Un topolino morto, davanti al cortile d’ingresso del castello, lungo la via d’andata delle mie passeggiate, era già tanto.

Un altro topolino morto, trovato poco più tardi, sulla via del ritorno, era una cosa insostenibile.

Non sto parlando di pietà.
Il problema era l’odore.

Il  pensiero di ritrovarsi il fetore di decomposizione sotto al naso, ogni giorno, lungo il  perfetto percorso delle mie lunghe camminate.

Ogni volta che passavo, provavo a ricoprire il topolino vicino al castello con grossi sassi.
E poi aggiunsi ai sassi alcune erbacce che qualche giardiniere aveva buttato vicino al cassonetto.

Ma quel corpicino riaffiorava sempre. I sassi si scostavano, le erbacce si disperdevano al vento.

La carne del topino era quasi andata via.
Imparai controvoglia la forma feroce e offensiva del cranio di un roditore.
Quel sorriso scheletrico, serrato in un elmo fatto col morso di lunghe zanne.
Il nudo più ostile che mi fosse mai capitato di vedere.

L’altro topolino poi, non riuscivo a toccarlo o a guardarlo.
Sapevo però che c’era. Il suo orrore era nell’eccesso ingombrante, ma funzionale, che rappresentava.
Andata per nausearsi, ritorno per rammentare.

Così  una notte sognai che finalmente trovavo il tempo di seppellirli entrambi.

Li raccoglievo con la pala, poi iniziavo a scavare una buca.
Avevo l’atteggiamento del lavoratore che sbriga in fretta le ultime incombenze, prima del riposo settimanale.

Però ero costretto a smettere,  ogni volta, per via di alcuni gruppetti di persone che passavano lungo la via, alla spicciolata.

Trovavo imbarazzante spiegare quel che stavo facendo, preferivo seppellire in solitudine.

A un certo punto mi  stufai di interrompere ogni volta e mi avvicinai per chiedere dove stessero andando tutti.

Mi risposero che erano giunti lì per seguire un comizio di Bersani.
Si teneva proprio al Castello, nei pressi del luogo dove avevo trovato morto il primo topo.

Decisi di andare a sentirlo anch’io.

Bersani stava arringando la folla con uno dei suoi consueti proverbi emiliani, quando improvvisamente iniziò a tossire.

Gli venne una raucedine così forte che non riuscì più a parlare. Farfugliava come un disco rotto.

Si sforzò tantissimo, ma alla fine riuscì a recuperare la voce, appena in tempo per la fine del comizio, che si concluse con queste parole:

"Eh,  ragassi, una volta sì che l’Emilia era una terra accogliente! Ma adesso non più!"

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