Circoscritto

Strade che sembrano fatte d’acqua mi costringono a camminare lentamente.

Parole trasparenti volteggiano davanti agli occhi, vuote dentro, che basta un soffio a incrinarle.

Non provo nemmeno a fermare la mia immagine, mentre scappa via, come un’adolescente incauta, smaniosa d’amore e persa tra i boschi.

Si moltiplica attraverso gli occhi degli altri, la percezione del mio ora, del mio quando, del mio perché si distorcono, si allungano, si restringono, fino a divenire una specie di parodia.

Non ho macchina e non ci sono autobus.

Posso solo tornare a casa a piedi.

Ma c’è un piccolo problema di cui tener conto: la zona che devo attraversare è molto malfamata e si dice che delinquenti di ogni risma siano pronti a saltar fuori e rapinare la gente.

Mi ritorna in mente un ricordo: non è la prima volta che passo da quelle parti.

Quando avevo sedici anni facevo un corso extrascolastico di teatro, e spesso ci trovavamo a partecipare a gare in altre città.

Mio padre in quel periodo stava già male, e non poteva venirmi a prendere a tarda notte, quando rientravamo da queste trasferte.

Siccome mi vergognavo di chiedere passaggi ad altri, preferivo appoggiarmi a un parente, che mi lasciava le chiavi di casa sua, consentendomi di pernottare da lui per una notte.

Il problema è che abitava dall’altra parte della città, e per raggiungerlo dovevo passare da quella zona malfamata.

Avevo molta paura,  e a ogni minimo rumore sussultavo.

Ma per fortuna non mi successe mai nulla.

Se riuscivo a fare quella strada di notte, quando non ero ancora maggiorenne, figuriamoci adesso, in pieno giorno.

Cammino per un po’, finché non mi imbatto in un gruppo di ragazzini che giocano a calcio.

Proseguo senza guardarli, ma il mio passaggio interrompe comunque i loro giochi.

Una ragazza più alta di me, una specie di maschiaccio, cerca di prendermi in giro e richiamare la mia attenzione.

Cammino per un po’, finché non mi imbatto in un gruppo di ragazzini che giocano a calcio. Proseguo senza guardarli, ma il mio passaggio interrompe comunque i loro giochi.

Una ragazza più alta di me, una specie di maschiaccio, cerca di prendermi in giro e richiamare la mia attenzione.

Io faccio finta di niente, ma lei lascia perdere il gioco e decide di sbarrarmi la strada, di stuzzicarmi, di tormentarmi.

Cerco rifugio in un piccolo bar, ma lei mi segue come una mosca.

I proprietari del locale sembrano conoscerla, e le consigliano di smetterla, ma inutilmente.

A un certo punto, esasperato, sono costretto a gridarle contro, a rimproverarla in malo modo, nonostante avessi evitato per tutto il tempo di incazzarmi.

La mia voce attira dei clienti, tra i quali c’è un’assistente sociale, donna, che decide di prendere la ragazza in consegna.

La scena davanti ai miei occhi comincia a perdere d’interesse.

Butto un occhio al tavolino appartato in cui l’assistente sociale si è seduta con la ragazzina, per tentare di capire se c’è qualcuno in grado di badare a lei, oppure dovrà occuparsene il tribunale.

Le scene che si svolgono davanti ai miei occhi cominciano a perdere di importanza, come una macchia di bianco, che si allarga  bruciando le pellicole della memoria infantile, all’interno della mente di un bambino che tenta di diventare adulto.

Solo la concretezza del bar, il suono delle tazzine messe a lavare, l’odore forte di limone, mi trattengono in quel contesto.

Ho la gola secca, per cui decido di prendere un gelato.
Esco fuori dal bar per mangiarlo.

 Mi fermo per guardare la strada in movimento.
Il  mio cuore inizia a gonfiarsi.

In un attimo, il cielo si rannuvola e inizia a piovere, per cui sono costretto a rientrare nel bar.

Mi manca il respiro, e per salvarmi penso che  gli sbagli oscurano le cose.

In fondo, nel buio si può anche imparare a distinguere le forme, dopo un po’ che ci cammini.

Gli errori, sommati, rappresentano comunque delle strade che è meglio non prendere, delle cose che ho imparato. E che quindi non è tempo perduto.

Poi  chino la testa, mordendomi le labbra, perché non c’era nessuno con cui dividere tutto questo.

Posso consolarmi da solo e basta, mentre la strada si muove senza sosta, nonostante la pioggia, che  mi costringe me  rientrare nel bar assieme agli altri.

La ragazzina e l’assistente sociale che chiaccherano ridendo ormai come amiche, alcuni avventori che giocano a carte, i baristi che rimestano nelle loro cianfrusaglie.

Soltanto io non ho nulla da fare. Non c’è neppure un giornale da leggere.

Dalle finestre, il bagliore di una  massa invisibile si muove, mentre le luci non riescono a toccarla.

Pare quasi di vedere e sentire qualcosa, ma è così mimetizzata col paesaggio che dopo un po’ io e gli altri del locale la accettiamo.

La dimentichiamo consensualmente.

Ho continuato a leccare il gelato. Lentamente, senza fretta.

Fermo e ostinato, di fronte alla vetrina del bar, costringendo il sangue a non scappare.

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