Italian Pizza Apartheid

Nelle classi dove un tempo andavo a  parlare di tradizioni culturali e realtà-spesso violente e segnate dalla guerra- di altri paesi,  per conto di un’associazione  in cui prestavo un po’ del mio tempo libero come volontario, l’integrazione funzionava a meraviglia.

I bambini avevano l’occasione di mostrare il paese d’origine ai compagni, e si apprendeva più in mezz’ora di dialogo, domande, e lezione "parlata" rispetto a tre ore a casa sui libri di testo.

Adesso la Gelmini mi viene a dire che chiudendo un gruppo di
stranieri in una classe a parte, con un insegnante italiano, si impara la nostra lingua meglio che interagendo con altri coetanei.
Sarà.
Vorrà dire che per imparare lo spagnolo mi basta uno o due anni di college, mentre andarci per vacanza o per lavoro, interagendo e sforzandomi di parlare , è del tutto inutile, anzi, perfino dannoso.

La lingua e la cultura di un paese si imparano con l’interazione culturale, non certo con la reclusione.
Sennò perché  la gente viene mandata a scuola, fin dai sei anni, e a volte pure prima?
Specie considerando che le capacità di apprendimento di un bimbo di quell’età sono raddoppiate rispetto a quelle di un adulto nello stesso contesto.

Specie quando si parla di voler salvaguardare anche le presunte esigenze dell’alunno straniero, affermando però nel contempo che la sua presenza rallenta gli altri, e fa andare a singhiozzo i programmi.

Come se le difficoltà di rispettare i programmi potessero davvero derivare dall’influenza di un singolo, oppure di due o tre elementi, e non dal livello di apprendimento generale dell’intera classe.
La xenofobia è un meccanismo perfetto di controllo sociale: vi fanno credere che se qualcosa va male, è colpa di un soggetto estraneo, su cui scaricare ogni responsabilità nella cattiva gestione di sistemi complessi.

Nessuno si interroga sul fatto che possano essere i programmi ad avere una cattiva impostazione.
No, è più automatico addossare la colpa ad astratti " problemi di integrazione", che poi tradotti vogliono dire: "Mio figlio è una capra perché i marocchini ignoranti e buzzurri lo rallentano ".

Ma poi, sempre parlando di integrazione: avete mai conosciuto un ragazzo cinese di seconda generazione, nato e cresciuto in italia?
Sono un esempio perfetto di integrazione con la nostra cultura, e questo è il prodotto di anni e anni di scuole multietniche.
Credo che una cosa del genere zittisca qualunque forma di apartheid, forte o suggerita che sia.

E comunque: lo vogliamo affrontare in modo serio, il problema delle etnie e dell’apprendimento?
In Sicilia e in Veneto, nella maggioranza delle famiglie, si parla quasi esclusivamente dialetto.
Sembra una cazzata, ma spesso è un’ostacolo non da poco all’apprendimento dell’italiano, se vivi soltanto all’interno del tuo quartierino, frequentando soltanto parenti e amici che usano il dialetto locale.  Mettiamo anche loro in classi separate.

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One thought on “Italian Pizza Apartheid

  1. LaMusa83

    Io ho una mia idea. Si vuole trasformare l’Italia in un paese profondamente razzista, a tutti i livelli. Ma c’è un problema: il razzismo si fonda su presupposti del tutto astratti e sulla mancanza di conoscenza del “diverso”. Un bambino che è andato a scuola con dei compagni cinesi, marocchini, rumeni, ecc., impara a conoscere gli “altri”, che per lui diventano semplicemente Wang, Abdul, Mircea, ecc., non un nome di “categoria” e quindi, per forza di cose, vago e inafferrabile al quale si può accostare qualunque aggettivo.
    Quando questi bambini diventeranno adulti sarà difficile convincerli che gli stranieri sono “brutti, sporchi e cattivi”, perché loro hanno esperienze di prima mano che dicono il contrario. Allora sai che si fa? Si inizia con la ghettizzazione, così eliminiamo il problema alla radice.

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