Dreams of the nursery: the concert

Vado a un concerto dei Litfiba, anche se non mi piacciono più da anni. Per rendere più interessante il loro revival-reunion, visto che delle canzoni non gliene frega più niente a nessuno, hanno montato sul palco un'attrazione aggiuntiva: una specie di impalcatura edile. Chi se la sente può salire sul sistema di ponteggi e raggiungere il punto più alto, oppure rimanere attaccato ai cavi di sostegno della struttura, spenzolando allegramente come un coglione. Piero e Ghigo oscillano felici, imbragati nei cavi, incitando il pubblico a seguirli. Indispettito dalla loro arroganza, decido di provare a salire anch'io. All'inizio il contatto dei piedi sulle tavole di legno produce uno scricchiolio piacevole. Sembra di camminare su una nave dei pirati, e la cosa mi diverte. Piero e Ghigo nel frattempo parlano dei fatti loro: litigano, scherzano, parlano delle loro faccende contrattuali, e non si curano affatto di me. Non mi spiegano nemmeno le norme di sicurezza. Raggiungo il punto più alto della struttura, e le cose iniziano a farsi meno divertenti. Inizio a soffrire di vertigini, mi faccio prendere dal panico. Rimango in una situazione di stallo, non posso più ne scendere né salire, come direbbe Aldo, quello del celebre trio con Giovanni e Giacomo. A un certo punto però, nonostante le vertigini, riesco a  sedere sull'impalcato più alto e mi metto a contemplare il panorama, lanciando qualche sguardo casuale al pubblico che sta a svariati metri sotto di noi. Decido di farmi coraggio. Mi avvolgo come un cotechino nei cavi di sostegno e cerco di scendere giù, tavola dopo tavola, seguendo la voce di Piero e Ghigo che mi rassicurano sul fatto che non c'è alcun pericolo perché che tutta la struttura è pensata per sostenermi alla perfezione. Alla fine riusciamo a tornare giù,  Piero mi libera dai cavi e io inizio ad imprecare. Lui sorride e dice  a Ghigo: "Ma guarda questo, sembrava timido e invece senti come parla". Gli auguro di non trovarsi mai nella situazione di dover davvero scoprire quanto parlo. Poi entro in un bar a bere qualcosa e da lì telefono a una mia amica. Le racconto l'esperienza con un certo orgoglio, fiero di essere tornato sano e salvo, ma lei liquida la faccenda come una cosa normale, e mi chiede piuttosto se mi sono piaciuti i testi delle canzoni, raccontandomi che ci sono svariate parole-valigia, tipo quelle che mi piaceva creare tanto tempo fa. Le confesso di non averci fatto caso.  Poi mi chiede di andare a cercare un'altra sua amica. Mi sembra di scorgerla da lontano, perciò le corro dietro. Mentre la inseguo, davanti a me scorrono vetrine dei negozi e ragazze vestite in modo variopinto e scollacciato: è Venerdì sera, e tutti sono in giro. Oltrepasso alcune gallerie illuminate da luce artificiale, anche se è ancora pomeriggio. Alla fine mi ritrovo a casa mia. Ci sono alcuni miei parenti e inizio a litigare. Indispettito, mi isolo da tutti sedendomi sulle scale. Dalla porta di casa però fa capolino la tizia che stavo cercando, che mi saluta sorridendo. Felice, le vado incontro e ce ne andiamo via, a  ricongiungerci con la nostra comune amica.

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