Leggendo leggende

Ricordo ancora, o forse non è stato mai, gli zoccoli dei cavalli che vincevano l'asperità del terreno, avidi di umida vegetazione e chiacchere leggere. Dopo la galoppata,  ci si poteva sedere e chiaccherare. Si poteva stendere una tovaglia e mangiare vicino al mare. I cavalli erano consacrati a Poseidone. Dal salso abisso sorgevano, messaggeri delle onde salmastre presso i grandi uomini. Quando terminava un regno, o si estingueva un prospero casato, tornavano nel mare. 

A quei tempi  però erano ancora con noi. Li imbrigliavamo, mentre il loro sguardo lucido e inquieto sembrava aspettare la marea. Quando giungeva, era tanto affamata da mangiarsi tutto quello che lasciavamo durante i nostri improvvisati pranzi tra gli scogli. piatti d'argento, i bicchieri di cristallo. La candela accesa, lasciata a brillare come una stella guida, per tutta la notte, in balia dei capricci del vento.  I marinai più furbi, approfittando delle tenebre, venivano a ripescare quel che il mare custodiva, incapace di trattenerlo per sé. C'era un'altro mondo sommerso, severo e avaro, oppure generoso, a seconda dei casi. Non avrebbe mai mangiato nessuno, ma l'uomo era facile a perdersì da sé, senza bisogno di alcuna sirena. Di pomeriggio tornavamo in quei posti.  Il calore dell'erba umida  accarezzava attraverso i piedi, e le gambe, saliva verso il fondoschiena.

Sono seduto sulla roccia viva, impigliato nella barba di un organismo immerso in un sonno profondo. Lo sento respirare. E io cosa sono, adesso? Guardo i paguri che tornano ai gusci, i riflessi di una goccia d'acqua sulla pelle. Sono troppo stupido e felice, la mia mente ha abbastanza spazio per le cose piccole. C'è tanta gente,  Ognuno però ricava il suo spazio, equidistante dal mio punto di vista. Stavo al centro esatto della solitudine, mentre tutto intorno c'era chi giaceva presso le cavità rocciose in cui si raccoglieva l'acqua calda, oppure altri, che sedevano all'ombra di enormi pietre cotte dal sole. Troppo lontano da me, e dal mio punto di vista che sdegna il mare, a cui mi aggrappo per non affondare.

" Si chiamava Foti".
"Allora doveva essere un omino basso e tozzo, come voialtri".
" E chi lo sa che aspetto avesse. Chi lo sa se era mai esistito. Magari era pure bello, alto, come quei principi della Disney. Tuttavia, questo ci porta a formulare due ipotesi.
 Nel caso in cui la storia  che ho appreso sia vera, allora l'origine della fortuna della mia famiglia e il successivo insediamento in queste zone avrebbe un'origine abbastanza verosimile e suggestiva.
 Nel caso in cui invece volessimo ipotizzare che sia falsa, il fatto stesso che sia usato il nostro cognome, dato che da queste parti i miei avi ci hanno vissuto davvero, testimonia una parziale veridicità".
"Chi era questo Foti?"
"Il figlio del campiere".

"E lei, la figlia del barone, lo amava?"
"Andavano spesso a galoppare da queste parti, con i cavalli più robusti della scuderia. Incuranti del terreno roccioso e delle onde del mare. Lui e lei".
"Ma lo amava?"
"Ti sto solo dicendo quello che so. Il resto puoi ricostruirtelo a tuo piacere. Tanto sono tutti morti".
"Eppure, tra coloro che vivevano in quel periodo, se ne dicevano di cotte e di crude a proposito di quei due ragazzi, lo sai?"
"Lo so. E quelle voci ebbero l'effetto che si auspicavano".

"Che significa?"
"La rottura dell'ordine, dell'equilibrio. Sai cosa intendo, no? La plebe sopporta la schiavitù e il lavoro misero. Si accontenta del cibo scarso, e in cambio guadagna qualcosa a cui tiene maggiormente: la tranquillità di vivere esistenze regolari, imperniate sulla non-scelta. La plebe detesta scegliere, detesta doversi barcamenare nelle vesti di padrona del proprio destino. Molto meglio servire, che vivere liberi ed essere unici colpevoli  e artefici dei propri sbagli e delle proprie sofferenze. E' per questo che ogni dominatore, nelle nostre terre, è sempre benvenuto e sempre lo sarà. Ma ci sono degli equilibri. La  rottura delle regole imposte a tutti è insopportabile. La figlia del contadino, in questo, deve mantenersi uguale a quella del gran signore. Se esce troppo di casa, diventa una puttana. E le puttane hanno troppo potere sulla realtà".
"E quindi era inaccettabile che quella ragazza e questo Foti passassero tutto quel tempo da soli, vero?".
"Sì. Le voci cominciarono a crescere, a gorgogliare. Come la bassa marea".

"Cosa successe a Foti?"
"Venne allontanato, assieme alla sua famiglia. Li licenziarono, ma non gli andò male: ebbero una buonuscita sostanziosa".
"E lei?"
"Corse per l'ultima volta sugli scogli, lanciandosi da un'altura col suo cavallo più bello. La marea era cresciuta abbastanza, e se la mangiò via. Allora, le voci cessarono, e fecero spazio ai pianti dei bigotti".

"Bella storia. Ma adesso veniamo a noi. Perché mi hai portato qui?"
"E' da ieri che ci penso. Quanto ti ho raccontato è una specie di sintesi di tutto quello che non mi è mai piaciuto della mia famiglia, a prescindere dal fatto che quei nomi c'entrassero davvero con noi oppure no. Il mio bisnonno, ad esempio, era campiere. Era l'uomo di fiducia dei padroni. Il tutore dell'ordine costituito. Decideva quelli che dovevano morire di fame oppure no".
"Il potere porta con sé luci e ombre… chi ha detto quella stronzata che comandare è meglio di fottere?"
"Io no di certo. Forse la negatività con cui mi relaziono da sempre alle mie radici influenza la mia fantasia.  Mi porta a romanzare la vita di persone che in fondo non ho mai conosciuto in chiave esclusivamente oscura".
"Sì. Gli elementi che hai a disposizione sono scarsi, che conclusioni potresti trarne? Parlane coi tuoi parenti, fruga tra scartoffie e vecchie fotografie".

"Non mi va".
"Capisco. E' questo il problema. La verità è che te ne vuoi lavare le mani".
"E' proprio a questo che servono le favole, capisci?La narrazione dispone fili disordinati in un'insieme rassicurante, che puoi dominare. Le leggi che imponi a te stesso derivano sempre da una rielaborazione personale del contesto, che ti spinge a individuare necessità che solo tu puoi capire. Stai bene attenta: sto parlando della necessità dell'ordine, non di una sua pre-esistenza. Non ti parlo di motore immobile, ma di dinamismo e adattamento costante. Se immagino la famiglia da cui discendo come un gruppo di gente losca, ammanicata coi padroni, senza spina dorsale, è più facile non pensare alle mie radici. E' più facile porsi in antagonismo, liberarmi dal ricordo, ripulirmi dai legami e dalle implicazioni di un destino che comunque è stato già scritto secoli fa".

"Esagerato".
"No, cazzo, credimi. Non esagero. Nel momento in cui sei definito "figlio", le trame e le macchinazioni della stirpe da cui discendi, come mille altre cose nella vita, lavorano per rinchiuderti in un percorso predefinito.Non importa che tu le conosca, o che tu sia d'accordo o meno. Ci sei dentro. E' a questo che serve la linea di sangue. E' a questo che serve tenere a mente il nome dei tuoi padri".
"C'è una falla in questo tuo ragionamento. Se stai sfuggendo alle macchinazioni dei tuoi padri-macchinazioni che, nota bene, neppure conosci, allora perché ci stai pensando? Anche questo è espressione di un'influsso ancestrale. Soprattutto questo, oserei dire. Inoltre… per quale motivo siamo proprio qui, su questi scogli?".
"Adesso te lo spiego. Avevo una vecchia zia, crudele e antipatica.  Non veniva spesso a trovarci. Diceva che in questi luoghi c'era qualcosa che non le era mai piaciuto. Qualcosa che le avevano insegnato a temere fin dalla più tenera età".
"E cosa temeva, questa tua zia?"
" Lo vedrai tra poco. Ti ho portata qui perchè volevo rivelarti un segreto".
"Quale?"
"Girati".

Dietro i suoi capelli, sorgeva l'Alba. Fili dorati di luce accecarono i pensieri. Una veste di colori arcobaleno venne stesa sul mare. La forma schiumosa di una Venere emerse  allora nel miraggio delle acque salmastre.
Le gocce di schiuma salata arrivarono sulle sue guance, insaporirono le sue labbra, mentre osservava la Venere, senza volto, dai lineamenti eterei e sfuggenti, che danzava nel cielo del mattino.

Una consapevolezza antica come il mondo la colse. Ogni volta che la osservava poteva esercitare un potere su quelle forme incerte. Come con le nuvole. Poteva immaginarsela nelle sembianze che più gradiva.
Forse fu il ricordo della leggenda appena raccontata, ma subito pensò che voleva, soltanto per una volta, contemplare l'immagine della ragazza a cavallo che si era lanciata sugli scogli.
Ma il tocco salato sulle sue labbra assunse un retrogusto amaro. No, lei non poteva, non voleva immaginare una cosa del genere. Si ricordò delle sue credenze sulle anime e sul Paradiso.

"No, è sbagliato. Io non credo ai fantasmi. Non credo che Dio lasci libere le povere anime di vagare sulla Terra, nella forma dolente che ricorda la disperazione patita in vita, in balia della tirannia plasmata dallo sguardo e dalle credenze altrui!
Allora lui le si avvicinò piano, dietro quelle spalle che aveva imparato ad amare. Le sussurrò piano:
"E allora, dunque, a cosa credi?"
Lei si voltò, con lo sguardo di diamante, che rifletteva sfaccettature d'infinito.
Dietro le sue spalle, l'immagine si dissolse in mille bolle, che salirono verso il sole.

Si abbracciarono. Lui la baciò.
Si presero per mano e tornarono insieme verso la città.

Vissero con coraggio e passione, non piansero mai nessuna delle scelte che intrapresero.
Nessuno fu mai padrone del loro destino, né in vita né in morte.

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