Il Signor Stocazzo

Il camice del dottore che aprì la porta era bianco, ma interamente costellato di facce dolenti. Pianto e stridor di denti.
Rimasi un po’ perplesso e, diciamolo pure, indispettito.
Era mattina presto, ero venuto in quella clinica per lavorare. Il mio lavoro, tanto per specificare, è testimoniare.
Sono molto orgoglioso della mia professione, che mi nobilita e mi distingue rispetto a quegli scarafaggi che languiscono per strada e di quei parassiti che stanno al governo nutrendosi con le tasse di chi lavora.
Ma questo, per fortuna, sta per finire. Alle prossime elezioni quei pusillanime avranno quello che si meritano.
Ma non divaghiamo. Testimoniare, dicevo.
Sul camice  del dottore brulicavano come occhi di insetti persi in una moltitudine di vite disgustose.
Cosa avrei dovuto scrivere, con uno spettacolo del genere?
Il dottore mi guardò da dietro gli occhiali spessi, anticipando la mia domanda.
” Tutto quel che vedrà qui potrà essere soltanto descritto in termini prestabiliti dalle direttive del Ministero. D’altronde la totalità di pazienti che, per comodità del resto del mondo, abbiamo isolato in questa struttura, se avessimo dovuto dar retta alle diagnosi formulate in ambito medico, non sarebbe neppure qui, signor… scusi, qual è il suo nome?”
” Stocazzo”
“Prego?”
“Preferisco proteggere la mia privacy, potremmo essere intercettati. Lo so, è una cosa scandalosa, voluta da un apparato di toghe politicizzate e incuranti dei veri diritti del cittadino. Ma non si preoccupi, alle prossime elezioni tutti questi abusi  finiranno”
“Capisco… mi segua, signor Stocazzo”.
Ci aggirammo per l’edificio, incontrando una moltitudine di personaggi in totale libertà, che facevano un po’ quello che cazzo gli pareva.
I pazienti della struttura erano stati tutti condannati a morte, anche qualora se ne fossero andati non rappresentavano una minaccia vera e propria. La condanna era già stata formulata, li avrebbe raggiunti comunque. Fuori da quella struttura, chiunque li avrebbe saputi riconoscere e isolare al più presto nell’ambito che si meritavano. Ma perché perdere tutto questo tempo?  Raggrupparli significava lasciarli deperire  e morire più facilmente.

Presi il taccuino e cominciai a intervistare uno a caso di quei falliti.
Rimasi un po’ deluso. La sua storia era noiosa, banale a tratti. Figlio di operai, vabbé, pure io lo sono stato. Aveva studiato, e fin qui non capisco che c’era di strano. Pure io avevo studiato. Però non si può sempre aggrapparsi alle poppe dello stato e succhiare, succhiare, finché non finisci di studiare le tue minchiate sociofilosofiche semiologiche. Mentre mi raccontava delle sue difficoltà di inserimento nel sistema lavorativo, dei contratti sempre più umilianti che aveva sottoscritto e di quando fu licenziato, senza preavviso, iniziai a sbadigliare, in modo sempre più irrefrenabile.
Mi sembrava di sentire me stesso, fino a qualche anno fa. Le solite lamentele, la solita mancanza di iniziativa.
Questa gente meritava la sua condanna. Meritavano di essere masticati e distrutti.
Onestamente, mi aspettavo di meglio. Qualche amore  proibito, tormentato, una discesa negli inferi dell’alcool dal sapore baudeleriano, magari qualche discorso da solipsista superomista. Il sorriso folle di un genio del male, dagli occhi capaci di sfidare l’ordine costituito e di oltraggiarne gli schemi. Qualcosa da raccontare alle signore dell’alta società, durante le feste al Millionaire Club.
Questa gente… erano tutti così normali.
Come si aspettavano che il mondo potesse accoglierli?
Siamo già fin troppi, la fuori.
Già faccio fatica io… un mutuo sulle spalle. Una bambina da crescere. Una scuola del cazzo, in cui non ci sono soldi neppure per comprare i gessi. Ah, ma se le cose vanno come devono andare, con questo articolo, forse potrò avere quel posto da caporedattore…la prima cosa che faccio è mandarla in una scuola militare. Anzi, meglio. Una scuola militare gestita da suore, così impara anche a comportarsi. Meglio ancora: una scuola militare in Germania. Gestita da suore nostalgiche del nazifascismo.
Così imparano, quei comunisti di merda.
Mi viene da ridere, scommetto che faranno fremere quei nasi da checche radicalchic  e le loro barbette ben curate. Pensate che non possa mandare mia figlia a pagamento in una lussuosa  scuola di suore nazifasciste? Ve lo faccio vedere io, sinistrati del cazzo.
Alla fine del giro, guardai sconsolato il dottore.
“Senta… che squallore. Questa visita ha avuto soltanto il potere di deprimermi. Non c’è mainstream, non c’è coolness, non c’è neppure Starbuck’s. Sa qual è la cosa più interessante qui dentro? E’ quel suo camice”.
“Il mio camice? Non credo di capire, signor Stocazzo”
“Sì… quel camice pieno di facce che piangono… come quel demone tartaruga nel manga di Devilman!”.
“Manga? Lei legge fumetti?”
“Da ragazzo, sì. Tanti. A un certo punto m’ero messo in testa di farli”
“Intende come lavoro?”
“Sì…vendere idee, raccontare storie. Mi sembrava divertente”
“La catena produttiva ha mantenuto parassiti e chiacchere per troppo tempo, signor Stocazzo. Lei sa che questo paese non può più permetterselo”
“Lo so, ma per fortuna noi lo abbiamo capito, e abbiamo cominciato a sgobbare e lavorare come si deve. E alle prossime elezioni…”
“Sì, sì. Lo sappiamo. Siamo tutti d’accordo. Manderemo a casa tutti i parassiti. E finalmente le cose cominceranno a girare per il verso giusto”
Attraverso quegli occhiali impenetrabili, sibilò un bagliore. Proprio così: un suono di luce penetrante. Come un serpente di luce pronto a morderti.
“Lei che lavoro fa, signor Stocazzo?”
“Io? Sono qui a testimoniare. Per conto della società. Poi  filtro i messaggi, asciugo il contenuto, trattengo il superfluo, racconto quello che serve per mantenere il sistema. Dopotutto non serve che la gente abbia poi così tanti strumenti per pensare. L’importante è che sappia solo quello che serve a non pregiudicare il mantenimento della struttura”
“Ne siamo convinti anche noi, signor Stocazzo. Mi mostri il suo taccuino”
“Come? Non capisco…”
“Su, faccia vedere. Ah, ma guarda un po’. Insetti persi in una moltitudine di vite disgustose. Difficoltà di inserimento nel sistema lavorativo. Contratti sempre più umilianti che aveva sottoscritto. Che toni polemici, signor Stocazzo. Che angoscia. Manca soltanto un qualche riferimento deprimente alla situazione dei salari e qualcosa sulla scuola pubblica, e siamo a posto. Ah, eccolo, infatti! Una scuola del cazzo, in cui non ci sono soldi neppure per comprare i gessi. Ma cosa mi combina, signor Stocazzo?”
“Ho solo scritto… quello che vedevo. Mi hanno mandato a…”
“Testimoniare, lo so. Ma l’ha detto anche lei. Filtrare, asciugare, raccontare quel che serve a mantenere il sistema. Lei così mi deprime i consumatori, e siamo pure vicini alle feste di Natale, la gente deve spendere! Mi spiace, ma io non le consiglierei di uscire da qui. Glielo dico da medico”
“Ma io… ho una figlia, un lavoro, non posso stare qui dentro!”
“Infatti se vuole può andarsene. Ma a che scopo? Quante possibilità pensa che ci siano, per uno che scrive cose come queste, nel mondo di fuori?”
Guardai il camice del dottore.
Il volto di mia moglie e di mia figlia si confondevano nella moltitudine di facce piangenti e sanguinanti.
Mi facevano star male.
Volevo farle smettere. Ma non avevo nulla per placare la loro fame. I loro problemi. La loro mancanza di futuro. La mia incapacità di promettere una vita migliore della mia, con i mezzi che avevamo, con quelli che avremmo potuto ottenere, rimanendo zitti, in fila per quel tozzo di pane, senza lamentarci. Senza turbare i consumatori, proprio adesso che si avvicinavano le feste di Natale.

E allora, tanto vale…

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