L’inarrestabile sorriso della morte

I  turchi avevano conquistato l’intera costa. Il sindaco del villaggio comunicò ai cittadini che non c’è più niente da fare. Potevamo soltanto sperare nell’arrivo dei liberatori.

D’altra parte i governanti di questo lembo di terra si erano sempre mostrati corrotti e marci tanto quanto gli infedeli mori.  Si mormorava che  i turchi, appena sbarcati, fossero stati convocati dalla giunta comunale, e che gli fosse stato offerto il dominio assoluto delle nostre terre, in cambio della vita del sindaco e dei suoi compari. Nessuno aveva sentito il bisogno di  protestare.  Eravamo abituati all’incessante susseguirsi di padroni diversi, attraverso i secoli.  D’altronde le esigenze della politica creano strani compagni di letto, disse un bel giorno la mia compagna, dopo che l’ebbi sorpresa, in quella che era stata la nostra alcova, a concedere le sue disgrazie a un corsaro barbaresco.

Cercai di fare l’indifferente, e puntai il mio sguardo addolorato sul cipollotto dell’orologio da tasca, ricordo del mio caro babbo, fingendo di guardare l’ora, mettendomi a farneticare di un appuntamento che avevo scordato. I due mi osservavano a loro volta, questo è sicuro,  ma non posso riportare quali fossero i loro sentimenti, perché il disgusto mi fece girare le spalle e mi condusse direttamente alla porta, senza incrociare i loro sguardi. Mi diressi dunque alla locanda, ordinai un bicchiere di rhum, e mi misi a riflettere mesto sul mio futuro. Non ero messo bene col denaro. Dopo aver venduto prima i libri, poi i quaderni, le penne, le gomme, sia quelle da masticare che quelle masticate, mi era rimasto davvero poco. Nel pomeriggio avrei dovuto presenziare a un appuntamento con un mio vecchio amico.
Sovrappensiero, vendetti pure quello, all’ubriacone del tavolo accanto al mio, in cambio di un altro giro di rhum.

"Ottimo acquisto" gli dissi sorseggiando piano la pozione per anestetizzare i miei guai. "E’ un sacco di tempo che non conosco gente nuova" rispose "Ma questo tuo amico, come si chiama?".
"Raimundo. Un vecchio amico d’infanzia. Ci siamo risentiti dopo anni, per caso, in giro. Pensa, adesso fa l’esattore delle tasse comunali".
"Tasse?".
"Eh. Mi ha proposto di vederci, per parlare dei vecchi tempi… e poi ha accennato a una sua pratica di lavoro che mi riguardava… una questione di imposte sulla spazzatura non pagate…non ho capito bene, perché eravamo al mercato e c’era confusione. Tu comunque mandagli i miei saluti!".

Mi alzai dal bancone, uscii salutando rumorosamente con lo stomaco, e andai in direzione del porto. Non c’era nessuno. I gabbiani mi salutavano coi loro versi incomprensibili.
Guardai di nuovo il cipollotto dell’orologio: la cassa era in oro puro. Scintillava di niente, colpito dalla luce martellante del sole. Si era fermato, forse rotto. Puntai deciso verso il banco dei pegni.
Ne uscii poco dopo, con pochi spiccioli. Guardai la  piccola nave turca ancora ormeggiata, i mori sudati, impegnati nelle operazioni per la partenza.
Un uomo vestito meglio degli altri li guardava impaziente, poco distante da me, e digrignava i denti marci, bestemmiando.

" Dragut! Dragut! Dove diavolo si è cacciato quel figlio di un’asina impestata di malattie veneree?".
"Domando scusa" gli chiesi "lei è forse il capitano di questa nave?".
"Figliolo, davanti a te hai Haradin, capitano della "Inarrestabile"!".
"Si chiama così? La stavo ammirando, infatti… bella nave!".
"Bella? Soltanto bella? Questa è la migliore nave mercantile del Mediterraneo!"
"Guadagnate bene?".
"Corpo di mia nonna ubriaca… soltanto bene? Adesso che i pirati hanno conquistato questo tratto di terra, è un via vai continuo di spezie dalla Turchia. Senza offesa, ma la vostra cucina…".
"Insipida, eh?".
"Soltanto insipida? Mi venisse l’itterizia fosforescente, se le vostre zuppe sanno di qualcosa!".
"Beh… tutto questo mi fa molto piacere, perché vede… io starei cercando lavoro".
"Ah!"
Mi squadrò come si osserva un cactus che ha appena deciso di parlare.
"Figliolo, sei mai stato in mare?".
"Ho fatto il militare a Taranto".
"Per quanto tempo?".
"Mi hanno riformato, dopo tre giorni!".
"Soltanto tre giorni?".
"Eh".
"Siamo al completo. La nave è piccola. Anche se a dire la verità mi manca un marinaio… quel figlio di sultana arrostita di Dragut. Dice che doveva andare a castigare una femmina. E’ andato via parecchie ore fa, dall’altro lato del villaggio, nei pressi della locanda… ma non è ancora tornato!".
"Ah… beh vede, credo che non verrà tanto presto. E’ a letto con mia moglie".

Il capitano si fece una risata, e mi congedò dandomi una spintarella, e pronunciando alcune bestemmie turche. Mi allontanai mentre le risate del resto dell’equipaggio (meno Dragut) facevano da sottofondo.
Poi tornai alla locanda, non c’era nessuno, neppure l’ubriaco. Forse aveva deciso che l’appuntamento con Raimundo non era disprezzabile. Dopotutto è sempre stato un compagnone. Chi dice che gli esattori sono antipatici? Tutti luoghi comuni. Bisogna superare certi stereotipi.
Ordinai di nuovo da bere coi soldi del banco dei pegni, e guardai il petto della locandiera, ogni volta che si piegava per prendere qualcosa, stando attento affinché non se ne accorgesse.
O almeno mi illudevo che fosse così. Ogni tanto gli occhi  mi cadevano sul riflesso del mio volto  che rimbalzava sulla superficie dei bicchieri puliti. L’alcool sembrava suggerirmi la percezione dei minuti e dei secondi che oscillavano leggeri, affascinati da una brezza invisibile, come foglie al vento.

All’improvviso, i turchi.

Entrarono sbattendo la porta, chiedendo da bere. Uno si avvicinò subito alla locandiera, le mise dei soldi nella scollatura. La guardò con quei suoi denti gialli, dicendo di tenersi il resto e portare da bere a volontà.
Lanciai in aria una moneta. La afferrai, rovesciandola sul posto.
Testa.
Sorrisi, e mi voltai verso il gruppetto di turchi.  Quello che aveva parlato con la locandiera era basso, tarchiato, ma sembrava abbastanza muscoloso. Gli altri erano alti tre volte quanto me.  Portavano dei bastoni di legno, dipinti di nero lucido.
"Ehi" urlai "Quando le vostre madri vi hanno messi al mondo, in quel bordello in cui siete nati, probabilmente hanno fatto meno casino. Smettetela di cianciare, ne ho fin sopra le palle dei vostri grugniti!".
I turchi non dissero una parola.
Si avvicinarono soltanto, lenti come un carro funebre.
Le mani scendevano verso i bastoni, come a controllare che tutto fosse al posto giusto. Come i preparativi per una festa.

Ero incerto su cosa dire, o fare.
Per cui sorrisi soltanto.

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