Plin, plon

fulmine1

 

Spezzare gli spaghetti, prima di gettarli nell’acqua bollente, è un gesto inutile e arrogante.
Non senti il suono della semola che si spezza. La cucina è povera e male arredata. La bambina che cammina nella pioggia è caduta nel pozzo, non rincaserà portando con sé un  gattino bagnato.


Dentro il cranio, scoppiettano  pop corn di informazioni contraddittorie sulla ricetta originale  della pasta alla carbonara, apprese da viandante, girando casa per casa.

Bacon.  No, guanciale. Uova sbattute. No strapazzate. Niente cipolla. No aglio. Fuoco dolce. Pecorino. Pepe. Aggiusta di sale.

Ognuno sembrava felice, marito geloso e possessivo incatenato alla propria verità personale.

E io prendevo appunti: l’uovo non troppo cotto, il guanciale croccante, il tuorlo appena sbattuto. Il soffritto. Una spruzzatina di colla vinilica.

“ Vammi a prendere il filo ” sussurra  la zia dietro le spalle.

E dietro le spalle non c’è nessuno.

“ Come quale? Quello che avevo perso,  dietro la finestra! ” .

Eccolo qui.

“ Bravo. Lega un capo a quella sedia, poi attacca l’altro capo a quella mongolfiera appesa nel cielo del pomeriggio”.

La Zia si siede sulla sedia. E sulla sedia non c’è nessuno.

“ Ti devo dire una cosa ”.

“ No! ” .

“ Ti ho visto, sai? Io sono vecchia, le gambe mi fanno male. Ma quando dimentico, torna tutto. Torna coi sogni”.

“ Zia, ti prego, devo andare. Devo scolare la pasta per la carbonara… bolle già, senti?” .

“ Tu non la sai fare. Non sai fare niente! NIENTE!
Ti ho visto.
Ho visto la tua faccia, è una faccia sporca.
Vatti a lavare, sangue pazzo, asino nero, Io so chi sei.
Puoi prendere in giro gli altri, ma IO so chi SEI! Vattene da casa mia, vattene! ” .

Hai fatto cose, hai visto g-gente. Esiliato in luoghi che non sanno parlare. Niente viaggi, solo brutte vacanze. Hai sviluppato le foto, ma poi hai nascosto tutto. Ti vergognavi. Il sole che si attaccava ai vestiti.  I binari della ferrovia, pieni di ruggine. Non dovevi tornare. Ti sei fatto la doccia. L’odore residuo di ruggine e fango mischiato al sapone. Non dovevi tornare.

“ Zia, la pasta… sta uscendo tutta l’acqua, si spegne il fuoco. Devo chiudere il gas… ”

“Vattene!”.

Ripasso mentalmente le dosi di formaggio, il tuorlo sbattuto, il pepe… ci vuole il pepe?

La mia carbonara.

Eccola qui, calda, fumante. Fatta come si deve, con tutto il rispetto.

Non ho messo nemmeno i cipollotti, che mi piacciono tanto. Allora perché mi odiate?

“ Zia, vuoi favorire? ”.

In sala da pranzo,  presumo, un enorme scarafaggio corre già  sopra la tavola. Salirà, penso, sul piatto di pasta.  Risucchierà, ipotizzo, gli spaghetti con versi orribili.

Seduto sulla sedia. Guardo dalla finestra. E’ una giornata splendida, ideale per far volare le mongolfiere.

L’intero paese osserva estasiato l’enorme pallone colorato. Al suo interno, bellissime, irraggiungibili, stanno le Quattro più alte Cariche dello Stato, che salutano il pubblico. Assieme a loro c’è  la Zia, sorridente e felice, col suo vestito buono, di quando eravamo giovani. Le Alte Cariche lanciano fotografie, disegni autografati, cavoletti di bruxelles, insomma qualsiasi cosa possa contribuire ad alleggerire il peso. La gente applaude e schiamazza. L’altro capo del filo attaccato alla mia sedia inizia a tirare verso l’alto.

Le Alte Cariche dello Stato, sicure della propria impunità, decidono che a quel punto possono anche liberarsi della Zia. La afferrano, lei urla, ma la buttano giù. La gente inizia a disperdersi.

Il piccolo Beniamino Franklin nel frattempo tiene il filo del suo palloncino con mano tremante. Era venuto come gli altri, per godersi la festa, ma l’improvviso panico, la gente che corre da tutte le parti, gli fanno mollare la presa. Il palloncino vola via, in alto, fino a impigliarsi nel filo che sorregge la mongolfiera.

Subito dopo, il cielo si squarcia.

Un fulmine a ciel sereno.

Il filo teso nel vuoto attira l’elettricità come le labbra di un amante impaziente.

Le Alte Cariche friggono all’istante, i loro cervelli si spengono per sempre, in questa e in tutte le altre realtà parallele.

L’energia corre sul filo, dalla mongolfiera, verso l’altro capo.

Verso di me.

Resto seduto a guardare. Come se fosse la morte di qualcun’altro.

Mentre la luce corre lungo i miei occhi, tento di ricordarmi la ricetta originale della pasta alla carbonara. Sento invece una strana musichetta, come il plin plon del vecchio carosello Barilla.

E’ il campanello. Mi scuote dal torpore. Devo andare ad aprire.

Apro la porta, e il sorriso timido di una bambina mi saluta, inzuppata di pioggia come un biscotto. Con sé ha portato un piccolo amico.

“ Ho trovato un gattino, posso tenerlo, papà? ”.

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5 thoughts on “Plin, plon

  1. MareaDiLuce

    ma certo che la bimba può tenere il gattino, dove c’è Barilla c’è casa, ci mancherebbe!

    e poi dopo Silenzio, per cortesia, che parla Agnesi e poi c’è un signore che vuole… un Bahlsen! altro che quel buon sapore di Emmental svizzero! Ehi papà, guarda, un pollo!

    ok, mi calmo, chiedo scusa, ma mi son dovuta riprendere dal turbamento suscitatomi dalla storia.

    Ma poi la carbonara, com’è venuta?

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