La cosa del coso

Ballavo di fronte alla tv in bianco e nero. Andava in onda il cartone del vagabondo degli spazi, con quelle scene piene di lampi di luce e scoppi d'energia, lo schermo grigio le traduceva in impulsi disturbanti e inebrianti mal di testa. Verso la fine del pomeriggio c'era la Scuola Educazione, col Corso d'Inglese. Un tipo  biascicava aprendo la bocca come se ospitasse un concerto di vermi.  poi c'era l'assolo di sax di Lunedìcinema, con l'uccello fatto di diapositive che volava in un cielo di flash multicolore. Wab doob dee! Doob daboo daboo doob doowap! E via, nel cielo stroboscopico. A quei tempi, era tutto odore di benzina alla mattina presto e viaggi da una casa all'altra. Alla sera mi addormentavo, di passaggio, cullato dalle luci del Duomo. Il mio gioco preferito era accendere la luce. Una sera successe che la luce iniziò ad accendersi e spegnersi in continuazione. In casa non c'era nessuno. Mi misi a piangere e scesi in strada a cercare gli altri. Incontrai un paio di conoscenti, chiesi delle informazioni, ma non mi furono di nessun aiuto:  erano troppo impegnati a ridere. Non riuscivo a capire, e così riuscii a risvegliarmi, davanti allo specchio dell'armadio di mio nonno, con il  riflesso della mia faccia che mi guardava, rossa di lacrime, strepitando finché qualcuno non venne a riprendermi. Nel frattempo, un vecchio scienziato si era chiuso nella sua vecchia officina. Non aveva retto all'incidente mortale che aveva causato la morte della sua adorata nipotina, e aveva deciso di costruire un robot con le sue sembianze. Si chiamava Roberta. Aveva la faccia sempre sorridente e una treccia lunghissima, fortissima, che usava per combattere contro i suoi nemici.  Aveva un fidanzato, una nonna, una mamma, dei fratellini. Si chiamavano tutti come i membri della mia famiglia. Aveva dei compagni di classe straordinari: uno di loro riusciva a fare bolle gigantesche, un'altro poteva trasformarsi in un supereroe volante. C'era anche un papà pasticcione, che beveva sempre un sacco di vino e per questo motivo aveva la faccia sempre scura.  Un giorno riuscii a disegnarne una storia intera, su una pagina d'album. E la mostrai al mio papà, mentre mangiava, come di consueto, nella sua tavola solitaria, alle tre del pomeriggio, dopo essere tornato dal lavoro. Di solito non voleva essere disturbato, ma quel giorno mi fece i complimenti per la somiglianza riscontrata col personaggio. Mi sentìì soddisfatto della mia scoperta,  quasi come se si potessero comunicare le proprie emozioni attraverso i disegni e le parole. Col tempo mi sono reso conto che è impossibile. A un certo punto decisi di entrare nella Rivoluzione Francese. La questione era semplice: il popolo aveva tutte le ragioni di questo mondo, ma il Re e la Regina potevano essere salvati. Per cui, durante la presa della Bastiglia, approfittando della confusione, riuscii a portarli in salvo. Ci fu una grande festa. Mentre mi guardavo intorno, realizzai che c'era davvero troppa gente. Non riuscivo a gestirla tutta. Mi venne un magone intenso e sgradevole.  L'estate passava e io crescevo. Non potevo portare con me tutte quelle persone.  Dovevo farla finita.  Da allora, ci sono stati altri tentativi di farla finita con le cose che crescono contro la mia volontà.  Ci sono cose che perdo, e che mi ritrovano sempre. Cose che non sono utili, né divertenti. Cose mie.

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