Scarpe

Non ricordi se sei in ritardo o meno, se sia giunta l’ora di fermarsi, o se conviene invece proseguire, senza distrazioni.

Finché un insetto non ti balla sopra le dita. Da solo, non è altro che un granello conficcato nello sguardo di un gigante di passaggio. Ma quando si unisce ai fratellini diventa un’architettura brulicante di vita. Se ti avvicini e provi a spegnere toccando, si accendono altre mille luci, e le dita si impregnano di una secrezione appiccicosa.

La assaggi: sa di zucchero e cose lontane. E allora ti siedi sotto un albero, soffocando la nostalgia. Dentro il tuo cappotto ci sono cose che non sapranno destare neppure la curiosità dei passanti distratti. Perché la città è cosparsa di locandine giganti del cinema, manifesti pubblicitari, annunci di affitti, silhouette di uomini e donne a grandezza naturale che promettono chiamate telefoniche a metà prezzo. Puoi parlare con la donna in baby doll dal sorriso di plastica luminosa  senza spendere nulla, ma non lo farai. Il suo sorriso finto fa lo stesso male al cuore.

Quella nostalgia artificiale, programmata nei minimi dettagli, che ti imprigionerà in un ricordo, anche se sai che c’è troppo da pagare quando sbirci nel passato lasciando dietro lo sguardo i dettagli del presente, cercando schemi passati che facciano quadrare il senso della tua vita, accumulando feticci senza pensare a costruire qualcosa con quello che stai trovando adesso, davanti al naso, lungo la strada. Aspetta. Non camminare così in fretta.

La città sembra decisa a indicarti altre strade in cui camminare, senza fermarti mai. E’ sgarbata e non ti guarda mai negli occhi, non risponde se dici buon giorno, e il tuo sorriso si trasforma in una smorfia mentre pensi che era meglio starsi zitti davanti a quel monumento, davanti a quell’iscrizione. Si scosta impaurita se chiedi un’informazione, se sorridi a un bambino o cedi il passo a una signorina che incrocia la tua strada, ricordando l’acqua di colonia che profumava il colletto del vestito buono del nonno e la sua voce quando salutava il commesso della vecchia bottega. E finisci per guardarti le scarpe prima di entrare in un museo o in una biblioteca.

 Ricordi quel che disse il signore panciuto e beffardo? "Sai come riconosco i mendicanti e i poco di buono? Dalle scarpe sporche!". E allora diventi ossessionato dalle scarpe, ti chini a ogni piè sospinto, ansimi e sputi e strofini, strofini, finché non sembrano lucide e pulite, senza tracce da perdente. Ma a questo punto ti chiedo: che problema c’è? Hai percorso tanti chilometri. Hai camminato nella neve e visto paesaggi nuovi. Che c’è da vergognarsi se le tue scarpe sono sporche?  Magari proprio di fianco a quel mendicante che tutti oltrepassano credendosi più furbi, girando le spalle avvolti come merendine nei cappotti di plastica, c’è la misura della distanza.

Soltanto un passo, forse due, vi separano dal marciapiede, dal vino cattivo, dal freddo dei parchi, dagli spiccioli per terra e il vino guasto vomitato dietro un vicolo. Non c’è vergogna se non hai visto navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione, o se non ha fatto gite fuori porta a Tannhäuser. Non c’è vergogna nel perdere soldi, indirizzi, pezzi di carta, biglietti scritti a penna, mentre le lacrime si mescolano alla pioggia.

Non c’è vergogna nel morire lentamente, se nel tuo cuore sai di aver provato sempre a camminare. Rilassati, ti sei meritato di sederti un po’ sulla panchina. Nessuno può dirti se lo meriti più o meno di altri. La tua storia puoi raccontarla solo tu, non certo i vestiti o i soldi che hai in tasca. E se un improvvisato, arrogante detective proverà a scrutarti in cerca di risposte e classificazioni, divertiti a contraddire le sue supposizioni. Deridi i postulati, sovverti le teorie, mescola le deduzioni alle allucinazioni, traforma gli scanziati coi capelli impomatati in sciamani barbuti drogati in perenne amplesso con divinità cosmiche tricefale.

E soprattutto non pensare a chi guarderà le tue scarpe.

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