Sul pianeta X della Galassia Z abitava una razza di uomini con la testa a forma di scatolone.
Un giorno però giunse dalle loro parti una specie di santone eremita. Costui se ne andò predicando in lungo e in largo, spiegando che la testa di tutti gli uomini che si rispettino non poteva essere a forma di scatolone, ma di palloncino. Infatti, quando dobbiamo disegnare un omino, la testa la facciamo sempre a forma di palla.Le sue rivelazioni passarono di bocca in bocca, finché tutti si convinsero di avere una testa perfettamente sferica.

Da allora  in avanti, lo scopo di chiunque fu quello di esercitarsi nel far rimbalzare la capoccia in continuazione, su ogni tipo di muro o pavimento. Alcuni, i più romantici, sognavano di rimbalzare fino alla volta celeste, per poi ricadere su una nuvola. I più ambiziosi invece avevano come progetto quello di balzare di nuvola in nuvola, fino a uscire dall’atmosfera, per poi scivolare nello spazio profondo giocare a flipper con le stelle dell’universo. E così tutti quanti rimpallavano e balzellavano col cranio, tutto il giorno, cercando di elevarsi.

Tra di loro c’era uno studioso, un serio e meticoloso osservatore della realtà, il quale non credeva affatto alle teorie del santone. Osservando la situazione si rese ben presto conto che, a furia di sbattere qua e là, tutto quel che era contenuto dentro le teste a forma di scatolone dei suoi simili si sarebbe ben presto danneggiato seriamente, in modo irreparabile. E così avvenne. Battendo e ribattendo contro la dura superficie, alcuni iniziarono a rompere il contenuto dei propri cervelli. Per primi i ricordi, che si frantumarono in centinaia di minuscoli sassolini, pezzi di vetro, o trucioli di legno. Ogni volta che costoro camminavano, i frammenti si agitavano, e la testa veniva scossa come le maracas. Un suono tipo “ cha-cha-cha “. 

Lo studioso capì che non c’era più speranza. Infastidito da quelle teste maracas, che disturbavano non poco i suoi studi, decise di emigrare altrove, in un altro pianeta, in una galassia totalmente differente. Più lontano andava, meno avrebbe sentito quell’odioso fracasso. Quando non erano occupati a rimbalzare,  i suoi simili scuotevano la testa in continuazione facendo “ cha-cha-cha” , e ridendo come degli scemi. Qualcuno  ogni tanto, si fermava, prestando ascolto. Poi borbottava tra sé e sé: “ Eppure questo suono è troppo familiare, come se volesse significare qualcosa… ma cosa? “ .
Ma alla fine  guardava l’orologio, notava con orrore quanto fosse tardi, e correva via per non perdere il turno pomeridiano al Muro dello Schianto, dove si era prenotato, come tutti gli altri,  un angolino dove dare capocciate in libertà per mezz’ora. Mentre i ricordi diventavano sempre più fini, come sabbiolina, i pensieri si rompevano come gusci d’uovo e diventavano frittata. Le emozioni frullavano tutte assieme ad altissima velocità, trasformandosi in un pastone dolciastro e pesante da digerire.

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3 thoughts on “

  1. hunappygirl

    Che bel racconto! E che metafora per descrivere quella che, nel mio piccolo, chiamo paura della propria ombra. Ma ho capito, leggendo, che faccio complimenti, perchè la paura già presuppone un’emozione, un qualche ragionamento seppur pavido.
    Bravissimo davvero, peccato non potere migrare altrove, ma sopportare tutto quel fastidiosissimo rumore…
    Un abbraccio

  2. LittlePunkyGirl

    come al solito il tuo blog non lo leggo XD ma ogni tanto passo!!!
    io ho rivoluzionato il mio. ho cancellato 4 anni di post e ricordi. ^^”’
    si va avanti alla mia maniera.
    un bacione! salutami bologna! 😛

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