Goodbyehorses

A che serve lo sguardo, se non posso toccare?
Sembra una domanda, ma in realtà è quello che fanno i neonati. La loro intelligenza e la loro esperienza non sono separate da limiti fisici, non c’è bisogno di costruire ponti, o altri orrori architettonici.

Goodbyehorses possiede un’abilità ancora più rara: può mangiare le cose che luccicano e quelle evanescenti. Le dissolvenze, le intermittenze. Si guardagna da vivere stimolando gli zombie dell’immaginazione, che barcollano disarmonici dentro sé stessi, lungo il flusso vitale dell’umana sorte.

Incontrai  Goodbyehorses per la prima volta una mattina. Entrai nel suo magazzino a curiosare, e mi diede un ciondolo ricavato da un pezzetto d’argento.
L’argento luccica ma si può mangiare, succhiare, ed è come masticare pezzetti di luna.

 Poi un giorno lo tolsi, e lo regalai a qualcuno, dicendo che sarei venuto a riprenderlo, ma non fu possibile. Rividi il ciondolo mesi dopo, indossato da una persona diversa. La luce tremula mi fece confondere, e persi di nuovo tutto.

Una sera di Settembre sporcavo l’orlo dei pantaloni vagando tra gli spazi polverosi di una fiera fuori dal paese. Tenendo lo sguardo basso razzolavo per terra i pezzetti di cose perse dai passanti. Tra le nuvole basse di polvere, rividi il ciondolo.

A pochi metri di distanza, alzando lo sguardo, scorsi il banchetto di Goodbyehorse, che già mi salutava, da dietro il suo tavolino pieno di cianfrusaglie.

Attorno a lui c’erano tante luci piccole, pulsanti oppure soffuse, avvolgenti. Lui le inghiottiva tutte. Poi però, a causa della digestione pesante, non riusciva a trattenersi dall’espellere aria e suoni dallo stomaco. Non amava granché la musica, per cui chiamava questo fenomeno flatulenza, rumore, brusìo.

Mangiava la luce, e restituiva buio, rumori piccoli e grandi, voci che sussurrano tra le ombre. La sua esistenza era una piccola eclissi nella quale eri coinvolto senza scampo. Per cui ti conveniva ascoltare.

Per cui lasciai  che divorasse la luce dei miei stessi occhi.
La osservai assottigliarsi, restringendosi prima in macchie, poi in lame, sempre più sottili.

Dopodiché fui in grado di ascoltare la paura.

Prima sei arrabbiato per le ingiustizie, poi l’ingiustizia diventi tu stesso. E a quel punto, in un rovescio ancora più fragoroso, diventi il giustiziato.

Ascoltai i rumori delle feste nella casa del vecchio vestito da giovane, che si illudeva di ricacciare in un angolo la morte, e non capiva che la morte inizia proprio quando decidi di allontanare le cose. Le sue tasche erano piene di moneta sonante, ma non bastava mai. Non riusciva a pagare nulla. E a quel punto bisognava stare attenti perfino ai centesimi.

Ascoltai la voce di due vecchi vestiti da vecchi decrepiti, che morivano perché lasciati soli. Urlavo, piangevo. A volte mi sembrava anche di poterli toccare, di poter assaggiare la dissonanza tra umano e disumano, tra parole e porte chiuse, il legno, l’acciaio, la plastica salata e amara che si interpongono come barriere tra lo sguardo, il tocco, il gusto.

Era come il rimpianto che guarda indietro, verso il neonato, a cui è consentito toccare e mangiare, imparare cosa è buono e cattivo, nell’ingenuità che abbiamo perso.

All’improvviso, tutto finì com’era iniziato: con la luce.

Salutai Goodbyehorses, e lui fu contento, perché il suo nome conteneva già un saluto, e in quel modo poteva formare una coppia. Per ringraziarmi mi diede un biglietto dell’autobus, che usai per tornare a casa.

Mentre appoggiavo le guance al finestrino, osservavo i posti vuoti, e poi l’autista, pagato per trasportarmi, non certo per parlare.

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