Occhi

L’uomo guardava attraverso lo squarcio della porta.

O forse non era l’uomo. Erano soltanto i suoi occhi.

La spaccatura nel legno sembrava una piccola bocca malformata, coi denti storti, spalancata in un dolore vegetale, contrito e silenzioso.

I materiali organici assorbono le emozioni secrete, dal cuore alla pelle.

Soprattutto nei momenti in cui lo sguardo non presta la dovuta attenzione, il corpo si protende a tradire la mente, cercando l’abbraccio della materia.

Forse proprio per questo l’uomo, o i suoi occhi,  si estendevano  febbricitanti, attraverso quella feritoia.
Sbirciavano nella porzione di stanza visibile, alla ricerca di chissà quali segreti.

Poté vedere soltanto, a sbarrargli l’orizzonte, una finestra opaca.

E poi, un piccolo letto singolo, appoggiato alla parete, sulla destra.
Un armadio, e una scrivania, entrambi sulla sinistra.
Sopra la scrivania c’era un libro, aperto in un ottuso stupore.

Una domanda tardiva giunse a rompere il silenzio: chi aveva praticato quel foro sulla porta?

All’interno della stanza  c’erano solo oggetti inanimati.
Il libro non era abbastanza robusto e pesante per provocare scalfiture, anche scagliandolo con tutta la rabbia possibile.
Il tappeto peloso, brutto e antipatico, era troppo floscio per essere incluso tra i sospetti.

Forse però qualcuno era stato nella stanza, come poteva testimoniare il libro aperto.
Forse… era ancora lì.

E se si fosse nascosto dentro l’armadio, impalpabile e silenzioso, aspettando di irrompere fuori nel momento peggiore?
Magari si trattava di un essere mostruoso,  dotato della stessa furia cieca sufficiente a squarciare una porta con un pugno.

Ecco dunque un primo ipotetico colpevole in grado di risolvere il caso: si trattava di un classico mostro nell’armadio, troppo spaventoso per lasciare che fosse liberato.

Sarebbe quindi stato sufficiente tenerlo chiuso nell’armadio, dimenticarsi del buco sulla porta, e continuare la propria vita.

Sì, ma quale vita?

Un lavoro, una storia d’amore?

Una ricetta di cucina da eseguire alla perfezione?

Che ne dici di provare questa?
Briciole di biscotti condite con salsa Vinavil, e una spruzzata di segatura e scaglie di sapone.
Gli ingredienti mancanti non sono un limite all’intelligenza e alla voglia di fare, o così dicono.

Comunque sia, il vero problema di base era che l’uomo, o il suo sguardo, non aveva alcun ricordo di sé e del suo passato fino al momento che stiamo descrivendo.

E quindi non sapeva nemmeno se, girandosi, avrebbe trovato davanti a sé l’immagine rassicurante della sua casa, o piuttosto un luogo estraneo,  corridoio buio, pieno di oggetti sconosciuti, significati perduti, custoditi gelosamente da qualcun’altro.

Se davvero non si trovava in casa propria, avrebbe prima di tutto dovuto giustificare la propria presenza.

Il ritorno dei veri inquilini sarebbe stato solo questione di tempo.
Un tempo dilatato e angoscioso, come la tortura.

Come poteva ingannarlo?
Magari vagando per la casa, esaminando gli oggetti, cercando di farsi un’idea sulle fattezze dei proprietari in base agli indizi raccolti.

Mettendo insieme gli indizi, avrebbe potuto scoprire di essere finito nella casa di uno di quegli squilibrati, quei tizi che sembrano tranquilli fuori, e che poi, una volta al sicuro tra le mura dimestiche, sfogano la propria pazzia prendendo a calci e pugni le porte.

Cosa sarebbe successo, se una persona simile, traboccante di rabbia repressa, avesse trovato rientrando a casa un estraneo, incapace perfino di indicare le proprie generalità, candidato a una prigionia perfetta e senza tracce?

Cosa sarebbe successo se, per vendicarsi dell’intrusione, avesse voluto  spaccargli la testa, per provare le sue nocche,  indurite dal contatto col duro legno, su una testa fragile e ripiena di sangue?

No.
Non se la sentiva di voltarsi.
Troppe possibilità, troppa paura.

 Meglio vivere nella tranquillità dell’incertezza.

In questa tormentata indecisione l’unica cosa capace di avvolgerlo al sicuro,  in quel preciso momento, era proprio quella fase di stallo:  gli occhi affacciati sullo squarcio, e la visione della stanza che il suddetto poteva offrire, a suo modo tranquillizzante, poiché non offriva sorprese.

Un pensiero ovvio si fece avanti, reclamando l’attenzione negata fin dall’inizio.
E se fosse stato proprio lui a prendere a pugni la porta?
Del resto, non ricordava nulla.

Ma… perché avrebbe dovuto farlo?

Forse proprio per il motivo ipotizzato qualche riga addietro.
Protetto dietro quella barriera di legno, riusciva a vedere soltanto gli elementi essenziali della stanza, quelli che potevano aiutarlo a  ricostruirsi una sua idea di realtà, senza dover fare i conti con un vero ambiente da esplorare e con cui interagire.

C’era infatti il tutto il necessario per una vita tranquilla. Una scrivania sopra la quale lavorare, un armadio con vestiti da riempire. Un letto in cui dormire, sognare, abbastanza piccolo per sentirsi solo, o per condividere momenti caldi e stretti, desiderandone uno più grande.

C’era però un altro pericolo: prima o poi, vivendo lì, si sarebbe ritrovato costretto a ripensare alle sue pretese, progettare ambienti più grandi da vivere e condividere.
E poi c’era quel dannato libro da leggere, un altro mondo in cui entrare, un viaggio da intraprendere sul veicolo della propria immaginazione.

Troppi pericoli. Troppi cambiamenti.
Troppe sensazioni dolorose da catalogare e analizzare, preludio a scelte e passaggi inevitabili.

Mentre così pensava…

La  porta si aprì.

Aveva premuto troppo il corpo contro di essa per sbirciare.
Siccome  la serratura era chiusa male, non aveva retto al suo peso.
Il suo volto si allungò verso la stanza, e i piedi lo seguirono.
Iniziò a camminare.
Non era più soltanto uno sguardo.
Andò per prima cosa a dare un’occhiata al libro.

La pagina era aperta su quella frase…

"Vai via".

—–

La chiave girò dentro la toppa tre volte, e poi finalmente la signorina R. rientrò in casa.
Sbuffò di fatica, posando le borse della spesa in un angolo. Poi rivide, in fondo al corridoio, quella porta squarciata.

Il resto della casa, come al solito, era pulito e ordinato.

Ma quel Buco Nero in fondo al corridoio aveva la capacità di divorare la luce.
Cos’era successo alla porta? Chi l’aveva sfregiata?

Una lite furibonda? Un tentativo di rapina finito male? Una prigionia forzata? O forse era davvero il frutto di uno sfogo di rabbia?

Ripercorrendo con le dita quelle fratture, le tracce emotive inflitte al legno risalivano attraverso la pelle, componendo immagini confuse.

Urla.
Dolore.
Calci rabbiosi.
E quello squarcio, nel cuore di legno.

L’unica cosa certa, a giudicare dall’espressione sul viso della signora R., era la volontà di ricacciare dentro lo stomaco quel ricordo.

Chiunque venisse a trovarla, non riceveva alcuna spiegazione.

Qualunque sensitivo, o artista, che avesse voluto scandagliare la sua testa, alla ricerca di una spiegazione, avrebbe trovato soltanto una profonda tristezza nel suo sguardo.

La signora R.  aveva ricacciato certi ricordi così in profondità, che provare a rinvenirli significava scivolare in fondo a un pozzo nero, verso morte certa, senza possibilità di recupero.

I racconti e le leggende nascono per  colmare i buchi dell’esperienza.

Perfino i racconti dell’orrore, nella descrizione del male, dal più fetido tagliagole psicopatico, al mostro extradimensionale, collage di fobie assortite, ci forniscono una mappa sulla quale muoverci, un insieme di simboli e segnali che ci prepara al trauma di qualsiasi possibile scoperta negativa.

Ma quando il significato è sepolto, perduto,  tra le spire del passato?

Esistono migliaia di enigmi sparsi per il mondo.

Monumenti giganteschi di antiche civiltà.
Statue dall’espressione indecifrabile.
Disegni senza logica, eredità di lingue ormai dimenticate.

Non esiste una chiave per decodificarli.
Ci illudiamo di superare la distanza del tempo tramite la ragione, ma nessun indizio davvero utile è sopravvissuto.

Non esiste nessun legame tra i nostri pensieri e quelle antiche coscienze, decomposte e assimilate dalla terra.

Le antiche memorie sono divenute i mattoni di cui è composto il nostro corpo.

Ma un frammento di casa non ricorderà mai il luogo da cui provengono i sassolini impiegati per la sua costruzione.

Anche la Signorina R. era cambiata.

Anni e anni di psicoterapia le avevano offerto un’unica strada: seppellire la sua vecchia coscienza e diventare una persona nuova.

La vecchia personalità forse conosceva la verità, ma era stata sepolta troppo in fondo ormai.

E il buco nella porta era diventato un altro simbolo.

Un altro catalizzatore di attenzione,  senza  altro scopo.

La convivenza tra queste due realtà, la rottura negli schemi conosciuti,   evocava sentimenti indefinibili, inquieti,  per chiunque si trovasse a passare da lì.

Come un monumento ancestrale, ingombrante e senza senso.

Possiamo decidere di girare le spalle e ignorarlo, per poter tornare a costruire i mattoni del presente.

Oppure possiamo rimanere lì a fissarlo, come idioti, col  cervello arrotolato su sé stesso, in ipotesi senza costrutto, e la paura che attende spiegazioni, rosicchiando il cuore.

Impegnati a fissare quell’unico punto, rimaniamo col fianco scoperto, vulnerabili a qualsiasi attacco esterno.

A volte la Signorina R. guardava i suoi ospiti, imbambolati di fronte a quel buco.

Sarebbe stato facile accoltellarli, in quei momenti.

Erano come sospesi tra due diversi mondi, come lo spettatore sollevato a mezz’aria da un’abile prestigiatore.

E’ per questo motivo che riceveva sempre meno visite. Chiunque provava quella strana sensazione non aveva più voglia di sentirsi di nuovo così.

E’ meglio ignorare le tracce dell’assurdo, per poter continuare a vivere, costruendo i propri significati, le strutture nelle quali rinchiudersi, al sicuro?

Oppure è doveroso, per amore della ricerca, perdersi nelle spire di un passato che nel mondo di oggi, qualora fosse davvero rinvenuto, non potrebbe comunque trovare collocazione?

Il simbolo decifrato, la statua riportata alla luce, restano lì, come prima.

Senza che nessuno riesca a trovare un ruolo, un contesto in cui rigenerarle.

Quando pensi a questa eventualità, sei  di nuovo sulla mano del Buddha, anche se ti sembra di aver corso per milioni di chilometri.

Il serpente si morde la coda e svanisce, come il tempo.

Non puoi vederlo, ma si ripete uguale.

Se invece riesci a percepire lo schema, gli ingranaggi, allora sei tu quello fuori posto.

Sei tu il fantasma, incapace di toccare il mondo che si muove.

Rimane tra le tue mani soltanto un mucchietto di sabbia.

O forse sei tu quello che si sta disgregando.

Apri il palmo, lasci scivolare via i granelli, ed ecco il tuo finale.

Chissà, magari un giorno la signorina R. avrebbe potuto decidersi a far riparare quel buco.

E poi magari avrebbe potuto invitare qualcuno a cena, ricominciare a vivere.

O perlomeno provarci.

Ma nella realtà dei fatti non ci provava mai.

A volte si sviluppano rapporti strani e morbosi con le proprie ferite.

Forse sperava che attraverso lo squarcio il ricordo residuo e doloroso rimasto nella stanza avrebbe avuto il tempo di filtrare, evaporare via.

Quando era costretta ad assentarsi lo immaginava prendere forma, come una sorta di fantasma indeciso.

Un ometto trasparente, con le gambe sottili e un po’ tremolanti, abbastanza solide da condurlo lontano da quella casa, eppure al tempo stesso timoroso di andarsene.

Ma prima o poi  sarebbe cresciuto.

Avrebbe trovato il coraggio di andarsene e lasciarla in pace, ne era certa.

E intanto, aspettava.

L’aveva anche scritto sul suo diario. E poi lasciava sempre aperto su quella pagina, su quell’unica frase, quasi come a sperare che venisse letta davvero da qualcuno.

"Vai via".

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