Le colline hanno gli occhi

Fine anni Settanta. L’America è lacerata dalla visione dei documentari in Vietnam. Ma per entrare a contatto con l’orrore basta girare l’angolo e vedere i reduci mutilati che chiedono l’elemosina. Fantasmi di carne, deformi e rabbiosi.

Le storie macabre, le fiabe un po’ paurose servono a prepararci. Danno forma al male che ci circonda, lo focalizzano
attraverso un Uomo nero da combattere, e dal quale farci assolvere, attraverso una dura prova.
 Il cinema horror di quegli anni era squattrinato, giovanile, anticonformista, eppure quel veicolo scarno, imperfetto, pieno di sbavature riuscì a catalizzare le inquietudini dell’epoca.

Wes Craven era un giovane professore di filosofia e  regista esordiente. Andando a caccia di idee in una biblioteca, si imbatté nella vicenda di una famiglia cannibale, tramandata dai documenti storici scozzesi, una tribù  tra cronaca nera e leggenda, che praticava incesto e si nutriva degli incauti viaggiatori. Ma quel che più colpì Craven fu la descrizione di come la famiglia venne trovata e punita dai membri del consorzio civile, in modo così cruento e sanguinario da non invidiare nulla alle loro malefatte. Le istituzioni sociali, famiglia e giustizia, costrette a confrontarsi con la propria parte oscura,  finiscono sempre per confondersi con essa, in una spirale senza fine di violenza inutile e  incosciente.

Il sanguinoso clan scozzese venne quindi  trasportato da Craven nel presente, resuscitato sotto forma di una famiglia di creature deformi e incestuose, nate in un territorio pieno di radiazioni nucleari per via di esperimenti governativi. A esso venne contrapposta un’altra famiglia, più luminosa e normale, i cui membri furono trasformati in prede e carne da macello. Il modo in cui Craven toglie a questa famigliola, passo dopo passo, ogni certezza o elemento rassicurante, è uno degli aspetti più affascinanti e insieme meno sostenibili della trama. Persino gli attori a un certo punto si opposero all’uccisione di un personaggio, una decisione considerata davvero troppo cupa in un contesto già disperato di suo. E’ davvero difficile assistere a certe scene, in un crescendo che culmina nella violenza più pura, in cui preda e cacciatore si confondono, si fondono assieme sullo sfondo di un deserto annegato nel sangue. E non puoi evitare di pensare: " Profondo Rosso" . La dicotomia della leggenda originale si ripete. Luce e ombra si fronteggiano ad armi pari, il confine si annulla con una facilità che nel pensiero rinnova la paura.

Questo ottimo spunto di partenza sarebbe stato nulla senza la location scelta per il film.
Una zona desertica e aspra, che contribuì non poco a creare il clima di isolamento, assenza di legge e ragione. A un certo punto persino il regista e il produttore rischiarono di rimanere bloccati col motore in panne in quella zona.
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