Disordine, polvere, e-book

Nella mia infanzia, gli albi di Topolino erano visti nella mia famiglia come una specie di valuta di scambio.
I miei  genitori e i miei zii  collezionavano  fin dall’infanzia colonne di fumetti, libri, romanzi da edicola.

Una volta letti, potevano essere portati a scuola o venduti nelle piazze, scambiati con altri fumetti, oppure con giocattoli, cibarie, o qualunque cosa potesse servire.
A Messina c’era la celebre piazzetta in cui ogni a ogni inizio dell’anno scolastico gli studenti si radunavano a cercare o comprare libri di testo. Ho ricordi divertentissimi di quando ci andavo con i miei cugini, o incontravo le mie compagne di classe.

Nella mia famiglia era radicato questo modo di pensare, secondo cui libri e fumetti erano un valore, non cartaccia. Non si buttavano, ma venivano conservati ovunque ci fosse spazio per contenerli.
E persino dove lo spazio era esiguo.

Da piccolo non facevo che rovistare per le case dei miei zii o per la libreria di casa.
C’erano fumetti persino nei cassetti dei mobili, o dentro il baule della camera da letto.

Le mogli, le cognate, le zie, erano disperate e rassegnate. Passavano il tempo a guardare sconsolate enormi colonne di carta che si accatastavano.
C’era una mia zia messa malissimo, con la stanza piena di giornalini e libri. Avrebbe dovuto mettere un cartello Vietato Fumare sulla porta, il rischio incendio era abbastanza concreto.
Non c’è bisogno di specificare che adoravo quella stanza, e quando c’era occasione passavo ore lì dentro.

Mio padre era un accumulatore di gialli da quattro soldi, oscar mondadori, collane di romanzi classici e colonne di pesantissime enciclopedie. Mi chiedo come cazzo faremo a traslocare.

Il bello è che questi miei parenti non erano particolarmente secchioni. Non gliene fregava un tubo del nome degli autori, le storie scomparivano dalla loro mente una volta lette.
Non erano particolarmente appassionati della roba che leggevano, non amavano parlarne, perché in ogni caso, una volta chiuso l’albo, avevano ben altre passioni e occupazioni da svolgere.
Semplicemente… accumulavano le cose.
Accumulavano libri e fumetti, avrebbero potuto disfarsene, visto che non ne leggevano quasi nessuno, ma siccome li avevano accumulati  gli appartenevano, nonostante i disagi, nonostante la casa fosse stipata di carta, non si azzardavano a buttarli via e proibivano a chiunque di fare lo stesso.
Erano come una sorta di testimonianza perenne della loro infanzia, che nessuno doveva azzardarsi a toccare, ma che i nipotini e i bimbi in generale erano lasciati liberi di leggere.
Ed erano orgogliosi di vederli crescere e diventare anche loro futuri accumulatori…

E’ strano pensare come fino a qualche decennio fa i fumetti facevano parte della vita delle famiglie medie, abituati a dividere spazio con gli abitanti di una casa.

Le cose sono cambiate abbastanza rapidamente, un po’ dappertutto.
Vedo case di giovani single arredate con gusto,motivi orientaleggianti, quadri d’arte moderna, pelli di leopardo, a suggerire l’anima inquieta e avventurosa del proprietario… ma senza traccia di carta.
Vedo appartamentini con il classico, ordinato scaffale di best seller ricevuti per corrispondenza da Mondolibri, generalmente costituita dai seguenti titoli: l’immancabile Codice Da Vinci,  l’ancor più immancabile serie di libri di Camilleri, il libro di Giobbe Covatta, romanzi di Stephen King ( solo quelli coi titoli e le copertine più innocue, e le scritte che giurano, spergiurano, assicurano che non si tratta di un racconto a sfondo horror ), il malizioso libro di consigli erotici scritto da qualche tardona con pseudonimi tipo Farfallina, o Susanna Pink,   qualche riduzione romanzesca di celebri film, improbabili prontuari o manuali colossali su " L’arte dell’origami", "il giardinaggio creativo"…

   
Ora, non voglio fare la figura del retrogrado o del tecno-fobico feticista della carta.

Anzi, se penso che in un futuro non troppo lontano potrò scaricare fumetti e leggerli sul mio e-book senza dover sudare sangue per sistemare e spostare carta in giro per casa, sono felicissimo.

Ma in questo ipotetico futuro in cui ognuno potrà conservare intere librerie dentro un e-book… i bambini avranno ancora il tempo e l’opportunità di scoprire e rovistare tra i tesori nelle cantine o nelle polverose librerie dei grandi?
Ci sarà ancora tempo per la curiosità, oppure verrà sostituita dal girovagare anonimo per i siti internet?

Non credo che un mio ipotetico nipotino si interesserà mai della roba che legge suo zio sul personale ebook… è più probabile che la sua attenzione venga catturata da nuovi media, o dalle pubblicità studiate apposta per invadere i supporti tecnologici che usa e costringerlo a prendere roba sempre più nuova.
Gli artisti  non resteranno di certo senza lavoro: si adegueranno ai nuovi trend comunicativi, com’è giusto che sia.
Ma cosa ne sarà della roba vecchia?

Certo, magari esisterà ancora la possibilità di scambiarsi consigli… ad esempio una volta mi regalarono svariati cd pieni di e-book, con materiale libero da copyright, perchè troppo vecchio o distribuito gratuitamente.
Magari come vecchio zio potrei lo stesso consigliare e far scaricare roba classica ai miei nipoti… ma quanti poi andranno sul serio a leggerla?

Un libro sta sempre lì, a portata di mano. Ci passi così tante volte davanti che alla fine resti comunque invogliato a leggerlo, o a finirlo una volta per tutte.
Per dare un senso allo spazio fisico che occupa.
Un cd, o una cartella… si ignora più facilmente.
E quando serve spazio, si cancella.

Però quel gusto della scoperta, quel tipo di curiosità che non nasce per infusione dello spirito divino, ma viene influenzata dall’ambiente in cui si vive, scomparirà.

Io non sono un appassionato di narrativa e fumetti soltanto in base a propensione naturale o educazione. Ma anche perché sono sempre stato circondato da quella roba.

Sono tempi interessanti per la velocità di diffusione dei contenuti e per la sinteticità degli strumenti comunicativi.  Ma la curiosità può andare d’accordo con la costante rincorsa dell’attenzione del lettore?
La cultura e le esigenze di spazio e d’arredamento possono andare d’accordo?
Cosa me ne faccio di avere più spazio in casa, quando la suddetta casa non comunica praticamente nulla del mio gusto e del mio modo di vivere… o semplicemente del mio passato?

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