星のデジャ・ブー

robot

Da mille e mille anni ormai le catene dei re scorpioni cingevano il Braccio di Orione.

I nostri padri avevano imparato a strisciare come bambini sotto l’ombra di cheliceri voraci.

Pedipalpi luccicanti di bava  serravano ogni possibilità di azione e reazione, nella concezione temporale lineare.

I nostri cronopoeti erano ridicoli, impreparati,  bloccati nei corsi e ricorsi storici.

Furono mangiati, digeriti e poi mangiati di nuovo.

In ogni caso,  c’è sempre meno voglia di parlare di queste cose.

La mia divisione  raccoglitori sembra scivolata nel delirium scemens.

Per come va detta,  marciamo come ubriachi.
Capo raccolta  Calamity spreca risorse e munizioni in attacchi pirotecnici al bestiame degli indigeni, che i re scorpioni ci pagano per razziare.

Quel bifolco sta distruggendo più di quanto si riesca a mettere da parte. L’inverno ci verrà saldato?

A volte penso alle mie mansioni. Il fatto di essere un buon tiratore mi riserva i compiti più noiosi. Stai nascosto, prendi la mira, spara.

A Calamity è riservato ogni onore, i canti, le cortesie, le audaci imprese. A me solo oneri e una tazza di scodella, a cercare l’onore tra i ladri. Forse dovrei disertare.

Un maestro un giorno mi parlò della concezione relativistica.

Si tratta di un piccolo tesoro di eventi non ancora germogliati, custoditi nella fascia di asteroidi.

L’unico modo per bloccare il predominio dei re scorpioni nella concezione lineare, sostiene il maestro,  consiste nello spostarsi attraverso la concezione relativistica.

Ora, se riuscissi a rubare una nave d’assalto…

Sono vascelli piccoli e veloci,  i cannoni a particelle che hanno in dotazione arrivano al calibro sette. Credo che sia sufficiente per polverizzare abbastanza asteroidi da aprirmi la strada.

Certo, prima ancora di aver finito di pensare tutte queste cose potrei essere morto. E poi masticato e digerito.

Oppure potrei essere sicuro di restare vivo, aggiornando ogni mattina la stessa maledetta statistica.

Soppeso nell’aria scelte invisibili e all’improvviso mi sento osservato.

Dal sonno, emerge  l’eco di un’ombra di luce pallida che taglia il buio.

E’ uno di quegli ologrammi che ogni tanto disturbano la trasmissione dei sogni.
Da fuori, mi sembrerebbe un fantasma. Qui nel buio invece è così simile a me.

Anche lui tiratore?  Anche lui scelto?

Scelti per cosa, poi, in definitiva?

Forse sto assistendo al primordio di una nuova gemma, germogliata oltre gli asteroidi?Il fantasma protende l’immagine di un dito mal sintonizzato verso il mio cuore, a mo’ di pistola.

Così capisco. E inizio a parlargli.

Io sono già stato qui. E’ tempo di raggiungerti, mio simile, fratello.

Perché sapete, io conosco meno di voi la natura di quel che ho davanti. So che i germogli non chiamano nessuno e che la morte invece ama scherzare con tutti.

Però conosco bene  quella pagina al mattino da aggiornare, che non diventa mai bianca.

E allora penso, la mia sacca è vuota, ma può bastare.

Alle prime luci dell’alba, verrà il tempo di sognare.

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