Il Gentiluomo tra i frammenti di vetro.

E’ bello diventare grandi, profumarsi con acqua di colonia, uscire nella sera.
Compro una rosa che punge. Sorrido agli estranei. Saluto i manichini nelle vetrine.

E’ bello diventare grandi, nell’aria fredda.

Davanti al cine-teatro.
Sotto un volto gigante dai denti perlacei, spiaccicato sul manifesto.
Una bocca enorme che potrebbe inghiottirmi per sempre.

Sorrido guardando la gente, per dimostrare che sono come loro.
L’appuntamento era per le nove.
Ora sono le nove e dieci. E’ bello diventare grandi, saper leggere l’orologio.

E’ sempre utile sapere quanto ti manca-a-qualcosa.
Sono pieno di cose utili dentro la tasca. Nemmeno un cioccolatino.

Ora sono le nove e venti.
C’è un mendicante seduto sul marciapiede, che vende vecchi giornali. Gliene compro uno, tanto per.
Il mendicante si frega le mani, compra un bicchiere di té, lo sorseggia guardandomi, come se fossi un gran signore.

E infatti lo sono. Proprio un gran bel signore, con la sua rosa rossa, con la sciarpa intorno al collo.
Il mendicante inizia a gironzolare lì intorno, mentre io rimango fermo, al mio posto. Stringo la rosa tra le dita.
Il mendicante si avvicina. " E’ in ritardo?! " mi domanda strizzando l’occhio.
Annuisco, sorridendo.

E sono già le nove e mezza.
Aveva detto che sarebbe uscita presto dal negozio. In autobus ci vogliono praticamente dieci… no, cinque minuti.
Ma ne mancano soltanto venti alle dieci, adesso.
Alle dieci non è più sera. Comincia a diventare notte.

Di notte ci sono i ladri, gli assassini, e tutte quelle cose stupide di cui avere paura.
Per fortuna esistono i cellulari. In fondo è già in ritardo, sono giustificato a chiamarla, non mi giudicherà assillante.
Il cellulare non prende.

Beh, fa nulla, riproverò tra altri dieci minuti.
Il mendicante si avvicina di nuovo: " Eh, certo che aspettare con questo freddo è dura, eh?"
" Eh, eh…che ci vogliamo fare! "
" Già!  "

E’ tutto sotto controllo. Non devo aver paura. Voglio dire, non conosco bene questa città, ma non significa che debba aver paura. Però sul giornale c’è scritto che l’indice di criminalità è tra i più alti d’Italia. Non è che siccome a me non succede mai, nulla una donna può camminare da sola, di sera. Avrei dovuto raggiungerla. Adesso cosa faccio? Non so nemmeno come si chiama questa fottuta zona. Ho soltanto il mio cappotto, questa rosa del cazzo, e un cellulare che non riesce a chiamare.

Non dovevo lasciarla sola.
La sicurezza dei primi giorni, quando entrare nella sua vita mi sembrava l’unica cosa giusta e sensata.
Attimo dopo attimo ho cominciato a sbagliare i passi, a perdere terreno.
Lei era sempre più bella. Più luminosa.

Come una gabbia di vetro, volevo sfiorare quel dolore in trasparenza, prenderlo tra le mani, sfiorarlo con le labbra.

Invece potevo solo guardarlo.
Forse avrei dovuto rompere il vetro. I frammenti vanno sempre dappertutto, si infilano sotto la pelle, come ghiaccio che fa male e non si scioglie mai.

Perché questo cazzo di cellulare non prende?  Siamo nel luogo più moderno d’Italia, abbiamo ripetitori per cellulari che ci salgono fin sopra il culo. E poi il suo prende sempre. E’ uno degli ultimi modelli.
Certo, se qualcuno ti prende e ti sbatte al muro, il cellulare cade per terra, finisce sommerso dalla neve, e arrivederci. Posso chiamare pure fino a domani, tanto è inutile.

Io sono inutile.
Dovrei essere lì, a sciogliere in una tazza di tè caldo tutti i pericoli e le paure ridicole.

Invece non sono mai riuscito a far nulla per lei. Mi tiene con sé, come i pelouche sul letto.
Non vuole disfarsene soltanto per motivi affettivi, o forse perché le piace pensare che sia giusto preservare cose del genere. Così come sono giusti i funerali e le visite settimanali al cimitero.
Non gioca più, del resto. Ha troppo da fare.
Non come me, che gioco tutto il giorno.

Ma i pelouche stanno lì, a prendere polvere. Con gli occhi di plastica scuciti, che penzolano.
L’orrore è nei dettagli.
Nel tempo che manca. Nei significati sommersi di polvere.

Chiamiamo un’altra volta. Giusto per scrupolo.
Diosanto, sono quasi le dieci e mezza, è passata un’ora e mezza, e il cellulare ancora non risponde.
Il mendicante mi guarda dubbioso.
" Cazz…ma ancora non è arrivata, possibile? "
Mi faccio scuro in volto.
" No. Forse è meglio che chiamo qualcuno… la polizia…"
Rimane a bocca aperta, sconcertato.

Gli passo davanti, inizio a camminare verso… verso non so cosa. Mi pare di ricordare che poco più distante c’era la stazione. La polizia ferroviaria, sì. Sono gli unici a cui posso rivolgermi.
In questa città del cazzo dove non conosco nessuno, e i manichini che mi chiamano dal vetro. " Dai, coglione, vieni a far festa con noi! ".

Squilla il cellulare.
Porca puttana, finalmente.

" Mi hai chiamata? "
" Beh, ero un po’ preoccupato, si stava facendo tardi…"
" Mi hanno trattenuta in negozio un po’ di tempo in più per una questione, guarda, sono incazzata nera, poi ti racconto. Dove sei? "
" Nei pressi della stazione "
" Ottimo. Sono in taxi, ci stiamo passando. Due minuti e arrivo…"

Quando finalmente arriva, le vado incontro. Prende la rosa, mi dice a malapena grazie.
 Le squilla quasi subito il cellulare, e facciamo tutta la strada di casa, con lei che litiga con suo fratello, per questioni di gestione del negozio.

In questa città è difficile perfino sopravvivere. Perdere qualcosa fa parte del gioco.

Forse riesci a comprenderlo soltanto quando hai perso abbastanza.
Quanto vorresti volare oltre le apparenze, fino al cuore dei bisogni e dei desideri, per intrecciarli coi tuoi.
Ma intanto perdi: una parola al momento giusto, un passo sbagliato durante la danza, un gesto che ti sembra necessario e che diventa goffo, come se avessi le mani di cemento.

Le immagini che ti rimangono in testa, la speranza, la sopravvivenza, l’istinto di vita, cercano di offuscarti gli occhi.
Non ci sono guerrieri o principesse custodite da mostri.

L’avventura che credevi di aver superato, seguendo gli impulsi del cuore e delle viscere, si ribalta nel significato. Ti trovi catapultato in un secondo tempo fatto di equilibrismi precari.
Un burattino annoiato che muove i fili di due pupazzi quasi rotti, che arrancano tentando di sostenersi.
Manca sempre qualcosa di speciale, da cercare oltre quella stanza buia, oltre quella finestra.
Mi chiedo a cosa sorridano i manichini.
Provo rabbia, istinti ricacciati a forza nello stomaco, e allo stesso tempo comprendo la necessità di contenerla.

La guardo mentre perde il colore degli occhi, e mi sento come uno spettatore entrato al cinema a spettacolo iniziato.
Come vorrei fare qualcosa. Quanto sono lontano dal poter essere qualcosa.
Per lei. Per me?

Ha già tanti pensieri. Troppi. Inutile dirle che, non meno di qualche minuto fa, ero convinto che fosse in pericolo di vita. Che solo a pensarlo mi sono sentito sgretolare l’anima a piccoli pezzi.
Inutile dirle che avrei voluto correrle incontro, abbracciarla, stringerla forte.
Oltretutto fa un freddo cane.

A cosa servirebbe?

Nei film si abbracciano d’istinto, dando sfogo ai desideri che partono dalle viscere.
L’immagine si fa sfocata, parte la canzone in sottofondo.

Queste cose non mi riescono. Quando provo a farle, diventano grottesche e fuori luogo.
Faccio parte del film sbagliato.

Come quando rientriamo, e ci sono i pelouche sul letto, sparpagliati in giro per la stanza, mischiati ai miei vestiti, ai suoi, alle cartacce.

Tra un’ora, tra qualche giorno, forse stanotte, comincerà il silenzio. Cercheremo di riempirlo, come il suono di un vaso che si frantuma per terra.

Fa freddo.

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