La stanza era più lunga che larga. La luce fredda della lampada al neon ci spogliava, l’uno dentro il riflesso dell’altro. C’era un’unica finestra, sullo sfondo, che si affacciava su un tristissimo pozzo luce.

Retrospezione: La casetta che mio nonno affittava “ per starsene in pace” . I muri incrostati di muffa. Il cortiletto colorato di giallo e verderame, la fontanella in disuso, senza più acqua. Il pozzo luce, lo sguardo che saliva fino alle finestre più alte della palazzina, con le serrande rotte, ferite aperte nel buio. Decine e decine di sguardi senza occhi piovevano sopra di me. Odore di cemento e ferro in rovina, mangiati dall’umidità, la muffa che digerisce le case dimenticate. L’altra faccia della perfezione.Mio nonno smise di andarci una decina di anni più tardi. E finalmente, gli scarafaggi tornarono fuori. Ma c’erano sempre stati. Erano solo nascosti. Una sera decisi di dormire lì. Abbandonai il corpo sulla sedia sdraio, mentre tutto intorno gli scarafaggi, danzando sui resti di plastica e alluminio della mia cena improvvisata raccattata chissà dove, facevano festa.

 


La stanza ci conteneva tutti, nessuno escluso. Impossibile scappare.

 


C’era il ragazzino con la ferita sopra le labbra, che passava i pomeriggi a spasso per i parchi, compiangendo se stesso. Le sue mani cercavano sesso. Le dita tozze e incerte lo tradivano a ogni passo.Dal naso irregolare colava perenne un filo di moccio. Era un misto di indifeso e violenza pura.



C’era la ragazza con gli occhiali, i capelli lunghi fino alle spalle, biondo cenere, lisci.
Nascosta dentro la sua sciarpa, sfidava l’inverno, dura e sprezzante come un soldato di vedetta. Aveva una voce dal tono cupo e  sensuale, a stento trattenuta dalle corde vocali non ancora maggiorenni. Eppure, quando si concentrava ad osservare qualcosa, emergeva in lei l’anima fredda e spietata della donna intelligente, indipendente e  seduttiva in cui si sarebbe tramutata tra qualche anno. Aveva i seni grossi, di cui si vergognava, e che tentava invano di coprire sotto strati di maglioni.
Mi sforzavo di guardarla poco, quelle poche volte che il nostro sguardo si incontrava fingevo indifferenza. A volte avrei voluto costringerla contro il muro, dissetarmi alla fonte delle sue labbra con strafottente prepotenza. A quel punto mi sarei staccato bruscamente, lasciando il bacio a mezz’aria, per poi schiaffeggiarla. Solo per il gusto di vedere il baluginio rapido dei suoi occhi, un misto di dolore, odio e sdegno.  Solo per il gusto di riderle in faccia,, con tono di scherno, sibilando sprezzante: “ Che c’è adesso, non vorrai metterti a piangere? Femminuccia! Quattrocchi! ” Avrei continuato così, giorno dopo giorno, plasmandone il carattere. Finché un bel giorno sarei riuscito a trasformarla nella più Grande Guerriera Figlia di Puttana dell’Universo, una Combattente Spietata e Leale, Esperta di Veleni, Maestra nell’uso di Centoottanta Armi e delle Sette Letali Discipline dell’Omicidio Indiscriminato del Tempio Shaolin.
L’avrei messa al mio servizio, per proteggermi dai miei molti nemici, dicendole: “ Il giorno in cui deporrai ai miei piedi l’ultimo dei cadaveri dei miei avversari, ti sposerò, e diventerai la mia adorata Regina ”.



Accanto a lei, nel posto riservato alle false amiche, stava l’Altra Ragazza. Lei invece i seni li offriva con piacere. La scollatura, un’oscura e accogliente cavità, in cui cadeva ogni sguardo, come palline da biliardo. Occhiali firmati, borsa firmata, labbra a canotto, firmate, con una leggera pennellata di luce a inumidirle. Protese in avanti, come per mangiare ogni interlocutore, sembravano estendersi al di là di lei. Usava i suoi occhi come un’arma, e questo la rendeva una delle creature più pericolose su questa terra. Quanto tempo puoi avere per schivare un attacco che parte dagli occhi? Un veleno dal gusto gradevole, come ce ne sono tanti, forse un po’ meno complesso. Tuttavia, nella sua semplicità, riusciva ad evocare nel tuo petto desideri che non sapevi nemmeno di possedere. Quella voce da finta stupida, che sembrava cercare protezione, e che invece nascondeva una lucidità disarmante sulla condizione di tutti noi. Lei non si faceva illusioni. Le creava.


C’erano i due amiconi. Il primo era serio e concentrato. Aveva il naso un po’ grosso e il fisico allampanato. Le sue mani affusolate si concentravano sempre moltissimo in quello che faceva. Sorrideva raramente, ma era un bel sorriso. Il secondo aveva i riccioli, e lo sguardo sempre annoiato. Le labbra erano piegate in una smorfia, come le persone belle senza sforzo. Era l’Indifferente. Immediatamente dietro a lui c’era il Solitario, sempre immerso nei suoi pensieri. Pensieri di poco conto. Era anche bravo, nel suo genere, ma era una bravura di poco conto. Non raccontavano le barzellette anche a lui. Le raccontavano attraverso di lui, come se fosse trasparente.


C’era quello Troppo. Era sempre troppo spettinato, troppo disordinato, troppo stralunato. Parlava poco, e solo nei momenti meno indicati. Parlava troppo male, farfugliava le parole spezzandole troppo. Dalla bocca usciva fuori un minestraio.


C’era un altro allampanato. Quest’ultimo però era più magro, di un magro quasi sgradevole. Aveva la stessa cinerea, disgustosa, vitalità di un corvo. Sorrideva, qualche volta, ma gli veniva male.
A volte faceva uno sbaglio e si girava con sguardo sornione verso di te, sussurrando: “ Dio, che strh-onzo che sono! Come ho fatto a sbagliare così? Ti prego, dimmi che sono uno sth-ronzo. Dimmi che sono uno strh-onzo! ”
In quei momenti potevi soltanto trattenerti, per paura che la tua voce risultasse troppo sincera.


Infine c’ero io, di cui tutto è stato già detto, e di cui sarebbe superfluo narrare ancora.


Il ragazzino con la ferita sulle labbra guardava la ragazza con gli occhiali, come un piccolo campanaro di Notre Dame. Lei non si accorgeva di nulla, intenta a guardarsi il naso. Io li spiavo, con la coda dell’occhio. Quello Troppo non sapeva che fare, e sorrideva in modo dolcissimo a tutti. Se interpellato, parlava con quell’accento incomprensibile, e dolcissimo. Dispiaceva pensare alla fine che sicuramente avrebbe fatto. L’allampanato faceva battute troppo lontane dal mio gusto, ma molto apprezzate dagli altri, specie dai due amiconi. Notai che erano parecchio robusti. Difficile vedersela con tutti e due insieme, l’unica cosa da fare era stare anch’io al gioco, provare a sorridere. Avrei potuto dormire accanto al più massiccio dei due,  che era anche quello serio e concentrato. L’unico modo per affrontarlo era appunto fargli abbassare la guardia, dimostrarmi un innocuo alleato, e farlo fuori nel sonno. Confidavo nel fatto che l’altro, distratto com’era, si sarebbe accorto troppo tardi della cosa. Ci sarebbe sicuramente stato uno scontro diretto tra me e lui, ma avrei avuto tutto il tempo per sfruttare il vantaggio, e magari prendere in ostaggio l’allampanato. Poi, si sa, gli ostaggi dopo un po’ si fanno fuori.  L’indifferente, alla fine, avrebbe accettato la situazione.

 

Avevo paura unicamente del Solitario. Senza sapere cosa gli passava per la testa, era difficile imbastire un piano. Sarebbe stato con me o contro di me? Spero la prima. In fondo mi era simpatico.



Guardavo la cattedra, guardavo la lavagna. Assaporavo l’odore dolciastro di cose morte.
“ Vado in bagno ” disse l’Altra Ragazza. Nessuno le fece alcun cenno. Si avvicinò alla porta, strinse forte la maniglia, cercò di aprire. Si attaccò alla porta, la graffiò, si ruppe le unghie lunghissime e colorate. Prese a pugni e calci la serratura, pianse, rise, si tirò forte i capelli. Si lasciò cadere per terra.


Da quanto tempo eravamo lì? Non so gli altri, ma a me sembrava di starci da sempre. Ogni tanto l’altoparlante gracchiava “ SDDSDDFFG è desiderato in presidenza ”, ma era guasto, e sbrafava proprio nella parte in cui lo speaker pronunciava il nome. Quello "desiderato in presidenza"  poteva a rigor di logica  essere chiunque fra noi. Per questo motivo ci sorvegliavamo l’un l’altro. Prima o poi qualcuno si sarebbe riconosciuto nel nome pronunciato male nell’altoparlante, e in quell’esatto momento tutti gli saremmo saltati al collo contemporaneamente, per ucciderlo. Non era giusto che lui potesse andar fuori e noi no.

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4 thoughts on “

  1. FiocoTram

    Avviso:

    Se siete andati al supermercato, avete comprato un sacchetto di cioccolatini, li avete messi tutti sul vassoio del salotto buono, come offerta per eventuali ospiti, e poi, il mattino seguente, controllando lo STESSO vassoio, vi accorgete che è completamente vuoto perché ve li siete magnati nottetempo, affrontate la realtà.
    Siete cioccolatodipendenti.
    L’ Anonima Cioccolatisti si riunisce ogni Giovedì sera alle nove, in via Fondazza. Ho detto Fondazza, non Fondente. Sigh. Con questo spirito non ce la farete mai a smettere…

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