I nuovi mostri

SineCura è una vecchia megera imbellettata, con abiti da ragazzina.

Un tempo la chiamavano Conoscenza.

In epoche più recenti ha venduto la propria curiosità ad agenti oscuri, che le hanno dato in cambio l’illusoria convinzione di poter prevedere il corso degli eventi, e di cacciare via ogni male.

Ha dunque cambiato il nome, adottando quello attuale, di origine latina, che significa "Senza Preoccupazione".

Adesso vaga di villaggio in villaggio predicando falsi sorrisi. "Noi non vogliamo!  Noi non adottiamo! noi  respingiamo!" grida arringando le folle.

Sputa veleno e gelosia sui colori che non può comprendere o che non fanno parte della propria bandiera.

Raccoglie tutto ciò che può costituire una minaccia per il proprio potere, riunendolo in un ammasso pasticciato e informe,  a cui da un nome unico: Diverso.

Incita le folle a pronunciarlo con odio, biascicando veleno.

Tutti si stringono entusiasti attorno a SineCura. Le dicono che è ancora bella, come un’adolescente.

Farebbero di tutto per farla continuare a sorridere. Si aggrappano a quel sorriso  raggrinzito, incollato con la cartapesta, perché è l’unica cosa che può rassicurarli.

Infine, le donano l’unica cosa  che è rimasta: la libertà.

Gli amici, i fratelli da tutto il mondo, la vita stessa preme per bussare contro il bozzolo duro, aspro, ignorante in cui si è chiusa SineCura assieme ai suoi sudditi.

Ma lei non lascia entrare nessuno.

 Mi fa orrore pensare al legame  tra la paura che corre sulla schiena e il lieve respiro che prelude al sonno. Tutti dormono,  credendosi al sicuro, incapaci di comprendere che sono morti.

SineCera è un’enorme mosca che ronza affamata dentro una sorta di alveare, che la riveste e imprigiona assieme.

Ha divorato tutto il miele all’interno di esso, e perfino le api che lo fabbricavano.

Fuori da questo involucro dolciastro e nauseante brulica uno sciame di mosche più piccole,  che sbattono incessanti le ali, a velocità folle, sollevando un sacco di polvere.

Pulviscolo e ronzio sprigionano un potente miraggio ottico-sonoro, in grado di mascherarla alla perfezione.

Agli occhi della gente  si presenta infatti  come un normale essere umano.

Si potrebbe dire che nessun essere vivente è in grado di vedere il vero volto di SineCera, perché il velo di polvere e suoni che la ricopre è troppo lucido e perfetto. Siccome ciò che i nostri sensi percepiscono è l’unica realtà che importi, SineCera, per noi mortali, è una tra tanti.

Ma ogni mostro ha un tratto inequivocabile che lo distingue dal resto dell’umanità. Nel caso di SineCera è la sua capacità di mentire alle persone che ama, traendone gusto e nutrimento.

Quando si ama davvero qualcuno, è impossibile mentirgli.

Il respiro perde ritmo, gli occhi vacillano.

Siccome è impossibile per ogni essere vivente vivere senza amare almeno qualcuno nella vita, ne consegue che tutti siamo stati, o saremo sinceri, almeno una volta.

Desiderando quell’unico istante di sincerità,  nella consapevolezza che prima o poi riusciranno a incontrarlo, gli uomini vivono, soffrono, e si dirigono risoluti lungo il cammino che li porta all’ultimo respiro.

SineCera è l’unico essere che riesce a mentire senza provare né colpa, né amore.

Non ha bisogno di voler bene, perché si nutre delle speranze altrui.

Incappare in esseri come lei significa morire di una morte peggiore di quella a cui ci ha naturalmente destinato il Fato.

Una morte dentro la vita,  assurda e disgustosa come una mosca dentro il miele.

Kafkiano un tempo era un aggettivo. Serviva a definire situazioni di angoscia e rassegnazione, e derivava da un riferimento all’opera di uno scrittore ceco.

Costui ebbe una vita travagliata e dolorosa, e gli scritti derivati dalle sue esperienze mantennero sempre un’aura di incompiutezza e rassegnazione.

Al termine della propria vita, diede scrupolose istruzioni affinché venissero bruciate, ma una mano empia li trattenne, mostrandoli al mondo contro la volontà di morte che li aveva vergati.

Leggendo quelle parole, viaggiando attraverso i racconti e i romanzi di Kafka, le genti di tutto il mondo rivissero i suoi dolori.
Per molti, fu come un incubo breve, dal quale risvegliarsi quanto prima.

Nel pensiero di chi sopravvisse alla sua sofferenza, ogni volta che il libro veniva chiuso, l’aggettivo riferito al nome dello scrittore divenne un sinonimo riferito alle cose assurde e fatte di sogno, le cose  che scompaiono come i giochi di luce, con un battito di ciglia.

Ma c’era ben poco di effimero nel dolore di Gregor Samsa.

Samsa si risveglio come un insetto. E molti, oggi, si risvegliano dentro ospedali polverosi e dimanticati, con una mela immaginaria conficcata nelle spalle. Sono queste le cose importanti che stanno appese al muro.

Queste e molte altre, coperte dal buio come cadaveri. Non vorrei allarmarvi, o amanti dell’amore, ma  stanno gocciolando per terra.

Attireranno l’attenzione di qualcuno, lo condurranno davanti a quella porta. E poi scoprirà i cadaveri del vostro amore.

Una volante della polizia del destino è già in viaggio verso la vostra agenda settimanale. Vi sconvolgerà i programmi, e tutte quelle bugie che siete riusciti a infilare e vivere tra un’oretta di palestra e una riunione di lavoro.

Voi intanto siete perduti e felici, in un bosco di cui non vi importa nulla, gustando l’esatto contrario di quello che vorreste essere.

 Mi sconcerta il fatto che dobbiate separare ciò che vi definisce da ciò di cui avete bisogno per poter vivere felici.
Non afferrate l’ironia, né il disgusto.

La nostra esperienza supera le cose fastidiose, come il dolore altrui, plasmandolo nelle forme di mostri da nascondere, serrati all’interno dei labirinti del pensiero.

Kafkiano venne promosso  da parola a cosa viva dal Fato capriccioso, sempre in cerca di cinico divertimento.

 E’ ancora lì, che si contorce, nella notte che nasconde il dolore e la morte, travestendolo con le fogge più assurde, deformi e comiche.

Si nutre della vostra mancanza di punti di vista, del rigetto per la diversità, dalla repulsione per le facce nascoste dei dadi e delle monete.

Kafkiano assume su di sé la vostra colpa, e soffre affinché possiate dormire, superare, dimenticare.
Rigettare.

Infinita un tempo era chiamata Immaginazione.

Decise di assumere questo nome il giorno in cui si rese conto che la musica ha soltanto sette note, che i colori primari si contano sulle dita della mano, e che l’alfabeto può contare solo su una manciata di lettere.

 Le avevano giurato che sarebbe durata per sempre, oltre i confini stessi dell’universo.

Quando si rese conto dei propri limiti, decise di fare della parola  senza-fine per eccellenza, come estremo sarcasmo verso la propria esistenza, il suo nuovo nome.

Adesso vaga per il mondo lamentandosi e disturbando il riposo di chi si guadagna da vivere col sudore della fronte.

E’ il più infelice dei nuovi mostri, perché incapace di comprendere che la vera forza sta nell’esperienza e nella combinazione, nelle soluzioni che cambiano mano, per condividere e  affrontare dilemmi vecchi e nuovi.

Triste e squallida prigioniera di un’eterna immaturità,  percorre lo stesso identico sentiero, avanti e indietro, sempre più logora, invecchiata. Non riesce ad accorgersi che di volta in volta perfino un paesaggio visto più volte può offire prospettive nuove.

Verderame ha seni procaci, labbra gonfie, occhi affogati di rimmel.

Ondeggia in una danza sgraziata il  volgare simulacro di plastica attorno al quale ha ritagliato il proprio corpo.

Le sue forme, studiate e riprodotte in serie dal ventre artificiale e tossico delle industrie, pretendono di soverchiare la mia idea di passione.

Soffocano col loro frastuono visivo la delizia dei miei più intimi desideri, la gioia dei miei occhi, che vorrebbero vagare liberi, senza essere educati su quali siano le cose belle.

Si attacca alle mie spalle come una droga senza piacere.

Ogni volta che cerco una via per me stesso, me soltanto, mi copre gli occhi, mi martella il cervello di cose che dovrei essere, di cose a cui dovrei aspirare.

Nessuna delle donne che ho conosciuto nella mia vita le assomiglia. In loro compagnia, potevo finalmente essere nudo, come me stesso.

Ma poi tornava lei, con la sua ostinazione, a rovinare tutto.

Pretende di rappresentare i desideri di tutti.

Millanta storie e progetti, ma la realtà dei fatti è che i suoi programmi futuri non riescono a coprire oltre i due anni di vita. La sua sicurezza è illusoria e fragile, ammantata di orgoglio vuoto.
 
Si prostituisce, assetata di consensi ed elogi, chiamando frocio, pallemoscie, rottinculo chi passa senza  elemosinarle qualche spicciolo d’attenzione.

Mi bisbiglia  fastidiose canzoni, nelle quali l’emozione non ha voce.

Cazzate.

Il silenzio è squallida sofferenza, case vuote, deserto. E’ morte.

 L’emozione invece è fatta di persone, risate. Pentole che bollono.

L’udito che  si allena a riconoscere il diverso suono dei passi sul pavimento, quando passa qualcuno a cui vuoi bene.

Mi comanda di dormire nelle notti in cui accadono le cose più interessanti, mi spinge a forza nei giorni in cui vorrei riposare.

Mi impedisce di disperdermi dove vorrei.

Annunci

One thought on “I nuovi mostri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...