Il racconto dell’orrore

Passavo tutti i giorni dal Royal College Bar, ma per me era sempre chiuso. In genere trovavo i baristi intenti a giocare a carte su un tavolino, oppure le saracinesche mezze abbassate, e la ragazza slava che lavava tazze e bicchieri.

Guardai i fogli dentro la mia tasca e ci trovai un racconto autobiografico.

Certe volte, chissà perché, sbagliavo pure strada. Guardavo per un po' la gente in partenza alla stazione.  Tornavo indietro, e il bar era di nuovo chiuso. Le ragazze passeggiavano coi loro vestiti succinti. Le trovavo odiose.  Soffocai un moto di rabbia, che il peso della ragione mi costrinse a ricacciare come eccessiva. Ma il loro profumo dolciastro mi pizzicava le narici in modo sgradevole, quando passavo oltre, e questo influiva su qualsiasi buon proposito. Lungo il tragitto, notai un conoscente. Mi salutò e io risposi, senza però fermarmi, accelerando il passo, deviando verso una stradina laterale. Non mi accorsi che avevano messo delle transenne. Per cui mi fermai, feci un sorriso goffo verso il mio conoscente, e cambiai strada, sentendomi come una di quelle marionette viventi delle comiche anni Trenta, prelevata a forza dal contesto umoristico che ne smorzava la tragicità. Sulle panchine del lungomare un signore farfugliava al vento i suoi pensieri.

Mi sedetti su un'altra panchina. Guardai l'aiuola. Tra i cespugli c'era una lapide. L'iscrizione, imboscata tra i fiori, raccontava: "Qui giace Howard Phillips Lovecraft, nato esattamente dov'era morto, eccetera eccetera. IO SONO PROVIDENCE". 

Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto autobiografico si era trasformato in un'allucinazione.

Ma  malgrado quanto si possa pensare la scrittura di un folle  è sempre molto salda. La pazzia non sarebbe tale, senza  una certezza cieca e granitica a supportarla. In questo caso invece le parole erano incerte e tremolanti, il che era normale, vista l'intromissione di quello strano particolare in una visione d'insieme tutto sommato consueta. Strabuzzai gli occhi, cercando di mettere a fuoco ciò che stava succedendo.

Un signore in frac, con cilindro e bastone da passeggio, camminava verso di me. Un perfetto dandy della Belle Epoque. "Domando scusa" mi chiese "In che anno siamo?". Scrollai le spalle, facendo finta di non saperlo. Mi metteva paura l'idea di rispondergli. Non volevo rivolgergli la parola, perché avrebbe significato ammettere che esisteva. All'improvviso, un gruppetto di cinque o sei figure dall'aspetto umanoide, coi tratti del viso indecifrabili,  gli arrivò alle spalle quasi senza emettere suono, e lo acciuffarono. "Ma cosa fate? Aiuto!" Mi guardò, implorandomi di fare qualcosa. Gli cadde il cilindro, i capelli impomatati si scompigliarono, iniziò a sudare. "Non si agiti, è tutto sotto controllo" mi disse una delle figure "Pensi agli affari suoi. Questa persona non appartiene alla sua epoca, la stiamo riportando indietro". Finalmente un discorso sensato. Annuii, convinto e rasserenato.

 Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto allucinato-paranoico stava scivolando nella fantascienza.

Con tutte le probabilità, stavo semplicemente assistendo a un disturbo nel continuum spaziotemporale, che portava a sovrapporsi diverse realtà parallele. Bastava smettere di pensare ai dettagli, una volta per tutte. Ormai era troppo tardi per controllare se il Royal College Bar fosse aperto, per cui decisi che avrei imboccato la strada di casa. Camminai con passo ancora più svelto e deciso.
Ma qualcuno mi chiamò di nuovo.

Era Salvatore, il mio vecchio compagno d'asilo, seduto in macchina, che voleva darmi un passaggio. Una gioia immensa mi riempì il cuore. Mi tornarono alla mente tutti gli scherzi e le risate di quegli anni spensierati. Allargai le braccia con espressione festosa.

Quando mi avvicinai, non mi piacque quello che vidi. Salvatore aveva una faccia serena. Troppo serena. Stentavo a riconoscere i suoi occhi da ragazzo ribelle in quella specie di paresi facciale che indossava come sorriso. Cosa stava succedendo? L'imbarazzo mi salii su per la gola, come un rigurgito di vomito. Le solite chiacchere di circostanza iniziarono a riempire l'aria. Cosa fai, cosa mi dici. Lui non faceva nulla di speciale. Aveva iniziato un percorso, mi disse proprio così. Un percorso con un gruppo di altri ragazzi. Si univano, non so bene per quale motivo. Per pregare, per riflettere. Non so bene su cosa."Ma vuoi diventare prete? Voglio dire… stai prendendo i voti?" Salvatore sorrise: "No, certo che no. Sto solo facendo un percorso". Mio Dio, pensai. Mio Dio. "Sono molto contento per te, Salvatore. E' una cosa che mi sorprende… ma poi perché mi dovrebbe sorprendere? E' bello. Voglio dire, in questa società, sai com'è. Avere dei valori. Fermarsi a… a… riflettere". "Già".

Salvatore sorrideva debolmente. La sua stempiatura, i suoi vestiti, il fatto che si fosse fermato con la macchina nel bel mezzo della strada, senza curarsi delle altre vetture che suonavano il clacson e gli dicevano di spostarsi. Tutte quelle cose si mescolavano dentro la mia testa. E riconobbi quella sensazione: il panico. Il disgusto. Il terrore. La voglia di scappare.

Odiavo me stesso, mentre mi accomiatavo da Salvatore, rifiutando la sua offerta di un passaggio. Mi mordevo le labbra, mentre mi invitava a passare " da lui e dai suoi amici, ogni volta che lo avessi voluto". Per confrontarci, per riflettere. Ma certo. Mi mordevo le labbra mentre dicevo che sì, prima o poi avrei fatto anch'io un salto. E intanto non gli davo né un recapito, né il mio numero di cellulare. Mi congedavo bruscamente, come il più vile degli uomini.

Continuai a camminare con un magone e una voglia di piangere assolutamente senza senso. Avrei potuto provare a raccontare a qualcuno le cose che sentivo, ma anche se le avessi messe in fila nel modo più ordinato possibile il mio interlocutore non sarebbe riuscito a rilevare nulla di disturbante o preoccupante. Non avrebbero capito le cose che sentivo. Non riuscivo a capirle nemmeno io. Eppure c'erano.

Quanto avevo desiderato reincontrare quella persona, in questi anni. A volte fantasticavo su come sarebbe stato bello ritrovarsi, riscoprire la gioia di quegli anni. Pensavo al mio amico, al mio caro e vecchio amico, quel filo invisibile che legava le nostre esperienze. La certezza che non avrei fatto mai del male a quel ricordo. L'avrei preservato, accarezzato nei momenti di tristezza. E invece…

Cosa potevo fare? Cosa potevo dire, di fronte al tempo che si mangiava via i dettagli? Il tempo che scopriva le tombe, e rivelava il marciume del cambiamento, sotto il velo dell'illusione. Mi sentivo come se avessi preso il fucile, iniziando a sparare, colpendo una per una tutte le persone che mi erano care.

Mi ero trasformato nel tipo di eroe che ho sempre odiato più di ogni altro: colui che vede i mostri, laddove esiste soltanto l'inevitabile flusso della realtà e del cambiamento.


Non c'è più nulla di riconoscibile e rasserenante nei vecchi dettagli. Non c'è più una Itaca da cui tornare.
E non era giusto. Io non ero giusto. Il tempo è una guerra. Per preservare la mia coscienza, per aggrapparmi all'idea che ho di me stesso, ero costretto a voltarmi. A spazzare via tutto il resto. Naufragato su una distesa di scogli appuntiti, osservavo la distanza incolmabile tra quel mondo e i miei dolci ricordi.  Gira lo sguardo, arrenditi. Come mille altre persone grigie e meschine hanno già fatto, in centinaia di altre vite, in quella strada, necessaria quanto mortale, che si chiama sopravvivenza.

Finalmente, giunsi alla porta di casa. La mia sagoma si faceva inghiottire dall'oscurità, dietro la porta.

Il mio passato non è più affar mio.

Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto di fantascienza si era trasformato in un racconto dell'orrore.

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