Porco Rosso non avrai il mio scalpo

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Marco Pagot, pilota di idrovolanti, conosciuto come Marco Porcellino, è uno dei miei eroi personali.

Come non amare un provetto aviatore che combatte i pirati dell’aria nell’Italia del ventennio fascista, e che risponde alle offerte di un gerarca dicendogli:

” Meglio maiale che fascista? “.

Non fatevi ingannare dall’aspetto di porco: Marco è un uomo raffinato, che non si fa mancare cibo, buon vino e belle donne, come la  cantante Gina, o la piccola, deliziosa esperta in ingegneria aerea Fio.

Marco Porcellino vive una vita presa in prestito, un tempo concessogli da divinità sconosciute e dal volere imperscrutabile.

Della serie, perché, tra tutti, proprio io?

Laconico, malinconico, solitario, ma non per questo cinico, l’asso del volo in forma suina lascia cadere la sua maschera ( una specie di condanna auto-inflitta? una metamorfosi data dal rimorso? ) di fronte alle persone speciali.

Questo film dello Studio Ghibli forse non sarà il lavoro di Miyazaki più amato dalla critica, eppure diverte e commuove, sullo sfondo di un’Italia d’epoca deliziosa. Le sottigliezze come titoli di giornale traslitterati male non devono certo far dimenticare la poesia dell’immenso mare blu delle coste istriano-dalmatiche, o la ricostruzione storica dolce-amara delle donne che sgobbavano nelle industrie lasciate vuote dagli uomini partiti per la guerra.

Curiosità: il cognome Pagot è preso in prestito dai due fratelli italiani, creatori di Calimero, che lavorarono con Miyazaki per la Rai, ai tempi del cartone Sherlock Holmes.

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