Per tutta la durata di questo film si assiste a una fastidiosa, quasi angosciante sensazione di " presa mancata".
Il personaggio di Alex, adolescente in apparenza normale, sano e persino banalmente " da statistica" , o da facile articolo di costume su qualche settimanale, perso nel suo amore per lo skate, con i genitori divorziati di cui si cura poco, e che poco riescono a dialogare con lui. Ha persino un amico del cuore ( o un semplice compagno di sventure, come spesso ci si trova ad avere nel periodo liceale, persone che ti stanno accanto condividendo istantanee di un passato che, quando riguardi, ti sembra appartenere ad un altro ) e una fidanzatina Bratz strafiga, sedere piccolo e sodo, capelli curatissimi.
Siamo quindi lontani sia dall’angoscia di violenza ed emarginazione che irrompe nella quiete scolastica di " Elephant" , sia dalla depressione senza ritorno, quasi da zombi, che attanagliava il Blake simil Cobain di " Last Days ".
E questo in qualche modo rende questo film più freddo e meno istintivo degli altri due. Senza la tragedia con cui identificarsi, la rabbia da contrapporre alla crudezza delle scene, lo spettatore è costretto a concentrarsi su ciò che vede in modo meno emotivo e razionale.
E diventa una sorta di viaggio contorto da guardone, che osserva compiaciuto il panico e il terrore di un ragazzino alle prese con una situazione che lo travolge.
C’è in Alex un’importante segreto, un’angosciosa colpa che rappresenta l’unico elemento di conflitto in questa storia, senza il quale praticamente assisteremmo a un’ora e mezza di pura immersione nella vita, tempi morti compresi.
Il Van Sant di questo terzo ( ultimo? ) capitolo di una trilogia dedicata alla gioventù è quindi più analitico e documentaristico che mai.
La telecamera ci accompagna in lunghissimi, fluidi e magistrali piani sequenza in cui, se possediamo abbastanza voglia di immedesimazione, cogliamo ogni sospiro, ogni inquietudine, ogni pensiero che Alex trattiene in sé senza poterlo espellere all’esterno. Alienazione pura, come lo stordimento da sostanze stupefacenti, molto diverso dallo stato di morte apparente che ad esempio osservavamo in Blake. Qui, più che deserto, c’è la sensazione di venir spintonati qua e là, come un cazzotto che ci rallenta i riflessi e ci fa sentire le voci in differita.

C’è una scena, quella nella doccia, col primo piano del ragazzo, con le ombre puntellate del luccichio dell’acqua, e il flusso della doccia che scorre come a voler sciogliere letteralmente il ragazzo paralizzato dal terrore.
Mi verrebbe voglia di disegnarla, se non fosse pressoché impossibile.
Rispetto a Last Days c’è più paura, in un certo senso più vitalità. Il personaggio TENTA in tutti i modi di comunicare le sue angosce, ma per varie ragioni i suoi tentativi falliscono.
Questo film vi piacerà più o meno a seconda della percezione che avete del cinema. Se amate essenzialmente le buone storie, sarete deliziati dal modo in cui viene raccontata questa. Ci sono delle scene che per cura dei particolari ed espressività narrativa meritano la citazione nei manuali del cinema. Mi è ad esempio particolarmente piaciuta la sequenza che inquadra la ragazza di Alex, spiando implacabilmente tutta la vasta gamma di emozioni che la attraversano in un solo mezzo minuto, mentre chiarisce la sua posizione sentimentale col ragazzo.
Ma potrete restare delusi dal fatto che c’è poca storia e pochi eventi avvincenti.
Van Sant chiede allo spettatore di seguirlo, non cerca affatto di sedurlo.
Se per voi invece il cinema, al di là della " sostanza" delle storie che narra, è rappresentazione di momenti che diventano eterni, di emozioni e tormenti, lo riterrete un vero e proprio capolavoro.
Il piglio documentaristico, l’attenzione a ogni singola sfumatura emotiva, raggiunge l’apice.
C’è in ogni caso la " doccia fredda " riguardante l’inizio dei guai per Alex, una scena molto pesante ed esplicita, un vero e proprio pugno nello stomaco. Questo punto della pellicola rappresenta una sorta di occhio del ciclone intorno al quale vortica tutto il resto.

Giudizio globale: molto piacevole, ma chiede allo spettatore parecchia attenzione, e non gli concede nessun fuoco d’artificio. E’ il genere di film che, se ci vai col puro intento di svagarti, ti rende nervoso. Se al contrario vuoi immergerti in certe atmosfere psicologiche, suggerite piuttosto che recitate, e in un realismo che rasenta la pignoleria, con tutti i pro e i contro a livello di ritmo puro e semplice che potreste immaginare… è decisamente il tuo film. A livello puramente tecnico-estetico, adorerete certe scelte stilistiche e vorrete copiargliele.

Per certi versi risulta infinitamente superiore a Elephant, soprattutto sul versante tecnico.

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One thought on “

  1. GroovyNowhere

    Bella recensione Fioccolo!
    Personalmente, di Paranoid park mi viene un po’ difficile parlare senza fare un discorso globale su tutta l’opera di Gus Van Sant. Cosa che tra l’altro volevo fare per il mio blog.
    Togliendo infatti Will Hunting e Scoprendo Forrester, film più mainstream e che seguono i desideri del pubblico (e nel secondo caso i desideri di Connery) appare evidente il cambiamento che ha segnato l’uscita di Gerry. Considerando insieme gli ultimi quattro film (Elephant, Last days, Paranoid park e il già citato Gerry appunto) risulta evidente uno stile personale di Van Sant immediatamente riconoscibile: l’attenzione per il corpo ed il suo movimento nello spazio è trattata con un’incredibile sensibilità artistica, davvero rara nel cinema occidentale. Non mi sentirei di fare delle classifiche… E, Ld e Pp li considero tutti e tre dei capolavori, e ci tengo a sottolineare che sono tutti e tre molto diversi. Diversi per contenuto, diversi per significato, diversi nel racconto, ma con uno stesso stile. Il regista riesce a parlarci di violenza, solitudine, colpa, con il suo sguardo lieve, affettuoso, seguendo i personaggi senza mai stargli troppo addosso, mantenendo in maniera direi stupefacente il giusto equilibrio tra distacco e partecipazione. Visivamente ci regala sempre scene poetiche, con profondi significati che non ci sono mai spiattellati didascalicamente in faccia, ma sono lasciati alla nostra interpretazione, al nostro lavoro di spettatori (assolutamente) non passivi. Non arrivo a definire capolavoro Gerry perché ha un carattere più smaccatamente sperimentale e, per quanto apprezzabile, non ha soddisfatto pienamente il mio gusto come gli altri tre.
    Visto che ho già scritto cose abbastanza noiose, ometto tutti i miei pareri sul lavoro di questo grande maestro prima di Scoprendo Forrester (ossia da Drugstore cowboy a Psycho)…

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