Rinculo

I miei genitori erano persone in gamba. Io invece, sono soltanto un coglione.
Morirono entrambi in guerra. Erano di origine apache. Mia madre insegnava ai militari i ghirigorbi, una specie di linguaggio in codice, indecifrabile. Era usato dai guerrieri per comunicare in segreto, durante le battaglie contro il generale Custer. Mio padre invece era bravissimo con l’arco, e perciò era impiegato nelle missioni segrete, per sbarazzarsi di sentinelle o guardie in modo silenzioso. Gli bastava una sola freccia per colpire a morte. Cadevano come pere mature. Questo almeno è quello che mi è stato raccontato. Io preferisco ricordare mio padre come quell’adorabile idiota che ci metteva ore per montare un modellino di castello medioevale, e poi dava la colpa alle istruzioni scritte male, e mia madre come la migliore spazzatrice di briciole dal letto che conoscessi,  nonché ottima conversatrice notturna, ogni volta che non riuscivo a dormire e la chiamavo.  Ero molto bravo a far perdere tempo ai miei genitori, e loro sembravano gradire molto la cosa. Sono nato in un mondo senza lotte e sangue, grazie al sacrificio di gente come mia mamma e il mio papà. Pur essendo soldati, mi riempivano casa di libri su viaggi in terre esotiche, poesie, canzoni d’amore. Ho conosciuto la cultura della loro tribù attraverso le parole degli anziani saggi ridotti in schiavitù dall’uomo bianco. Ma non erano discorsi di amarezza. Erano canzoni dolci, che sussurravano di storie terre sconfinate, grandi cavalcate, abbuffate, risate al chiaro di luna. Tuttavia io, come tutti i bambini, sono cresciuto col mito della guerra. Schieravo i miei soldati giocattolo, salivo su vecchie carcasse di apecar fingendo che fossero robot da pilotare, formavo piccoli eserciti di amici nel mio quartiere: per entrare dovevi avere una pistola giocattolo da almeno dieci dollari, col proiettile a ventosa. Mi divertivo un sacco. Sapevo separare i due ambiti: da una parte le guerre divertenti di noi bambini, dall’altra le storie cupe e noiose dei grandi. Facce tristi, gente che piangeva. Mio padre non riusciva mai a raccontarmi per bene le sue imprese. Smetteva sempre di sorridere. Si perdeva tutto il pathos, dopo due minuti rimaneva triste a fissare il vuoto, perso in chissà quali pensieri, e non mi dava più retta. Non c’erano personaggi interessanti. Soltanto gente che cadeva a terra, si faceva male, e poi non poteva rialzarsi più. Che giochi si potevano fare, in quelle condizioni?

A volte ci sono cose che passano da padre a figlio, senza che si capisca bene come avvenga. Magari un bel giorno ti guardi allo specchio, e scopri che hai preso a camminare con un’andatura simile a quella che aveva tuo padre. Fai le sue stesse espressioni. Soprattutto quelle che odiavi. Io da mio padre ho ereditato lo stesso talento nel tiro con l’arco. L’ho scoperto durante un campo scout. La cosa mi fece un po’ paura. Era come possedere una forza senza controllo, che partiva in automatico. Infatti ho subito cercato di nascondere i miei risultati fuori dal comune, provando a sbagliare apposta. Ma anche così, riuscii ad arrivare secondo. E poi avevo un talento per i messaggi in codice. A scuola creai una serie di battute particolari, con cui io e i miei amici riuscivamo a sfottere i professori senza essere scoperti. Inventai anche un sistema  di gesti per passarci le soluzioni dei compiti in classe.Tutte queste qualità non mi resero felice. Mi crearono soltanto successi effimeri, come le risate del fine settimana. Poi crescemmo tutti. Gli amici partivano, e io rimanevo dov’ero. Prigioniero dei miei ricordi, senza sapere cosa fare. I progetti degli altri mi sembravano noiosi. Le cose di cui parlavano, le cose che desideravano, non erano le mie. Li ascoltavo, a volte curioso, altre divertito, ma non riuscivo a capire. Volevo sentire di nuovo mio padre che imprecava contro le istruzioni dei castelli da montare. Volevo di nuovo vedere il sorriso di mia madre farsi strada nel buio.A volte incontravo persone belle, gentili. E pensavo: forse si potrebbe andare tutti insieme ad abitare in una grande casa, ed essere felici, com’ero da bambino coi miei.
Ma ogni volta che mi avvicinavo, la mia lingua si ingarbugliava. Senza volerlo, nascondevo le mie emozioni dietro ghirigorbi di parole, senza farmi capire. A volte puntavo il dito nell’aria, come una freccia. Chiudevo gli occhi, e visualizzavo nel buio quella massa di immagini indefinite intrappolate dentro la testa. Erano lontane, e allora pensavo di poter fare come col tiro a segno. Se le avessi colpite, forse l’omino delle giostre me le avrebbe consegnate, a mò di premio.
Allora tiravo, e le centravo sempre. Per me è facile, non sbaglio mai.
Ma una volta colpite si dissolvevano, lasciandomi senza niente.
E il rinculo mi faceva sempre male.
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