione, i valori di una vita elitaria ed egoista che vengono sgretolati, e fatti a pezzi dalla purezza della verità, dall’affermazione del libero pensiero. Le vite degli altri , piccole storie di cui ci troviamo spettatori, in un modo o nell’altro, e ci sembrano così vere, così importanti rispetto a qualunque altra cosa nell’universo. Persino dell’ideologia, del mondo perfetto da cui dipende il nostro lavoro, la carriera costruita pezzo per pezzo, sgretolata in nome di una felicità altrui, osservata da lontano, forse anche desiderata, ma da preservare a ogni costo. Molto più di quanto meritino essere preservati slogan, ideologie o bandiere. Bellissimo il contrasto tra gli occhi freddi della spia tedesca e i sentimenti che avvertiamo in lui, più suggeriti che mostrati.


 

L’ambiente del cinema italico è peggio dei bar e delle fermate dell’autobus, sempre le stesse polemiche inutili. Per una mezza frase detta da Tarantino ( peraltro abbastanza contestualizzata e limitata, in cui il regista ammette di parlare solo di una piccolissima fetta di materiale visionato ) si è scatenato l’inferno. Persino Battiato, così zen, nelle sue dichiarazioni sembrava una troietta inviperita. Comunque sia, vi annoia il cinema italiano? Volete vedere esperimenti coraggiosi e indipendenti?

Toh, eccovi qui Shooting Silvio, dell’esordiente Berardo Carboni.

Peccato che poi film del genere, nonostante la buona volontà palesata da tutti i detrattori del cinema nostrano, nessuno li vada a vedere.  E la distribuzione non aiuta affatto, anzi complica le cose per chi ha idee giovani e vorrebbe divulgarle. Io sono riuscito a beccarlo al cineforum di Bologna: una sola serata di programmazione. Stesso destino di Ciprì e Maresco.

E poi la gente si incacchia perché non ci sono pellicole originali nel nostro mercato. Ma vaffanculo.

La storia: Kurtz è un ragazzo incazzato, a volte un po’ antipatico nella sua reclusione da ricco elitario. Eppure questo piccolo snob dei quartieri alti si pone domande, consacra la sua intera esistenza a un progetto che non vuole insegnare agli altri cosa dire, ma semplicemente stimolare in loro la sana incazzatura. Esiste il malcontento contro Berlusconi, o meglio contro la figura politica Berlusconi, questo modus operandi mediatico-populista che, nel bene e nel male, ha cambiato la politica italiana. Ebbene, preso atto di questo, Kurtz cerca di coinvolgere le persone che come lui avvertono gli stessi sentimenti per realizzare un libro collettivo, qualcosa che focalizzi la rabbia in un progetto di critica costruttiva. Incontra soltanto pigrizia e indifferenza. La stessa sciatta indifferenza degli ambienti artistici, sempre pronti a lamentarsi, ma chiusi nella loro nicchia, incapaci di trovare il coraggio per abbracciare prospettive ardite. E così Kurtz inizia a pensare a un progetto un po’ più drastico

.Come spiega bene il regista stesso, in un’intervista:

Più che evocare Berlusconi giocando di rimando, volevo dare la sensazione di un personaggio vero e reale all’interno del film, di qui anche la scelta di ritrarlo in b/n, per sottrarlo dalla sua dimensione fintamente catodica a colori. Poi il b/n funziona da connotato simbolico per dipingere anni che io reputo sbiaditi nella storia italiana dell’ultimo decennio e, nello stesso tempo, il bianco e nero si riferisce alla dimensione del ricordo, abbastanza sconfortante, nella quale l’inserzione di elementi cromatizzati indicano la speranza di un futuro più colorato.

( l’intervista completa la trovate qui .


 

 Ho passato una delle estati più meditative e allucinate della mia vita trascorrendo le mattine bevendo té ( caldo ) e guardando Death Note .  Quando uscì per la Panini il manga originale, lo snobbai, ma dopo pochi mesi andò esaurito. Ciò fu per me un peccato, visto che il tema della storia  meritava perlomeno una lettura curiosa: è  infatti imperniato su una materia che mi appassiona da anni, ovvero l’eticità o meno della pena di morte. Nello specifico il classico ragazzotto alto, dai lineamenti efebici e dallo sguardo glaciale, presuntuoso, primo della classe,  che le ragazzine adorano ma che io trovo  insopportabile e affetto da deliri di onnipotenza, si ritrova in mano l’agenda di uno shinigami ( nel folklore nipponico, si tratta di spiriti che si occupano di gestire la morte degli esseri umani, una sorta di angeli della morte, insomma, benché questi qui siano più che altro diavoli, per giunta vestiti  nell’interpretazione dell’autore in modo orribilmente thrash punk), la " death note" del titolo, che gli consente di poter uccidere una persona semplicemente scrivendoci sopra il nome. Il ragazzo, preso da sindome messianica, decide di diventare il salvatore del mondo. Si allea  quindi con lo shinigami che ha perduto l’agenda , il quale  si diverte a osservarlo come se seguisse una telenovela  e che occasionalmente lo aiuta, anche se non si capisce dove finisca l’aiuto e dove inizino le complicazioni inserite giusto per scombinare un po’ la situazione, aumentando il divertimento.  I due partono per la loro missione di giustizia, e da lì in poi la storia diventa uno dei migliori thriller che io abbia mai assaporato.Ti incolla letteralmente alla poltrona. Ti ritrovi a seguire le peripezie di questo antipatico messia, che colpo dopo colpo sgomina tutti gli uomini mandati dalla polizia per cercare di smascherarne l’identità. Particolarmente appassionante sarà la lotta con un ragazzo coetaneo, d’intelligenza pari alla sua, che metterà in campo tutte le sue risorse per acchiapparlo. Il finale della storia ( non preoccupatevi, non ve lo svelo ) è molto meglio nell’anime che nel manga, e già per questo motivo preferisco il primo al secondo.


 

Questo film inizia con un risveglio di mala voglia, con gli occhi ancora impastati dal sonno, desiderando di tornare a dormire. Quest’atmosfera trasognata continua per tutto il film, che ci conduce attraverso l’indagine del commissario Sanzio, un ottimo Toni Servillo, una sorta di Maigret ironico dal cinico e disincantato accento napoletano, che diventa il nostro Dale Cooper alla scoperta dei torbidi misteri di una Twin Peaks ambientata dalle parti della provincia di Udine, tra boschi sterminati in cui si perde un inquietante silenzio. Una bellezza che fa paura, come quella della ragazza ritrovata morta ai piedi del lago, con una coperta addosso, come a lasciarla dormire. La nostra Laura Palmer di Udine rappresenterà la sfida che il commissario Sanzio affronterà riscoprendo sé stesso, il rapporto con la figlia minore e la rassegnazione di fronte al male della moglie, totalmente dimentica di lui e della figlia, persa  nei suoi sorrisi vuoti di memoria dentro un’ospedale psichiatrico.  Ottimo bilanciamento tra toni cupi, melodramma  e quel pizzico di ironia. A differenza de La giusta distanza di Mazzacurati, che presenta non poche analogie nella trama con questo film, il regista Molaioli non vaga incerto tra commedia e thriller, senza riuscire a scegliere quale direzione far prendere alla storia come faceva Mazzacurati, ma fin da subito sposa un tono lugubre e onirico che rafforza l’interesse dello spettatore.

 


Io sono Beowulf!

Sulla tecnica di realizzazione, non entro più nel merito: i soldi si vedono, e sono molto ben spesi. L’ennesima " esperienza visiva mai provata prima" che tra qualche mese dimenticheremo.
Il film non ne risente tantissimo, e ci sono sequenze come quella iniziale, con l’apparizione di Grendel, che sono innegabilmente realizzate bene, non solo per quanto riguarda l’effetto usato, ma proprio come regia e montaggio delle inquadrature.
Per quanto riguarda la trama, si sente tantissimo( forse troppo) il tocco di Gaiman: la leggenda di Beowulf diventa un pretesto per fare del revisionismo spinto, toccando principalmente due temi: l’ipocrisia intrinseca della figura dell’eroe-capopopolo-politico di turno e la seduzione del male.
In base a queste due chiavi di lettura la leggenda originale viene reinterpretata, distorta, e condita da un pesantissimo umorismo, che a dire la verità non mi è dispiaciuto, ma che in alcuni punti era indubbiamente forzato.
Tra l’altro non so se quest’ansia di inseguire lo spettatore chiarendogli ogni allegoria e simbolismo in maniera invadente, per mezzo dei dialoghi, sia un bene.
La parte migliore resta comunque quella iniziale, con un Grendel che interpreta il freak incompreso di turno ( " io non sono un mostro, siete voi i malvagi, ecc. " ) trascinato verso la sua tragedia e pianto dalla madre in una sequenza molto struggente e difficile da digerire.
Non mi è piaciuta la decisione di fare del personaggio interpretato dalla Jolie sia l’emblema della furia omicida della donna/madre in cerca di vendetta sia l’immagine del diavolo seduttore. Prediligendo soltanto una delle due chiavi di lettura si sarebbe potuto alleggerire parecchio l’intera pellicola.
Comunque, mi sono divertito molto…ma si arriva con difficoltà alla fine… anche perché si può ampiamente prevedere come andrà a finire  dopo pochissimo ( anche per chi non conosce l’opera originale ) e le lungaggini degli autori per creare il clima " epico" peggiorano di molto la situazione.
 


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