La prossima canzone

Il soffio di un’armonica immaginaria scioglieva le ossa.

Nell’aria fredda, coperta dal buio che rende uguali tutte le forme, gli occhi erano pieni di lacrime.
Reazioni esplosive, sotto strati di pelle pulsante.

Corpo contro vento. Nessun dolore immaginario.
Nessun paesaggio dipinto al quale dare la colpa dei propri pensieri.

Non c’era nessuno che potesse dar nomi alle cose Nemmeno alle ore.
Per cui quella era l’ora Tale, e quello era un Bar.
Lei andava sempre lì, dopo il concerto.

Qualche minuto di solitudine, il rumore discreto del barista fuori scena, a ripensare, come al solito, all’oceano di sguardi che i suoi occhi fotografavano, mentre il resto del corpo, guidato dal fiume di elettricità e luce, vibrava attraverso l’armonica.

Unendosi ai compagni, confondendosi tra le parole, fino al cielo.
L’inverno bussava, affamato di piccoli regali.

Cose da tenere in tasca, rigirare tra le dita.
Piccoli movimenti per illudersi di accarezzare l’anima del gelo.

Ma il gelo è bianco, abbraccia insieme tutti i colori.
Non lo vedi, ma è ovunque.

Arriva dal cielo, dal mare e dalla Terra.
Arriva portando in dono un sorriso di ghiaccio per farti addormentare.

Un vicolo cieco. Un rumore di passi estranei.
Un rumore di passi conosciuti.
Una storia che comprendi soltanto mentre la stai raccontando.


E’ il volto del soldato, stupido e fiero, davanti al corpo di un bambino.

L’inno nazionale si confonde con una filastrocca insensata

" Chi uccide il prigioniero/diventa a sua volta prigioniero "

Nel nome di Dio, benedici sipario, sul teatro di battaglia.

Il rumore discreto del barista fuori scena scandiva tasti invisibili, per tenere pulito e ordinato quel pizzico di niente.
Poco lontano,sollevando gli occhi, si vedeva  Lui.

Menteneva la fronte bassa, per nascondere le cicatrici.
Quando respirava forte, fiato caldo saliva su dalla bocca, e sembrava voler dissolvere quelle cicatrici di rabbia e colpa.

La magia che era in lei accarezzò le apparenze  fragili di quel  corpo denutrito.
Viaggiò oltre il sangue, si fermò davanti alle ossa del torace, chiuse strette, come una gabbia. 
Nello spazio tra una sbarra e l’altra, baluginava una luce azzurrognola, prigioniera più di tutto il resto.

Un’ombra azzurra e incerta. Spiaccicata tra le pareti. Incapace di volare via.

La ragazza si svegliò, e tornò sola, al centro di quel mare di sguardi. Il pubblico rimase in silenzio.
Chiuse con forza l’armonica tra le mani.
Premendo forte, guardò le pagine degli spartiti mosse dalla brezza serale, sorrise incerta agli altri
musicisti.

Non sapeva se si sarebbe alzata, dentro il bar, correndo incontro a quella luce, provando a capire se voleva essere liberata o no.
Non sapeva quale sarebbe stata la prossima canzone.

Quel concerto fu una specie di evento storico.
Molti bambini vennero concepiti proprio quel giorno.
Ci fu un’incremento delle nascite, che rese più felice il Natale imminente.

Anni dopo, gli spettatori presenti a quel tempo, ormai adulti e genitori, ebbero sempre parecchia difficoltà a raccontare cosa successe veramente.

A parte quella improvviso lampo di luce azzurra.
Quell’istante di gelo congelato in cui tutti si sentirono vicini l’un l’altro.
Così dolce, così terribile.

Confuso nel cielo, assieme alle altre canzoni

Parlavano di Lei, e di quello che fu il suo ultimo, splendido concerto.
Nessuno la vide più.
A volte raccontano di lei le fiabe dimenticate tra la carta ingiallita.
E quella canzone, intrisa di mille leggende cantate sulla Luna, di cui nessuno riesce a ricordare le parole.

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