Flag of your fathers e Letters from Iwo Jima

Il filo che scorre unendo  i due film è soprattutto economico: entrambe le forze in guerra stanno praticamente prosciugando le risorse dei rispettivi paesi.

Molti storici indicano infatti l’isola di Iwo Jima come il punto di svolta della guerra: di fronte all’alternativa di una logorante guerra contro i tenaci giapponesi, secondo alcuni gli Usa accelerarono i progetti sulla bomba atomica, fino alla decisione finale di lanciare testate su Hiroshima e Nagasaki.

Il divario tra i piani alti e i soldati mandati a fare il loro dovere è grande: abbandonati dal paese, e sorretti soltanto dai propri ideali e dai rapporti umani che si creano all’interno delle opposte milizie, i vari protagonisti della storia, da due differenti prospettive, incontreranno il loro destino.

In Flags of your fathers il regista Clint Eastwood introduce innanzitutto i membri del battaglione che il destino trasformerà in protagonisti della storia. L’atmosfera goliardica, ma al tempo stesso venata di amare inquietudini, è un bel pugno nello stomaco iniziale. La ricostruzione dello sbarco e della battaglia ricorda molto lo stile frenetico, esplosivo, polveroso e confusionario di Salvate il Soldato Ryan.

La parte successiva del film, la più interessante, decostruisce con precisione e cinismo tutta la mitologia epica della seconda guerra mondiale.

Puntando soprattutto sul discorso economico, Eastwood mostra la fabbricazione di un gruppetto di sparuti eroi mediatici, usati ed abbandonati dal loro stesso paese, con lo scopo di stimolare il patriottismo americano e fornire così denaro per le armi e le munizioni.

 Il mito dell’eroe, non solo americano, viene spogliato da ogni connotazione positiva: nulla di quanto queste persone fanno riesce a mutare il paese, se non nell’apparenza più frivola.

Basti pensare che uno degli eroi è pellerossa, e viene emarginato né più né meno come prima), e perfino i loro atti vengono spogliati da ogni fascino: un misto di casualità e incoscienza, condito da "azioni indicibili", che gli stessi protagonisti, nei ricordi, liquidano come non degni di appartenere all’essere umano.

Eppure l’essere umano, per capire l’incomprensibilità della guerra, avrà sempre bisogno di masticare queste figure eroiche costruite a tavolino, per poi sputarle via come chewing gum usato.

Letters from Iwo Jima invece si occupa della prospettiva avversaria.

Tra i due, è il mio preferito, e non per la classica nippofilia che affligge gli appassionati di fumetto (anche perché il film inquadra per necessità narrative soltanto l’aspetto più fanatico e cruento dell’esercito imperiale), ma per i momenti poetici e introspettivi dedicati alla variegata umanità all’interno della fazione orientale.

 Il generale che disegna in solitudine racconti per l’infanzia, il piccolo commerciante costretto a lasciare la famiglia per servire l’impero… le "lettere" lasciate in eredità al Giappone moderno.

La malattia, la sporcizia, la violenza irrompono fin da subito nel film. Una parte degli scenari è ambientata in grotte soffocanti e polverose, scosse da esplosioni in superficie, che creano un’atmosfera intensa e claustrofobica.

La cultura patriottica della morte e sacrificio si contrappone ai desideri di sopravvivenza, e si potrebbe dire che più degli americani, è il contrasto all’interno dell’animo dei nipponici la più grande lotta che si trovano ad affrontare.

Il discorso economico diventa una specie di  sciocco serpente che si morde la coda, avvolgendo i due film: in realtà tutti gli eventi vengono messi in moto da problemi e mancanze di risorse concrete… e da cosa è causata questa mancanza? Dalla guerra stessa.

I due film, nel loro opposto e speculare affresco, diventano un dramma che sintetizza perfettamente l’idiozia e le contraddizioni che hanno portato a morire i poveracci di oggi e di ieri.

Le spiagge silenziose di Iwo Jima, lo sciabordio delle onde, sembrano suggerire allo spettatore moderno che chi ha avuto il privilegio di non assistere agli orrori del passato ha il dovere di scegliere quale eredità lo rappresenta: il vuoto e frantumato eroismo della "foto che fa vincere la guerra", oppure le lettere piene d’amore di chi sapeva già di essere condannato.

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