Ci sono momenti in cui la tranquilla cittadina di Twin Peaks mi ritorna alla mente.

Come tutte le opere che mi hanno coinvolto in misura maggiore, i miei ricordi si attorcigliano a quelli del serial televisivo e del film-prequel.

Porto dentro di me i segni della Provincia. Ho annusato l’odore di detersivo, ambienti lucidati e puliti a dovere.

Ho visto le foto di famiglia, disposte con cura in salotto, intrise di calore e pianto.

Ho svolto anch’io le mie indagini private.

A volte fingevo di essere un SuperAgente del Governo, tutto d’un pezzo, con il fiuto di Sherlock Holmes, gli occhiali scuri  e i muscoli di Bruce Willis, venuto per risolvere i problemi e imporre il proprio gusto estetico alla cittadina di bifolchi di frontiera.

Altre volte volevo disperatamente diventarne lo sceriffo, sedotto dalla quiete di quei luoghi, convinto di aver trovato una nuova famiglia. E allora capita che certe volte, mentre strizzo il tubetto di dentifricio davanti allo specchio, mi chiedo se alla fine Dale Cooper sia riuscito a uscire dalla Loggia Nera. Oppure ripasso dal Great Northen Hotel ricordando quel giorno in cui Audrey ballava  al centro della sala.

Ripenso a Laura Palmer. Chi non conosceva Laura? Aveva il sorriso di un angelo… è incredibile che sia morta così, non credete?

Esistono storie capaci di produrre personaggi, ambienti, atmosfere a cui ci si affeziona, al di là del valore artistico.
Se dovessi ragionare in modo obiettivo, giudicherei la trama sviluppata dal serial inconcludente, piena di buchi e di risoluzioni frettolose.

Non perdonerei di certo l’uso eccessivo dell’espediente magico mescolato all’indagine polizesca, e i metodi di Cooper mi sembrerebbero quelli di un ragazzino che gioca a fare il poliziotto, non il detective.

Eppure…

Come Cooper, anch’io mi sono affezionato a quella cittadina. Allo strepitoso caffé e alle specialità culinarie locali.

All’ospitalità dei cittadini.

In Twin Peak il bene e il male luccicavano senza sosta. Segreti, bugie, inganni. E nonostante tutto la voglia di sostenersi l’un l’altro e andare avanti.

Anche una metafora che in apparenza può sembrare infantile, quella della Loggia Nera e della Loggia Bianca, in realtà esprime con una sintesi breve e potente l’unica grande difficoltà che domina le nostre vite:
guardare dentro il buio di noi stessi, e sopravvivere per raccontarlo.

Senza farsi sopraffare dalla paura.

In un bizzarro modo di pensare, sono giunto a pensare davvero che Leland amava davvero sua figlia Laura, che nell’ultimo istante di vita è riuscito a rinnegare, a rifiutare  tutto il male che l’aveva spinto a ucciderla.

E lei lo perdonò.

Quante volte siamo costretti a dire questa frase, per poter andare avanti?

Forse è a questo che serviva BOB. A dare un nome alla crudeltà insita negli esseri umani, per poi allontanarla da sé, e cacciarla via, come un esorcismo.

Credo anche, dopo aver visto Fuoco Cammina con Me, che Laura alla fine sia riuscita a salvarsi, o perlomeno a intravedere una via di fuga verso il paradiso.

Anche se la logica mi suggerisce che quello era soltanto un finale aperto, esigenza di lasciare a metà la serie per mancanza di fondi da destinare a episodi risolutivi successivi.

Visto che non ci sarà nessun altro finale, almeno per ora, preferisco interpretarlo a questo modo.

Sì, perché si può amare e uccidere.

Si può essere una reginetta modello e una bambina indifesa perduta all’inferno.

Si può avere un sorriso accogliente e vivere dietro la porta di casa relazioni torbide.

Sì può essere buio e luce.
Non solo a Twin Peaks, per fortuna.

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