Sardegna

"La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi".
(Fabrizio de André)

Odiavo svegliarmi in un bagno di sudore. Perciò al mattino mi alzavo sempre presto, quando faceva più fresco. Poi passavo al Bar. I turisti si affollavano al bancone, si sparpagliavano sui tavolini, chiedendo nomi di pietanze e bevande sconosciute. Avevano capelli colorati, e tatuaggi allegri, che mi salutavano facendo capolino da camicie, canotte e sottovesti. Disegni che si staccavano dalle pelli cotte dal sole, e venivano un po’ a parlare con me.Tenevo sempre gli occhi bassi, per cui apprezzavo molto la sintesi dei simboli, mi rimanevano impressi meglio nello sguardo e nella memoria. In quel periodo si discuteva molto sulla Sardegna. Che posto era, e perché tutti ne parlavano così bene?  Si diceva che ci fossero tante feste, che duravano  giorni interi.
" In Sardegna, pensa, ho visto…ho fatto…" cominciavano a raccontarmi.
 Poi seguivano nomi sconosciuti.
Io guardavo i loro corpi. I segni dell’abbronzatura, la pellicina che si toglieva. Avrei voluto staccargliela, e assaggiarla, per controllare se davvero ci fosse sapore di sale. Scartavo i sorrisi, che mi sono sempre sembrati una provocazione. Non  riuscivo a smettere di pensare all’ordine che aveva assemblato quelle pietruzze perlacee, alla felicità che le manteneva integre. I sorrisi erano barriere che mi impedivano di vedere, di capire la forma della Sardegna, i suoi segreti di seta, colorati di luce nera, trasparente, seducente.

Si dice che in Sardegna le fate uscivano per urlare le loro preghiere al signore della magia, Lucifero, soltanto a notte fonda.  Avevano paura che la loro pelle, soffice e candida, si sciupasse a contatto col sole.
Forse è per questo motivo che i diavoli hanno la pelle così rovinata.
Stanno tutto il giorno a contatto con le fiamme infernali, e  in aggiunta  vanno pure a cercare uomini da tentare, sotto il sole cocente…
Non riuscivo a immaginarmi una creatura della notte con la pelle candida. Ho sempre pensato che  fossero tutte brutte, emaciate, dai colori disgustosi. Non potevo smettere di pensare al colore delle fate.

Una notte, sognai la Sardegna. Vagavo tra le rocce,  di sera, cercando buchi nei quali potessero nascondersi folletti o fate, anche piccoli. Il risultato fu che il terreno sul quale poggiavo i piedi cedette, e sprofondai in un cunicolo. Il panico durò solo pochi istanti, perché trovai un amico, finito anche lui sottoterra come me, chissà come. Mi disse di seguirlo. "In queste zone, per motivi strategici, venivano scavati cunicoli e nascondigli durante la guerra, che collegavano zone diverse delle città o dei paesi…veri e propri sentieri sotterranei!". "E adesso che è finita la guerra, a cosa servono?" domandai. "Non lo so, ma vediamo intanto dove porta questo!" rispose senza girarsi, camminando avanti. C’erano delle scale scolpite nella pietra, e scendemmo sempre più in giù. Più proseguivamo, più le scale perdevano la loro forma regolare e squadrata, e si facevano spigolose e dure come la roccia. Finché mi sembrava di essere masticato dallo stomaco della terra. Fin dove voleva scendere questo mio amico… dentro l’Inferno? Mi mancava l’aria.  "Per favore, tra un po’ è l’alba, proviamo a tornare indietro, qui c’è solo terra". Anche se un po’ riluttante, il mio amico acconsentì alla richiesta. Tornando sui nostri passi, riuscimmo a ritrovare il punto da cui ero sprofondato, e da lì, arrampicandoci verso la Luna, risalimmo in superficie.

Ma ci attendeva un’altra sorpresa. Una canzone senza parole, fresca come brezza marina, soffiò sulle nostre tempie.Seduta sulla roccia c’era una fanciulla dai capelli di un nero sconosciuto e bellissimo. Potrei chiamarlo nero argento, se solo esistesse. Aveva la pelle più bianca che avessi mai visto. Biancaneve. Labbra rosse e invitanti. In bocca avevo un sapore dolce come il veleno, come quando ti sanguina la lingua e inghiotti il tuo stesso sangue, trascinato dal torpore. Si rivolse a me, e disse "Sono venuta a riprendermi il tuo amico. Non può stare con te, appartiene all’Inferno. Quando sei caduto, ne ha approfittato per seguirti, ma non gli è consentito". Il mio amico mi guardò con un’espressione vergognosa e comica, come a dire "Scusa, ci ho provato".
In ogni caso, non lo biasimavo affatto, e comunque non gli diedi molta retta. Guardavo quel delizioso e osceno biancore. Mentre intorno a me tutto era ombra, perfino la Luna, lei era come una luce, che cancellava la distanza tra pensiero e azione, unendole come un abbraccio, folle e bellissimo. Mentre rimanevo incantato, come le rocce, la Fata e il mio amico svanirono da questo mondo.
Rimasi indeciso se continuare o meno il sogno. Avrei potuto immaginare quella Fata a condividere con me quell’ultima porzione di notte.
Avrei potuto immaginare di essere vicino a quell’incarnato così soave e candido, tanto da poterlo toccare, e forse mordere.
Chissà se mordendo la pelle di una Fata, riesci a entrare nel suo stesso mondo? Forse funziona come coi vampiri. Forse deve essere lei a mordermi.

Nell’incertezza, mi svegliai.
Come al solito, troppo presto.
Tornai, come di consueto, al bar, per catturare odori, frammenti, immagini e racconti, di questa terra chiamata Sardegna.
Qualcuno l’ha nascosta nel mio cuore, spingendola in fondo, nel buio, senza neppure darmi occasione di poterla ammirare.
E adesso sono qui, impotente come solo gli uomini sanno essere, di fronte alla vita.
A custodire un parto che non potrà mai verificarsi.

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