Sopra vivere

Io sono un ottimista. C’è un piccolo gradino, che mi separa da quello su cui è seduto il barbone che ieri sera è entrato in pizzeria, chiedendo una pizza senza avere soldi.

Posso sedermi assieme a lui e aspettare che a fine serata il Mc Donald’s o la pizzeria buttino via qualche avanzo. Attendere, attendere sempre.

Conosco bene che gusto ha l’attesa. Quando non è alcool è vomito, quando non è vomito è sangue, quando non è sangue purtroppo per te sei ancora vivo.

Posso diventare materia per racconti edificanti, aneddoti di periferia su ragazzi finiti male… oppure posso giocare.

Mi è stato detto: questa è sopravvivenza.

Eh, no. Io preferisco chiamarla ottimismo.

Entrare disgelando la diffidenza altrui, come i vampiri che per andare da qualcuno hanno bisogno del permesso.

E’ un incantesimo, parola che viene da canere, cantare in versi. La magia da sempre è associata a parole da scandire.

Naturalmente non vengo accompagnato da musiche, però c’è un preciso insieme di parole concatenate, scelte con cura e strategia.

Abbassano le difese naturali dell’istinto e lasciano entrare.

E’ da questo esercizio di magia che dipende la mia sopravvivenza.

Il potere di credere alle parole è conseguenza del potere dei maghi.  E’ per questo che ti chiamano dottore, che cercano casa, che rimandano all’ufficio di competenza. Per il rispetto e la forza che questo termine genera nell’interlocutore. Per la gerarchia di ruoli che crea.

Ma noi non produciamo nulla. Sono solo parole. E non bastano, per portare cibo. Bisogna canere, recitare versi, ripetere formule, liberare l’energia ipnotica delle sillabe.

C’è però un paradosso.

La magia è ripetizione uguale effetto.  Ma se le cose si ripetessero troppo spesso, non esisterebbe nemmeno la magia.

Guardando le cose alla giusta distanza, lo schema più grande che racchiude tutto ciò è una specie di Gioco dell’Oca, in cui maghi e sopravviventi accettano di cimentarsi.

Se sei abbastanza lucido da capire che per evocare quel che non esiste ci vuole la magia, allora puoi anche capire che qualsiasi gioco, per avere un vincitore, deve anche un perdente. O meglio, un sacrificio.

E’ questo che facevano nei tempi antichi, quando la litania non funzionava. Quando la magia veniva ostacolata dalla divinità più grande e terribile, il Fato. Si sacrificava qualcuno, quando le cose andavano male.

Prova a pensarci, quando preghi. La preghiera non è altro che un’espressione del bisogno, tutto umano, di fare qualcosa. Come la magia. O l’ottimismo. Oppure, semplicemente, aspettare.

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