E chi se ne frega

Avrei voluto sbattere la porta, aggredire i muri della tua durezza.
Le condizioni che poni, la cieca sordità delle tue labbra che si piegano,

La concretezza di cui non c’è bisogno, che ti riveste come una corazza,
mentre il mondo, avido di simulacri, applaude alle tue poesie di pietra,
vergate con viziosa cura, a mò di  lettere d’artista,
e la presunzione di un Dio della Montagna.

Avrei voluto infrangere le mani contro lo specchio, lasciando frantumare la mia immagine,
Fiumi di viscere impetuose, incontenibili, che mi separano dal vivere sonnambulo,
il prezzo di dolore, a capo chino, che sono costretto a deglutire ogni volta.

Avrei dovuto.

E invece sono qui,
confuso tra le insegne e i cartelli stradali, in questa incerta parentesi,
Una lama di luce sulla schiena, separa il buio,
in quell’attesa deliziosa e incerta.
Socchiudere lo sguardo, arrendersi alla diafana luce dell’illusione.
Avvolto dalla corrente infinita di pensieri.
Rabbia che crolla, macerie da assaporare.
Quiete.

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