L’era dell’acquario

La piazza era come un acquario di fantasmi colorati che nuotavano nell'aria. La cittadinanza presenziava all'evento, tutti erano entusiasti e allargavano i sorrisi in modo disgustoso. Un microfono si avvicinò a chiedere cosa ne pensassi. Mi era venuta in mente un'altra immagine per descrivere il futuro: un percorso disegnato con rose bianche. Sbocciavano dal catrame,  all'improvviso, una dietro l'altra. Quando ne spuntava una nuova, i petali di quella che stava dietro si coloravano di rosso, sempre più scuro. Nel punto in cui il percorso terminava, l'ultima rosa bianca  disperdeva i petali della corolla,  sempre più lontano dal centro, che poi esplodeva nella luce,  trasformandosi nello sguardo di colui che aveva immaginato il percorso.  Senza memoria di quello che era accaduto prima.  Sentii l'esigenza di comunicare questa idea, quasi come a indicare qualcosa che esisteva davvero. "Guarda", volevo dire. E invece le mie parole uscirono con un suono diverso. Raccontai al microfono che avevo sognato una stoffa macchiata, e che la cosa mi aveva provocato troppo dolore, per cui avevo svoltato  verso la casa di un signore che perdeva la propria consapevolezza nel tentativo di immaginare un nome e un differente archetipo per ognuno dei giorni che componevano la settimana. Dico "svoltato" perché per me il sogno è un contenitore a forma di automobile. Per una pura questione di manovrabilità. Una bambina leccava il gelato, nascosta dietro l'uomo dei palloncini. I suoi occhi tondi diventavano sempre più grandi, direttamente proporzionali ai sorrisi dilatati dei passati. Mi parve una specie di rimprovero. Esortai me stesso a smettere di dondolarmi nel dormiveglia. Strinsi l'aria nel mio pugno, ma mi sembrò piccolo, come la sua mano. Evocai dall'acquario la sensazione delle sue dita, e ricordai finalmente quel che avevo dimenticato. Il passato e il futuro galleggiavano davanti a me, mi salutavano vestiti con i colori di un quadro di Manet. Poi scesero a desinare sull'erba, sedendosi nel parco. Nella città, tutto cominciò ad avere una collocazione. Io invece mi sentivo l'origami di un foglio di carta che aveva dimenticato le proprie funzioni, totalmente sottomesso alla violenza dell'immaginazione di un ragazzo che voleva apparire romantico agli occhi della sua bella. Le sue idee erano funzionali al ciclo riproduttivo, e questo mi evocava odori immaginari che pizzicavano le narici quasi come se fossero lì davanti.
Lasciai perdere qualsiasi pretesa di orientamento, e continuai ad aggrapparmi all'idea dell'acquario.
Fu allora che finalmente ti vidi. Ti corsi incontro, anzi, sbocciai in una miriade di rose, una dietro l'altra, che mangiavano la distanza tra noi due, colorandosi di rosso.
Finché dimenticai ogni porzione della strada percorsa.

Ci fu un abbraccio.

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