Barriere

Ultimamente il mondo in cui mi ritrovo a vivere è piccolo, stretto e allucinato.
Fare una passeggiata significa rimanere senza fiato, non di fronte a chissà quale spettacolo, ma per colpa di uno strano fenomeno di rarefazione dell’aria.
Non so se sia una cosa normale, magari data dal tempo o dal freddo, ma non la percepisco come tale. Sentirsi soffocare mentre si cammina rende parecchio difficile immaginare di poter volare e sparare arcobaleni dalle dita, anche se questo non implica che non ci si provi lo stesso.
Anzi, forse dopo un po’ la mancanza d’aria rende più facile cercarla altrove.
Ma già verso le sei di sera, da quando hanno chiuso la piazza per lavori, temporanei (secondo una scala di definizione tipicamente meridionale) c’è un’oscurità quasi innaturale, non attenuata dalle luci artificiali, la cui debolezza opaca sembra quasi dare l’effetto di un acquario riempito di melma.
Forse è una metafora un po’ sprezzante, ma allora perché tutti quelli che incontro hanno gli occhi sbarrati?

Una mattina mi è capitato di vedere un vecchio conoscente che non vedevo da anni, mi è venuto istintivo alzare la mano per salutarlo.
C’era un sole bellissimo. Quando il suo viso è emerso dalle ombre del negozio in cui si era attardato, sorrideva pure lui, ma era un sorriso strano.
E poi i capelli erano diventati tutti bianchi. Sembrava che durante la mia assenza gli fosse venuta una malattia, di cui non ero a conoscenza.
Hanno davvero gli occhi sbarrati? O forse è colpa  del mercato del pesce?

Immagini sovrapposte.
Cancelli. Marciapiedi in frantumi. Impalcature. Gente che cammina. Occhi come pesci.
L’aria come il bancone del mercato.
Espone cadaveri tra foglie di insalata e decorazioni, per simulare un habitat naturale.

Quando i cantieri sbarrati, le ruspe e i camion producono quel rumore martellante viene quasi naturale immaginare metodi strampalati e fantasiosi per scavalcare le barriere architettoniche.
Le arti di persuasione retorica tentano di farmi mangiare merda, ma io non perdo più
tempo a spiegare perché non mi piace.
Preferisco alzarmi e fare una passeggiata.

L’analogia tra immagini crea pensieri nuovi, forse folli.
Ma è una follia che purifica.
Non è come costruire l’estensione delle proprie paure, sotto forma di impalcature che nascondono il paesaggio.
Non è come zittire con la  ripetitiva violenza di un automa il silenzio argentato della natura.
Non è come rinchiudere dentro forme claustrofobiche, tentacolari, coperte di spine,  le proprie esigenze autobiografiche.
Riportare alla luce i sogni notturni, annotarne le immagini, significa specchiarsi nell’immagine chiara di ciò che penso veramente.
Le mie paure, le mie meschinità, le mie speranze, anche le più stupide.
Molto meglio di quanto potrò mai riassumerle in uno scritto cosciente.

Torno a fidarmi dell’istinto, quando la ragione mi distanzia troppo da ciò che vorrei.
La fantasia e i sogni diventano un rigurgito necessario, quasi fisico, che sopperisce alla limitazione di libertà.

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