Dreams of the nursery Phone Troubles

Telefono a una ragazza che mi piace.

Mentre parliamo la realtà si trasforma, non siamo più al telefono.
Ci troviamo a letto, insieme, e iniziamo a fare l’amore.
A un certo punto la telefonata si interrompe, e quindi lei scompare.
La sensazione della sua pelle lascia il posto al senso di vuoto delle dita che annaspano nell’aria.
Quindi scendo in strada, nel tentativo di  trovare altro credito per la telefonata. Improvvisamente ricordo che mi trovo in una città straniera, per via di un viaggio.
Vago incerto per il centro storico.
Non ci sono negozi aperti, sembra Domenica.
Arrivo davanti a due hotel.
Provo a entrare in uno di essi, ma l’interno è tale e quale a un internet point.
Cerco di far funzionare uno dei computer presenti nelle varie postazioni.
Appena arrivo alla schermata di Google si trasforma in un quadro da videogioco anni Ottanta.
Cerco di ripristinare le impostazioni iniziali, ma allo schermo continuano a scorrere pixel colorati e giochini vari.
Rinuncio, e mi allontano dalla postazione, lasciando il campo libero a un gruppo di ragazzi che aspettava con ansia il turno per giocare.
Alla fine trovo il gestore del posto, gli chiedo se posso telefonare, ma dice che non può aiutarmi.
Allora tiro fuori delle banconote, e le scambio con altre, di taglio più piccolo.
Poi esco, e vado nell’altro albergo.
Il gestore è un signore dalla faccia simpatica, uguale a uno di quei comici televisivi che si esibiscono a Zelig.
Entriamo subito in confidenza, parliamo e gli spiego il mio problema, chiedendogli se può
vendermi una scheda telefonica, di quelle per le cabine in strada.

Lui dice di sì, per cui gli do una banconota da cinque euro.


La guarda, va un’attimo in un’altra stanza, poi torna con la faccia cattiva, arrabbiato, urlandomi contro che la banconota è falsa.
Io cerco di spiegargli che è stato l’altro albergatore a darmela, mentre cercavo di scambiare i soldi, ma non mi crede.
Mi accusa di essere un furfante, un falsario.
Poi  mi ordina di rimanere lì e va di nuovo nell’altra stanza.
Non riesco a vedere cosa fa di preciso.
A giudicare dai rumori di tastiera sembra che voglia cercare su un qualche database gli identikit dei ricercati, oppure diramare avvisi per polizia e carabinieri.
Dopo aver finito sembra soddisfatto, e mi caccia via.
Io non so che fare, vorrei ricominciare a parlare con la ragazza, ricontattarla per dirle che va tutto bene, che sono stato trattenuto e che vorrei fare l’amore con lei.
Però forse dovrei anche andare alla polizia, spiegare la mia versione dei fatti, discolparmi dalle dicerie che il tizio dell’albergo potrebbe aver diffuso su di me.
Vado in biblioteca, comincio a prendere e ammucchiare libri senza scopo preciso, finché la ragazza seduta al tavolo da studio vicino al mio riconosce nel mucchio uno dei testi che deve studiare per gli esami.
Cerca di attaccare bottone, ma non le do retta, perso nei miei pensieri.
Quando finalmente mi giro a guardarla la riconosco: è la cugina di un mio amico conosciuta qualche mese prima, a un concerto.
E’ una persona gentile, per cui le racconto la mia brutta avventura, e le chiedo se può aiutarmi.
Lei mi porta a telefonare a casa sua, che è lì vicino.
Mentre parliamo mi spiega che è molto facile incappare in falsari nel quartiere dove
sono stato, perché è una zona malfamata.


Io mi guardo intorno e penso che il suo quartiere non sembra combinato meglio, è tenebroso e minaccioso.
Arrivati di fronte a casa sua, ci si presenta uno spettacolo inatteso: un tizio sta cercando di rubare il motorino della ragazza, parcheggiato vicino alla porta.
Lei trema e non sa cosa dire o fare.
Io corro verso il tizio prima che riesca a mettere in moto, afferro il manubrio del motorino e gli urlo di scendere e di andarsene.
Fa come dico, ma andandosene borbotta guardandomi in cagnesco.
La ragazza, silenziosa e addolorata, si riprende il motorino e lo va a sistemare, per cui non è il caso di chiederle più nulla.



Decido di quindi di andar via, per  incontrare tutti i miei parenti, che sembrano volersi riunire in una scuola, o in una biblioteca, di quella stessa città.
Nessuno è disposto ad aiutarmi nel mio tentativo di  comunicare con la ragazza, ognuno vaga libero nei paraggi, e sembra fare qualcos’altro di importante.
C’è mio padre, che in realtà ha la faccia del padre di un mio compagno.
Riceve parenti, i quali gli chiedono come sta, e lui risponde piangendo, senza entrare nell’argomento. 
Durante tutto questo viavai riesco a telefonare alla ragazza, lei è contenta di risentirmi, mi rassicura sul fatto che non c’è problema per l’interruzione della chiamata, mi tranquillizza con la sua voce dolce, e mi promette che ci rivedremo.
Poi arriva  un altro parente, che sembra Totò,  e mi sussurra frasi napoletane un po’ paternaliste, mentre io mi siedo insieme con lui e con altri.
Siccome  si prendono un sacco, di spazio sono costretto a spostare sempre più indietro la sedia, fino a lasciare dei segni con lo schienale sul muro bianco.
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