Non ho rimpianti

Non è questo che mi spinge a scrivere e parlare.
Continuerei ad aver fame anche di fronte a un’ecatombe di cadaveri.
L’odore della morte, il sapore salato della disperazione mi fanno venire voglia di ballare e cantare.
I funerali mi fanno trattenere a stento un sorriso.
Puoi prendere le cose che ti dico, cucirle assieme in un servizio da talk show pomeridiano.
E poi dire alla gente: "Avete visto? Questo è il vostro nemico".
Perché non ho il cuore per oppormi alle storie raccontate bene.

Mi piacciono le storie, ne sto già immaginando una su di voi.
Siete chiusi dentro uno studio televisivo, la temperatura del condizionatore è sempre più bassa.
Serve a tenervi conservati, perché state marcendo tutti.
E poi immagino un finale degno, una via di fuga sottolineata dalle note di Vangelis.
Come il finale posticcio di Blade Runner, che non era affatto male.

Una volta un tizio che conoscevo mi sorrise, con una certa sicumera.
Mi disse: "Ti ho inquadrato".
Come a dire: ho capito tutto di te, potrei sostenere un esame sulla tua vita e prendere trenta.

Scusami, ma non ti credo. Io non ci sono ancora riuscito, e ho a disposizione molte più informazioni di te a riguardo.
Non ho dimenticato il volto di mio padre.
Già soltanto su questo ci sarebbe da dire un sacco, altro che saghe fantasy.

I miei pensieri rintracciabili e quelli che non ti confesserò mai.
Annoto i miei sogni.
E tutto ciò, pensa, non è ancora abbastanza per capire come mai quella volta, quel giorno, oggi, le cose sono andate in un certo modo.

In realtà l’unico tuo vantaggio è la rapidità con cui estrai la carta-esperienza di vita.
Quella che nei dialoghi da treno serve all’interlocutore per diventare capobranco.
Siccome ti rompi le palle ad ascoltare gli altri, intervieni, e ne spari una davvero grossa.
"Perché sapete, tutti parlano di zingari, ma io ne ho mangiato uno".
Così i più creduloni rimangono in silenzio, con gli occhi sbarrati, a seguire il racconto.
Gli altri invece seguono svogliati, sempre in silenzio, in attesa che la smetti, o si addormentano.

Purtroppo, prima che la mia vita riesca a farsi promuovere al rango di aneddoto da bar, ne passeranno di stronzate.
Quindi non è ancora arrivato il tempo di andare nei postriboli che frequenti con faccia da duro, e fartela raccontare, bambino.
Ti lascio fare il bullo, mi accuccio in un angolo a recitare la parte del fesso, l’unica che mi riesce convincente.
La mia tristezza provoca indifferenza.
Le mie mutilazioni stanno sotto il cappotto.
Non riesco a guardare il vuoto con aria malinconica.
Mi viene sempre da sparare qualche stronzata.
Anche quando vorrei piangere.
Chiamalo istinto di sopravvivenza, invece è poco più di uno starnuto.

In ogni caso, bambino, la fede che hai nel tuo personaggio, o in quello degli altri, non ti rende migliore.
Anzi, è l’esatto contrario: hai  bisogno di credere in qualcosa, come tutti.
Se avessi la forza per essere padre ti adotterei, per rovinarti la vita.
Ma ho già abbastanza problemi a rammendare i calzini e riparare i tubi del bagno.

Mi piace che la gente sia libera di credere quel che vuole, perché la fede, che sia in Dio o in sè stessi, è una cosa che mi ispira tenerezza.
Questo non renderà la realtà più semplice da maneggiare, è soltanto una delle tante scorciatoie per placare le lacrime.
Se volessi drammatizzare un po’ (perché no? in fondo è divertente) potrei dirti che il desiderio del Paradiso finisce solo per renderti schiavo.
Non ti importa più di lottare  perché ti basta fare il buono e andare in vacanza in Paradiso.

Magari potresti chiamarla nostalgia del cielo, rimpianto per le stelle alle quali hai appeso i miti dell’infanzia.
Siamo sicuri?
La nostalgia non rappresenta altro che la paura del futuro.
Il timore di quello che non conosci è una reazione istintiva, animale, ma senza alcuna logica.
Finché non uscirai di casa non saprai mai se i bei vecchi tempi sono l’unica cosa che ti resta.

Finché rimarrai chiuso lì dentro, sarai soltanto l’ennesima marionetta del mercato, che modella la tua nostalgia in forme commercialmente appetibili.
Le carezze che ho perduto non erano migliori delle altre che potrei trovare, se solo avessi la forza di aprire la porta.

Il fatto di avere bisogno di quei baci, di quei sorrisi, significa soltanto, a un’analisi più approfondita, avere una paura fottuta di non riceverne mai più.
Questo lo capisco benissimo, non sono scemo come credi.
Ma capirlo non mi impedisce di aver paura, come te.

L’unica cosa che posso fare per adesso è specificare che non ho rimpianti.

Prendila come una dichiarazione d’intenti, più che un’affermazione.
E  lasciami il tempo di fare colazione, di fare una passeggiata, di ridere un po’ delle cose che parlano di sesso, politica, religione e morte.

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