Presente

La cosa più triste che ho fatto Lunedì mattina è stato guardare le mani di una madre che frugava tra le macerie di una casa, cercando il ricordo del bambino che amava. La cosa più triste che ho fatto Domenica mattina è stato guardare dentro i sogni di un universo parallelo, consumato dalle fiamme fredde dell’inverno, rigurgitato come cenere di ghiaccio tritato. Messo da parte come la musica, quando pizzica troppo le corde della tua fantasia, e c’è sempre qualcosa di più meccanico da fare.

Non importa quale lavoro tu faccia, ci sarà sempre bisogno di raccontare qualcosa di triste per cominciare una storia.  Non è mai abbastanza bello raccontare cosa possono fare un paio di mani durante la giornata. Sarà sempre considerata poca cosa il tocco leggero e affusolato che progetta e plasma pensieri piuttosto che crediti, speranze piuttosto che sopravvivenza.
E poi mi dicono:
 "Non è mai abbastanza bello. Non è mai abbastanza. Non E’".
"Non può essere".
"Non puoi".

Cosa c’è da dire di fronte alla Negazione? Posso soltanto muovermi controvento, aggrappandomi ad ogni brezza leggera. Posso soltanto continuare a darle in pasto qualcosa da negare, da separare, da ridurre in poltiglia. Le sue fauci affamate sono l’unica cosa che mi tiene a terra. Saprò ringraziarla anche per questo, mentre mi abbaia contro, nascosta dietro le sembianze di un cane dispettoso nascosto dietro una porta. E poi grido contro il suo muso umido le cose in cui credo, le macerie che raccolgo e cerco di riaggiustare, i viaggi che vorrei fare. E lei nega, negherà sempre.

Ma mi basta come ricompensa quel suo sguardo confuso quando invento qualcosa capace di spiazzarla, anche soltanto per pochi secondi. A volte, davvero, è solo questione di pochi attimi stretti dentro la mano. E pensare che la mia  è pure piccola, per cui devo stringere più forte. Lacerato dal bisogno di avvolgermi dentro un cappotto di regole da seguire, vago per i bassifondi, cercando di collegare insieme frammenti isolati, per dare coerenza e risposte al mio passaggio. Cerco di sorridere alle verità che incontro per strada, perché quando torno a casa non esistono bugie.

E se non c’è spazio per le menzogne, allora dipingerò, disegnerò, costruirò i miei talismani, negando quella stessa logica che mi difende, immaginando magie irrazionali capaci di carezzare le persone lontane. Perché questa è l’unica risposta possibile per me, contro la solitudine e la lontananza. Tu invece parli arrabbiato e ignorante da dentro un manifesto, tu che ti sazi del tuo stesso cinismo, coi denti splendenti che dicono:
"Quando volti le spalle a qualcosa, il peggio che ti può capitare è non avere abbastanza spazio in frigo, per contenere tutto il cibo che ti avanzerà".

 E allora dimmi, povero vecchio obeso e arrabbiato, cuore deserto e raggrinzito, dimmi cosa fai quando resta l’amore. Cosa te ne fai dei sentimenti che nuotano nei pensieri, di quelle cose che non esistono eppure picchiano sulla testa con la stessa violenza di una tempesta? Cosa fai quando sei costretto a negare un sentimento che ti morde, avvolto nel cuore? Non ci sono spiegazioni, c’è solo energia. Puoi decidere di usarla e condividerla, oppure farti consumare da essa.

Io ho scelto di esserci, e tu non ci sarai. Anche i miei amici scelgono di esserci, quando partono o se ne vanno per sempre. Osservo nel cielo l’assenza di confini, le forme cangianti nascoste tra le nuvole, e non mi importa che si tratti di mere pareidolie. Non rifiuto il prodotto della mia esistenza, con lo stesso movimento con cui consento all’aria di passare nei polmoni.  Ho conosciuto altre risposte, in passato. Violentando il mio corpo, con una perenne puzza di cadavere impiccato a ogni giro di Alba, che non è un liquore esotico, ma è capace di brillare lo stesso, con una luce più forte di quella riflessa sopra mille bicchieri messi in fila dal sorriso di una barista.

Che poi il sorriso stesso è un’illusione gettata indietro, mentre il corpo scivola via. Lascia la scia di denti che brillano, come l’osso regalato ai cani, per poter continuare a camminare, a muoversi, verso il proprio destino. Già, mi chiedevo… chi sa mai qual è il destino di una barista? In genere, nelle storie, chi si è mai occupato delle avventure di un mescitore? Tutti gli occhi si concentrano sullo straniero senza nome che entra nel saloon. Ma chissà che avventure potrebbe raccontarti chi resta indietro, chi serve ai tavoli.

Storie che aspettano, in attesa che qualcuno le racconti.

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