Negando, annegando, in un altro quando che non importa, lasciando macerare i pensieri al sole, sopra la finestra. Ne ricaverò concentrato di pomodoro, come mi aveva insegnato mia nonna.
L’unica cosa di cui ho bisogno in questo momento, o per lo meno l’unica davvero facile da ottenere.
E’ questo ciò che riserva il sole. Che poi quando lo guardi, perché negare che fa male? Perché negare che la luce ti scorre addosso? E’ la luce a ricompormi, un po’ come cazzo le pare. Tutti si incazzano quando scombino un poco il puzzle cromatico, e poi dicono no, ti stai sbagliando, la strada è quella, sei tu che stai deviando. Il buio fa smettere di pensare, ti rende brutto, non ti riconosco più. Se mai mi hai conosciuto.
Mi riconosceresti? Sono qui. Non riesco a darti quello che mi chiedi. Domandi sempre qualcosa che non conosco. Eppure sto provando, senza prezzo, a darti quello che ho. Quello che trovo, al momento, rovistando  fino a grattare, e farmi male. Mi appoggio al muro, ho deciso di chiamarlo "il mio angolo", ma non è così, è solo pietra, in un posto che non conosco.
Sanguino, e non saprei come dirlo. Se il vuoto finisse col fondo, sarebbe facile trasformare il guscio in frammenti. Invece rimane sempre fedele a sé stesso, senza reclamare nulla che possa riempirlo. Immobile, mentre risuona il silenzio, tra le pareti, tra le tende. Se questa fosse una domanda, saprei come rispondere.
Ma non lo è. E diventa sempre peggio. Sempre più fredda, sempre più chiusa, accartocciata come la carrozzeria di una macchina, durante il funerale dello sfasciacarrozze. Mi gira la testa e non saprei che parole usare per chiamare qualcuno. E’ una bella giornata. Tutti ridono. Girano piano. Allora provo a entrare in quelle case in cui ti promettono qualcosa subito. Provo a riscaldarmi col veleno. Penso. Un insieme  morbido di odori e forme, come la fiamma che ti riscalda, e ti consuma mentre ti avvicini in un paradiso doloroso. Penso a quello che ho per pagare, ma non è abbastanza.
Potrei chiedere un prestito, ho il telefono.
Anzi, l’intera gamma dei mezzi di comunicazione disponibile nel mare elettrico pulsa e scintilla riscaldandosi, pronta per trasmettere qualsiasi mia richiesta fino a ventimila leghe sotto i mari, oltre le montagne.
Ma cosa scrivo, chi chiamo, che moneta si usa in questo paese? Il veleno entra in circolo, il calore non si sente più. Provo a chiamare un bicchiere, a baciare un tovagliolo. Il calore non c’è mai stato. Torna il mio corpo. Davanti a lui, solo casino. Vomita insulti.
I muscoli di dolore, gli spasmi mi chiedono come ho potuto lasciare che accadesse questo. Mi accorgo che avrei ancora bisogno delle cose morte, dei soldati che ho abbandonato al fronte, perché la guerra non aspetta il tempo per piangere.
Mi accorgo che non ci sono più, che se ne sono andati da tempo, insieme a me.
Non conosco i fantasmi, ho rinunciato alla loro presenza in cambio di un manuale per costruire stelle filanti protoniche, effetti speciali, robot dallo sguardo languido, più umani dell’uomo stesso.
Ma sono solo giocattoli, non servono a molto.
Perfino il terrore è più concreto.
Rimane una sostanza invisibile e calda, salata, sulle guance.
Diventa un oceano di lacrime, tra le lenzuola morsicate. Un neonato che nasce, debole e vergognoso, chiedendo pietà alla luce.
Negando, annegando.
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